did-you-kno:

Star Trek’s DeForest Kelley wanted to be
a doctor in real life, but he couldn’t
afford medical school. Later on, some of
his proudest moments as an actor were
the number of people who told him his
portrayal of Dr. McCoy inspired them to
become doctors. “You can win awards
and that sort of thing, but to influence
the youth of the country … is an award
that is not handed out by the industry.”

Source Source 2

La migliore analisi sulla bufala del senatore esposito l’ha disegnata Zerocalcare

gazzellanera:

giuliocavalli:

La migliore analisi sulla bufala del senatore esposito l’ha disegnata Zerocalcare Niente editoriali, niente articolesse. Solo penna. Quella di Zerocalcare. Da vedere.

(dal suo profilo fb qui)
Niente editoriali, niente articolesse. Solo penna. Quella di Zerocalcare. Da vedere.

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– E dici che questo è un Leonardo da Vinci?

– Non è “un” Leonardo. È la Gioconda! Che non lo vedi?

Zerocalcare ❤

Si sta avvicinando la fine del mese. Se per molti è tempo di rientro dalle vacanze, di cartellini da timbrare, uffici da rivedere, negozi da riaprire, c’è chi si augura di continuare a farlo.
Perché non ha fatto altro durante l’estate. per fortuna.
Mi piace davvero il mio lavoro.
i primi giorni ero convinto fosse una ferrea direttiva aziendale: chi fosse stato sorpreso a incrociare un collega o una persona qualsiasi all’interno dell’azienda, e non avesse salutato sorridendo, sarebbe stato ricoperto di pece e piume. Poi ho visto essere una cosa sentita e normale.
Facciamo un lavoro strano, ripetitivo e con un livello di specializzazione di poco superiore allo sbucciatore di banane o ad un tecnico riparatore di Betamax, possiamo abbrutirci o fregarcene e sentirci tutti amici.
La seconda che hai detto.
È bello arrivare e sentirsi salutare, chiedere come stai e correre il rischio di rispondere, contraddicendo chi canta non sia previsto. Se non ti hanno salutato, tornano e lo fanno.
Lo fanno chiamandoti per nome.
Con la voce di chi vorrebbe anche bere una cosa insieme.
Ho 47 anni. In questa ditta, persone della mia età stanno in magazzino o calzano le Hogan, non stanno ai tavoli della bassa manovalanza.
Sono un’eccezione.
Grazie a Gundam, ma è una storia ormai vecchia.
Questa volta non devo nemmeno essere per forza il giullare, il posto è meravigliosamente occupato da un ragazzo a metà tra Grignani sobrio e Antonacci ubriaco, io posso intervenire coi miei tempi e portare a casa il risultato. Con calma. Come detto prima.
L’età media è intorno ai trent’anni.
Ricordo i tempi in cui i trentenni tornavano dopo aver girato l’Europa e l’America ed erano stanchi, avevano voglia quindi di fermarsi, posando giacca e cappello. Quando ero piccolo, i trentenni erano la forza trainante del paese, le energie giovani, spesso sfruttate dai vecchi babbioni, ma portatori di idee nuove.
Mi guardo intorno ora, in questa giornata strana di fine mese.
Antonio, che dice di essere diventato uomo dopo aver visto Malena, pizzetto pigro e capelli corti tagliati da solo, mangia da un portapranzo che ha visto tre guerre mondiali, la prima combattuta con ossa e bastoni. È al secondo rinnovo di un mese, ha lavorato in questa ditta anche otto mesi fa, in questo intervallo ha spaccato legna con un cugino, passato per l’inevitabile call center che non l’ha pagato e provato a vedere Folletto. Vive con i genitori ed è fidanzato da quattro anni con una supplente di cinque anni più grande.
“Se ogni tanto me fa da mamma, ce po’ stà, no?”
Chiara, capelli corti e ciuffo biondastro. Ha un sorriso capace di abbattere missili nordcoreani al volo ma, per qualche motivo comprensibile solo a lei, quando lo fa esplodere lo nasconde con la mano. È magra e mangia spesso frutta, che offre a tutti anche se poca. Anche lei con il contratto in scadenza tra pochi giorni, anche lei ha lavorato per questa ditta da settembre a dicembre dello scorso anno. A gennaio era stata chiamata da Parma per un contratto di sei mesi, arrivata lì, il contratto è stato trasformato in un mese solo.
“Ormai ero lì, che dovevo fare?”
Armi, bagagli, speranze di aver trovato finalmente almeno sei mesi al sole.
Sei mesi.
Una felicità insperata. Per sei mesi.
Lo raccontava senza emozione apparente, non era nemmeno incazzata.
Succede.
Succederà.
Roberta, i primi giorni mi chiedevo come mai una ragazza così carina si truccasse tanto. Poi l’ho vista arrivare ogni giorno con dei colori diversi, sfumature in più punti, il viso si sfina, mette in risalto gli occhi o li delinea, le guance sembrano diminuire di volume per poi riprendere la pienezza.
Ha come salvaschermo del telefonino una sua foto col ragazzo mentre si baciano, si sono conosciuti in questa azienda, tra un turno e l’altro.
La chiamano tutti e a tutti risponde. Ha fatto l’estetista, ovviamente, manicure, tolettatrice, ha preso gli immancabili vaffanculo chiedendo al telefono chi fosse il titolare delle utenze, il padre è carburatorista. Purtroppo, di quelli che non hanno saputo prevedere l’avanzata dell’elettronica.
Guido è gay. Probabilmente ha saltato qualche lezione di “Coming out per tutti” visto che non fa altro che ripeterlo.
Il primo giorno di lavoro si è presentato a un collega.
“Ciao, io sono Guido e sono gay”
L’altro, senza fare una piega.
“Ciao, io mi chiamo Luigi e sono del Milan”
“Non mi pare siano due cose posizionabili allo stesso livello”
“Hai mai provato a essere milanista a Fiano Romano? Fidati, non hai idea di cosa significhi essere ghettizzato”.
Lavoriamo con lui da quasi un mese e nessuno indossa ancora boa di struzzo, creato la playlist “Barbra meet Raffaella” nell’Ipod o contagiato con delle onde gay la propria famiglia, trasformandola. Sospetto sia così anche nel resto del mondo, nonostante quanto leggo ogni giorno su facebook. È un novellino, come me, anche lui al primo turno di lavoro qui. Ha fatto l’archivista, lavorato in nero per un geometra, in nero per un magazzino e in nerissimo per un giornale web. È uno dei pochi laureati. Due volte.
“Una è in sociologia però, facciamo che non conta”
Giuseppe è un vitello con quattro punti di barba in faccia, incapace di parlare con la voce sotto al livello di una sirena antiaerea, sfoggia una calata paesana meravigliosa. Vive a casa della ragazza, stanno insieme da tre anni e aiutano i nonni (casa è la loro) con i campi coltivati. Per due settimane si è trasformato in una assurda versione di un Bubba viterbese, solo con i pomodori al posto dei gamberi.
“Ahò, ne sò venuti fòra n’silos, che faccio, l’ho da buttà?”
Gratinati, a pezzetti nel sugo, fatti a pappa, con le patate e tagliati in insalata. Tre giorni fa si è presentato con due teglie di pomodori col riso e costretto tutti a finirli.
“Fateme riportà a casa le teglie piene e la mi’ regazza prima me mena a me e poi ve mena a voi perché nun ve so’ piaciuti, e visto che a me nun me piace da famme menà, meno io a voi così poi lei nun mena a me che… cazzo te ridi che me sò ‘mpicciato? Oh, e si nun me volevo impiccià studiavo da spicciatore”
Stamattina parlavamo di cinema, raccontavo di come Giorgiana avesse confuso Il Signore Degli Anelli con L’Impero Colpisce Ancora. Lui si batte una manona sulla fronte e sentenzia:
“Zitto, l’altro giorno nun me veniva er nome de la nonna de Pierino in Pierino Torna a Scuola, cazzo, ce credi che st’ignoranti nun ce ne stava uno che lo sapeva?”
Ivan ha quattro dita nella mano sinistra. Segheria.
Michela, allergica alla polvere, ha lavorato tre mesi al chiuso di un archivio comunale.
Paolo è calabrese. Tre mesi fa ha lavorato in Toscana, prima ancora è stato in Abruzzo a spostare pietre rinunciando a un contratto di meravigliosi quattro mesi a 700 euro al mese.
“Forse erano pure netti, ma chissenefrega”. In caso di mancato rinnovo, forse in Veneto.
Silvia è la bellezza delle lame al mattino. Gli occhi sfidano pericolosi ma le mani tradiscono una dolcezza che forse non sa nemmeno di avere. Parla muovendole in voli incomprensibili, disegna con le dita codici di geometrie esistenziali. Lei, come tutti, tocca le persone.
Nessuno ha paura di avvicinarsi tanto da arrivare a toccare. In questo piccolo mondo, finalmente torniamo padroni di tutti i nostri sensi.
Ho 47 anni, dicevo.
Due figlie, due mutui, due gatte.
Mi trovo a fare da padre scemo a una trentina di trentenni che sembrano usciti da una versione off italiana di Saranno Famosi. Li sento non azzardare a fare un discorso che vada oltre un limite temporale di trenta giorni, nessuno ha mai parlato di ferie, di montagna o di mare. Solo di speranze. E tutte giravano intorno al lavoro.
Farei.
Non farò.
Madri e padri che li aspettano all’uscita, quando hai una sola macchina in casa devi per forza organizzarti. Si preparano il pranzo da soli stando attenti a cosa mangiano.
Sentire non una, nemmeno due o tre ma quattro volte da quattro persone diverse, dire al telefono
“In qualche modo ne veniamo fuori, dai”.
Quanta energia state mandando sprecata.
Sapete quale sarà stata la causa principale, in caso di mancato rinnovo del contratto?
Essere stati tanto bravi da aver finito in un mese, il lavoro per cui ne erano stati preventivati di più.
E lo sapevano TUTTI.
Avrebbero potuto rallentare. Lavorare con meno intensità. Cosa avrebbero perso? Cosa avrebbero rischiato?
Nulla.
Potevano cullarsi o adagiarsi, lavorare a metà potenza o fermarsi nel momento in cui si fossero resi conto di stare quasi per finire.
Nessuno lo ha fatto.
“Se lavori, lo fai per bene”.
Avete cancellato una generazione per avere una statistica. Doveva essere una ribellione, invece avete voluto solo esibirla.
Choosy sto cazzo.
Possiate voi vivere per sempre.

unassassinofischiettava:

Berlino, sette anni e mezzo fa. 
Stavo parlando con @theuserformerlyknownasscas e mi son ritrovata a pensare a quanto avessi adorato il giro con i ragazzi di BerlinandOut, di quanto mi abbiano trasmesso il senso di silenzio, di vastità, di spazi enormi e memorie sparse in giro per questa città di metallo ed angoli. 
E di angoscia perché lì puoi davvero vedere, entrare dove tante persone hanno perso ogni umanità cercando di sopravvivere con dipinti sui muri e sculture fatte di pane nonostante avessero cibo, perché anche l’anima deve sopravvivere.
In quella città c’è il mio monumento preferito di sempre, non è tra queste foto, è il monumento al rogo dei libri, a Bebelplatz.
È una lastra di vetro nel mezzo della piazza, come se fosse un tombino. Se ci guardi dentro vedi degli scaffali completamente vuoti, privi di qualsiasi pagina. 
Non solo, dopo un po’ ti accorgi che si vede altro: davanti ai ripiani, davanti a quelle sagome bianche completamente spoglie c’è il tuo riflesso sul vetro, la tua ombra che vaga perduta il quel posto. 
Li accanto c’è una targa “Quando i libri vengono bruciati, alla fine verranno bruciate anche le persone” – Heinrich Heine
Ed ecco che il monumento appare nella sua interezza, non è più distante, non è più qualcosa di passato, sei dentro a quel monumento, a quel rogo, a quell’orrore. 

Barconi, cannibali, morti: l’Odissea dei veneti di fine 800

noneun:

curiositasmundi:

Non sceglievano di emigrare: venivano convinti a lasciare case e
proprietà da veri e propri “agenti” che battevano le campagne,
promettendo agli aspiranti coloni terre di latte e di miele, ricchezze,
riscatto. E così alla fine partivano, non prima però di aver venduto
tutto per un biglietto, il lasciapassare per una nuova vita. La realtà
però era ben diversa da quella réclame: le navi erano barconi malandati,
salvati non si sa come dalla demolizione e le mete non certo piane
miracolose e fertili, ma luoghi impervi e inospitali. Che solo i più
fortunati tra l’altro riuscivano a calpestare visto che durante le
traversate oceaniche si moriva. E i primi erano i più deboli: i bambini.

[…]

Oderzo, Francenigo, Codognè e Sacile. Ohibò.

Barconi, cannibali, morti: l’Odissea dei veneti di fine 800