When customers walked into Edeka supermarket in Hamburg recently, they were surprised to find that the shelves were almost empty, and the small handful of products that remained were all made in Germany. It seemed like the supermarket had simply forgotten to restock their produce until customers saw the mysterious signs left around the shop. “So empty is a shelf without foreigners,” read one sign at the cheese counter. “This shelf is quite boring without variety,” read another.
It turns out that Edeka, in a rather controversial move, had opted to solely sell German food for a day in order to make a powerful statement about racism and ethnic diversity. As a result, there were no Greek olives, no Spanish tomatoes, and very little of anything else that can normally be found in a typical modern household. “Edeka stands for diversity, and we produce a wide range of food in our assortment, which is produced in the different regions of Germany,” said an Edeka spokesman. “But it is together with products from other countries that we create the unique diversity that our customers value.” (Source)
Premesso che a me leggere e’ sempre piaciuto (leggevo le favole di Luigi Capuana e i libri di Giulio Verne con la torcia, nascosto sotto le coperte, dopo che mamma spengeva la luce e diceva che era ora di dormire), questi mezzucci mi sembrano molto controproducenti. La passione per la lettura si stimola con la curiosita’, non coi trucchetti.
Poi a parte il colore del vestito che si vede dalla copertina, se l’avesse fatto a me, piuttosto che dargliela vinta avrei perso due mesi a studiare gli attacchi a dizionario e bruteforce per craccare l’algoritmo di protezione.
Si tratta del sismoscopio ideato e realizzato da Zhang Heng (lo scienziato cinese vissuto al tempo della dinastia Han, che regnò dal 206 a.C. al 220 d.C.). Tuttavia, il sismoscopio di Zhang Heng non può essere considerato un “sistema di allerta precoce”: esso era uno strumento atto solo a segnalare un terremoto (appena accaduto), ma non a misurarne o registrarne le caratteristiche. Al massimo, quindi, può essere considerato come una sorta di precursore (assai semplificato) del sismografo moderno.
Come funzionava? Il sismoscopio, a forma di un uovo, aveva otto teste di drago poste alla stessa distanza tra loro. Ogni testa conteneva una pallina di rame in bocca. Quando si verificava un terremoto, la pallina di rame cadeva dalla bocca del drago nella bocca della rana posta direttamente al di sotto della bocca del drago. Secondo fonti dell’epoca, il sismoscopio di Zhang Heng riuscì a rilevare un terremoto verificatosi nel 138 d.C. a Gansu, a 600 km di distanza dalla capitale, indicandone la direzione (ovest). Lo strumento originale è andato perduto: quello che vediamo nella foto è una riproduzione.
Nella seconda metà degli anni Sessanta diventa un personaggio di
copertina sulle riviste patinate e la sua fama avvicina quella di una
diva del cinema. In quel 1968 viene nominata la seconda donna più
celebre al mondo, dopo Jacqueline Kennedy.
Prima delle Olimpiadi, a causa dell’invasione della Cecoslovacchia da
parte delle truppe del Patto di Varsavia, Vera Caslavska si schiera a
favore delle riforme liberali tentate da Alexander Dubcek e firma il
manifesto anticomunista “Duemila Parole”.
Quando i russi, ad agosto, soffocano la “Primavera di Praga” e riprendono il controllo del suo paese, le cose per lei e tutti i dissidenti cambiano rapidamente in peggio.
Il campionissimo Emile Zatopek,
la locomotiva umana, uno dei più grandi fondisti della storia dello
sport, nonostante si sia ritirato da tempo viene relegato in una miniera
di uranio.
Vera è vista molto male dal nuovo-antico regime e la sua partecipazione
alle Olimpiadi di ottobre è in fortissimo dubbio. E così, mentre le
temibili atlete russe sono già in Messico ad acclimatarsi, lei è ancora
in Cecoslovacchia: temendo l’arresto e qualche forma di esilio, si è
nascosta nel cottage di un amico, nella campagna della Moravia dove è
nata, allenandosi con il sollevamento di sacchi di patate e con ogni
altro mezzo possibile.
“Mi appendevo agli alberi, facevo esercizi a corpo libero sul prato
davanti a casa, mi procuravo calli sulle mani spalando carbone”.
Solo che Vera Caslavska è anche una celebrità ed è complicato non farla
partire per le Olimpiadi, sarebbe troppo clamoroso perfino per il nuovo
regime guidato da Gustav Husak, che ha il compito di far digerire alla
popolazione la fine delle speranze liberali e il ritorno all’influenza
russa.
Quando arriva l’autorizzazione a partecipare alle Olimpiadi, Vera parte
per il Messico senza essersi allenata in palestra o aver seguito
programmi specifici per abituarsi al clima d’altura, con il rischio
altissimo di trovarsi fuori condizione.
Eppure infila uno dietro l’altro una serie di successi clamorosi: oro
nel concorso individuale, oro nel volteggio, oro nelle parallele.
Alla trave, invece, un contestato giudizio la fa arrivare seconda dietro la russa Kuchinskaya.
Ancora più incredibile è quanto accade nella gara del corpo libero. Alla
fine delle esibizioni Vera sembra nettamente la vincitrice, poi la
giuria, pare su pressione del membro russo, prende una decisione quasi
senza precedenti e va inspiegabilmente ad aumentare il voto delle
qualificazioni della russa Larik, che si ritrova avanzata di posizione e
diventa anche lei oro, a pari merito con la Caslavska.
Durante entrambe le premiazioni il momento più solenne è quello in cui vengono suonati gli inni nazionali. È in
questo momento che Vera compie il gesto che segna la sua storia e anche
quella dello sport: quando deve ascoltare l’inno russo china la testa e
rifiuta di guardare la bandiera con la falce e martello che rappresenta
gli invasori del suo paese.
Lo fa già durante la premiazione della Kuchinskaya, vincitrice della
trave, quando Vera occupa il secondo posto sul podio. Ma è nella
premiazione della Larik, con cui divide il gradino più alto e l’oro, che
l’immagine arriva nelle case di tutti gli spettatori, nitida,
potentissima: la bandiera cecoslovacca che sale insieme con quella
russa, le due atlete spalla a spalla e Vera Caslavska che china la testa
e gira con dolorosa grazia il suo viso, senza degnare del suo sguardo
la bandiera russa.
È la rappresentazione plastica di un dissenso. È una scena muta che vale
più di migliaia di proclami. Come Smith e Carlos hanno alzato i pugni
per rappresentare al mondo la segregazione di cui i neri sono vittime in
America, così Vera Caslavska gira il viso e non onora la bandiera del
paese che schiaccia il suo popolo.
«Quando le chiedono perché non abbia mai rinnegato la sua scelta di
contestazione risponde: “Se avessi rinnegato quel manifesto e quella
speranza, la gente che credeva nella libertà avrebbe perduto fiducia e
coraggio. Volevo che conservassero almeno la speranza’.»