La letteratura internet del “ritorno a casa” è già molto ricca e affollata, quindi rischio sicuramente di aggiungere banalità all’argomento.
Eppure il ritorno è un momento importante, nonostante la temporaneità dell’evento. Sono una persona che ama la tranquillità, eppure vado sempre alla ricerca dell’impatto della novità, pur non sapevo spesso gestirla. Predico la calma, mi faccio investire dalle emozioni e dopo ne pago le conseguenze, pago l’impatto e l’incoerenza.
Da quattro anni e mezzo torno a casa un paio di volte l’anno, in media. Programmare il ritorno, ritornare e ricordare il ritorno sono tre momenti molto diversi. La programmazione è pura gioia, è attesa e trepidazione. Con gli anni la trepidazione cala, l’attesa pure, la programmazione porta sempre una certa felicità. Vivo benissimo il distacco: a Milano mi trovo bene e posso dire di essermi ambientato, eppure toccare con mano quello che hai lasciato e che hai la fortuna, ancora, di riprendere, non è da poco. È un’occasione di fare un passo indietro, di muoversi tra due stazioni.
Soprattutto per me, che amo fare il turista. La condizione stabile del turista è di comodo, inutile nascondersi dietro un dito. Sono turista a Milano, sono turista a casa di mia madre. Faccio foto a posti che ho visto mille volte, mangio con voracità piatti che ho mangiato fino alla nausea. La stessa cosa che faccio a Milano. Bisogna però ammettere che il mestiere del turista, sebbene portatore di scoperte, è un mestiere comodo, in quanto garantisce il distacco. Il distacco che per me è cifra vitale e costante. Il distacco mi salva, mi fa respirare. Lo sa la mia famiglia, lo sanno i miei amici, il mio fidanzato. Mi allontano, solo solo una presenza fisica. Ho bisogno del mio cortile pieno di alberi alti, altissimi. È una mia debolezza? Non mi basta coprirmi di armature, ho bisogno di lasciare fuori le persone, dell’atto fisico di chiudere a chiave la porta.
Stavolta il ritorno a casa lo sto vivendo con molta difficoltà. Non posso più fare a meno di osservare le differenze, come nel gioco della settimana enigmistica. Chi “va fuori” è visto spesso come spocchioso. Chi va a vivere in un’altra città è visto spesso dagli indigeni come provinciale. Questo non mi dà fastidio. La posizione di mezzo sposa benissimo quella del turista, quindi vivo tranquillo. Ma ciò che più mi dà da pensare è lo stato delle cose. Il turista ha una compito: l’osservazione. L’osservatore è a volte invadente, giudicante: la sua presenza altrimenti volatile si afferma con forza e potenza. Ma quando si tocca terra, l’atterraggio non è privo di scossoni.
Vedo le persone lontane, ferme, che ripetono sempre gli stessi indovinelli. Sono come dei carillon che si danno la carica da soli. Bisogna entrare nella loro cantilena per avere una possibilità di dialogo. Sarà una esagerazione, saranno solo le persone con le quali ho a che fare, ma per me, questa volta, è così. Ogni volta che questo succede, penso alla canzone “Bene” di De Gregori. A un certo punto canta “mia madre è sempre lì che si nasconde dietro i muri e non si trova mai”. Mi sembra di non conoscere più le coordinate geografiche. Forse è l’inevitabilità del distacco, forse sarà sempre peggio, ma sarebbe sciocco negare l’evidenza: questa volta mi sembra di non avere un posto, nonostante il calore solito del benvenuto e l’accoglienza delle frittelle coi fiori di zucchina.
La casa è cambiata, me ne accorgo vedendo tutto da fuori e da dentro. I mobili non sono più al loro posto, le persone sono sempre più accartocciate. Non mi spaventa l’inevitabilità, l’ho sempre accolta con filosofia. Eppure questa volta provo fatica.
Uno è disposto a prendere secchiate d’acqua per mesi, freddo, caldo torrido, bonaccia, tempeste… tutto per un momento some questo: 20 minuti di godimento puro.
Ecco qui una descrizione parziale, faziosa e totalmente inutile del primo matrimonio polacco – ucraino di rito greco cattolico a cui ho partecipato, incidentalmente da sposo.
Per un matrimonio purgc servono: due sposi, una chiesa, un prete, cibo q.b., invitati q.b., una lochèsciön, una band.
E tanta vodka.
Far arrivare gli invitati presso aeroporto internazionale di preferenza e cementificare lo spirito di gruppo stipandoli in bus in viaggi stradali non inferiori alle 3 ore.
La cucina e l’alcool polacchi allevieranno le sofferenze dei viaggiatori all’arrivo.
Pregare – se credenti – che nessuno si perda/venga arrestato/ricoverato in coma etilico.
Ricevere la benedizione della mamma della sposa, assieme ai testimoni, ai genitori dello sposo, al padrino e alla madrina e ai parenti più stretti tutti in piedi in una doppia d’hotel.
Commuoversi alla commozione dei genitori.
Essendo il matrimonio al pomeriggio, fare sessione fotografica all’ora di pranzo con tanto di anelli.
Andare in chiesa. Ascoltare il prete in idioma incomprensibile fatta eccezione per le parti in inglese.
Entrare celibi, uscire sposati.
Tornare in hotel.
Brindare con la vodka lanciando dietro i bicchieri.
Condividere l’imbarazzo per iniziare a mangiare prima della preghiera del sacerdote.
A livello personale: bere e sudare. Mangiare e sudare. Ballare e sudare.
Torta nuziale alle 22.
Ringraziamenti ai genitori alle 24.
Giochi nuziali cinque minuti dopo.
Ingresso trionfale di Umberto Smaila in fiamme* alle ore 01.00.
Vedere gli italiani cedere uno dietro l’altro rispetto ai polacchi tipo “Dieci piccoli indiani”.
Chiudere tutto alle 04.15.
Massimo rispetto per gli invitati costretti a ripartire via bus alle 06.30 causa orari aeroportuali.
Uno dei matrimoni più divertenti, incredibili e devastanti a cui abbia mai partecipato.
*maialino flambè a cui è stata assegnata identità famosa per creare suspance tra gli invitati.
Al maiale è seguita 45 minuti dopo della zuppa di manzo.
I matrimoni slavi annientano quelli meridionali.
Raramente ho visto qualcuno soffrire come @kon-igi durante un’ora e mezza di messa cantata in ucraino.
Gli slavi hanno quella leggera propensione alla dieta liquida a base di vodka che da una marcia in più. Forse entro stasera mi riprendo…
Alla lista di @3nding aggiungerei la signora che ci ha tradotto in italiano tutti i festeggiamenti, Bobby Solo in sottofondo nel bus delle 7 il giorno dopo (per alcuni il giorno stesso) e riguardo quella cosa sui matrimoni meridionali, visto che ho bazzicato per un po’ nel profondo sud, non posso che accettare/confermare la sconfitta
Io non mi sono ancora ripreso dopo un giorno. Continuo a voltarmi per vedere se qualcuno sta cercando di passarmi della vodka da far girare a mo’ di grolla dell’amcizia. Tipo i militari che ritornano dalla guerra in pieno PTSD e sobbalzano a ogni porta sbattuta.
Comunque la mattina dopo alle 6 e’ stato abbastanzina un trauma riuscire ad arrivare in stazione. Ho tipo sbagliato strada tre volte per fare 300 metri a piedi.
Whoa guys, I just got a wild idea. I’m just putting this out there…
what if it can fold up to fit inside?
WHOA LOOK AT THAT IT CAN FOLD IN HALF TO FIT INSIDE THE LM AND THEN ALL THEY HAVE TO DO WHEN THEY GET TO THE MOON IS PULL THIS THING TO UNFOLD IT AND GET IT OUT AT THE SAME TIME THIS IS SO CLEVER I’M S H O O K
yes we can
THERE WAS A SHOW CALLED MOON MACHINES THAT DID AN ENTIRE ONE HOUR EPISODE ON THE LUNAR ROVER! IT WASN’T SUPPOSED TO EXIST BUT THEN SOMEONE REALIZED THERE WAS A TINY WEDGE SPACED VOID BETWEEN THE LANDING STRUTS THAT COULD FIT A TINY SOMETHING! A PAIR OF FORD EMPLOYEES FIGURED OUT HOW TO ORIGAMI DECEPTICON A TINY CAR INTO THAT SHIT AND USED A GI JOE TOY TO BUILD A MODEL VERSION THAT THEY RC DROVE INTO WERNER VON BRAUN’S OFFICE!
Sorry for the all caps, but the lunar rover is honestly one of the coolest fucking engineering accomplishments of all time and deserves to be recognized as such.
“We’ve got a tiny space, we might be able to fit something extra in on the descent ship.”
“…Hey, wouldn’t it be fucking sweet if they had a moon go-kart that folded up?”
“IT FUCKING WILL BE SWEET BECAUSE IT’S GOING TO HAPPEN NOW”
I always love how badly moon truthers underestimate the reality of the Apollo program.
Sui regionali polacchi non vigono le leggi dell’uomo, vige la selezione naturale.