Si sta avvicinando la fine del mese. Se per molti è tempo di rientro dalle vacanze, di cartellini da timbrare, uffici da rivedere, negozi da riaprire, c’è chi si augura di continuare a farlo.
Perché non ha fatto altro durante l’estate. per fortuna.
Mi piace davvero il mio lavoro.
i primi giorni ero convinto fosse una ferrea direttiva aziendale: chi fosse stato sorpreso a incrociare un collega o una persona qualsiasi all’interno dell’azienda, e non avesse salutato sorridendo, sarebbe stato ricoperto di pece e piume. Poi ho visto essere una cosa sentita e normale.
Facciamo un lavoro strano, ripetitivo e con un livello di specializzazione di poco superiore allo sbucciatore di banane o ad un tecnico riparatore di Betamax, possiamo abbrutirci o fregarcene e sentirci tutti amici.
La seconda che hai detto.
È bello arrivare e sentirsi salutare, chiedere come stai e correre il rischio di rispondere, contraddicendo chi canta non sia previsto. Se non ti hanno salutato, tornano e lo fanno.
Lo fanno chiamandoti per nome.
Con la voce di chi vorrebbe anche bere una cosa insieme.
Ho 47 anni. In questa ditta, persone della mia età stanno in magazzino o calzano le Hogan, non stanno ai tavoli della bassa manovalanza.
Sono un’eccezione.
Grazie a Gundam, ma è una storia ormai vecchia.
Questa volta non devo nemmeno essere per forza il giullare, il posto è meravigliosamente occupato da un ragazzo a metà tra Grignani sobrio e Antonacci ubriaco, io posso intervenire coi miei tempi e portare a casa il risultato. Con calma. Come detto prima.
L’età media è intorno ai trent’anni.
Ricordo i tempi in cui i trentenni tornavano dopo aver girato l’Europa e l’America ed erano stanchi, avevano voglia quindi di fermarsi, posando giacca e cappello. Quando ero piccolo, i trentenni erano la forza trainante del paese, le energie giovani, spesso sfruttate dai vecchi babbioni, ma portatori di idee nuove.
Mi guardo intorno ora, in questa giornata strana di fine mese.
Antonio, che dice di essere diventato uomo dopo aver visto Malena, pizzetto pigro e capelli corti tagliati da solo, mangia da un portapranzo che ha visto tre guerre mondiali, la prima combattuta con ossa e bastoni. È al secondo rinnovo di un mese, ha lavorato in questa ditta anche otto mesi fa, in questo intervallo ha spaccato legna con un cugino, passato per l’inevitabile call center che non l’ha pagato e provato a vedere Folletto. Vive con i genitori ed è fidanzato da quattro anni con una supplente di cinque anni più grande.
“Se ogni tanto me fa da mamma, ce po’ stà, no?”
Chiara, capelli corti e ciuffo biondastro. Ha un sorriso capace di abbattere missili nordcoreani al volo ma, per qualche motivo comprensibile solo a lei, quando lo fa esplodere lo nasconde con la mano. È magra e mangia spesso frutta, che offre a tutti anche se poca. Anche lei con il contratto in scadenza tra pochi giorni, anche lei ha lavorato per questa ditta da settembre a dicembre dello scorso anno. A gennaio era stata chiamata da Parma per un contratto di sei mesi, arrivata lì, il contratto è stato trasformato in un mese solo.
“Ormai ero lì, che dovevo fare?”
Armi, bagagli, speranze di aver trovato finalmente almeno sei mesi al sole.
Sei mesi.
Una felicità insperata. Per sei mesi.
Lo raccontava senza emozione apparente, non era nemmeno incazzata.
Succede.
Succederà.
Roberta, i primi giorni mi chiedevo come mai una ragazza così carina si truccasse tanto. Poi l’ho vista arrivare ogni giorno con dei colori diversi, sfumature in più punti, il viso si sfina, mette in risalto gli occhi o li delinea, le guance sembrano diminuire di volume per poi riprendere la pienezza.
Ha come salvaschermo del telefonino una sua foto col ragazzo mentre si baciano, si sono conosciuti in questa azienda, tra un turno e l’altro.
La chiamano tutti e a tutti risponde. Ha fatto l’estetista, ovviamente, manicure, tolettatrice, ha preso gli immancabili vaffanculo chiedendo al telefono chi fosse il titolare delle utenze, il padre è carburatorista. Purtroppo, di quelli che non hanno saputo prevedere l’avanzata dell’elettronica.
Guido è gay. Probabilmente ha saltato qualche lezione di “Coming out per tutti” visto che non fa altro che ripeterlo.
Il primo giorno di lavoro si è presentato a un collega.
“Ciao, io sono Guido e sono gay”
L’altro, senza fare una piega.
“Ciao, io mi chiamo Luigi e sono del Milan”
“Non mi pare siano due cose posizionabili allo stesso livello”
“Hai mai provato a essere milanista a Fiano Romano? Fidati, non hai idea di cosa significhi essere ghettizzato”.
Lavoriamo con lui da quasi un mese e nessuno indossa ancora boa di struzzo, creato la playlist “Barbra meet Raffaella” nell’Ipod o contagiato con delle onde gay la propria famiglia, trasformandola. Sospetto sia così anche nel resto del mondo, nonostante quanto leggo ogni giorno su facebook. È un novellino, come me, anche lui al primo turno di lavoro qui. Ha fatto l’archivista, lavorato in nero per un geometra, in nero per un magazzino e in nerissimo per un giornale web. È uno dei pochi laureati. Due volte.
“Una è in sociologia però, facciamo che non conta”
Giuseppe è un vitello con quattro punti di barba in faccia, incapace di parlare con la voce sotto al livello di una sirena antiaerea, sfoggia una calata paesana meravigliosa. Vive a casa della ragazza, stanno insieme da tre anni e aiutano i nonni (casa è la loro) con i campi coltivati. Per due settimane si è trasformato in una assurda versione di un Bubba viterbese, solo con i pomodori al posto dei gamberi.
“Ahò, ne sò venuti fòra n’silos, che faccio, l’ho da buttà?”
Gratinati, a pezzetti nel sugo, fatti a pappa, con le patate e tagliati in insalata. Tre giorni fa si è presentato con due teglie di pomodori col riso e costretto tutti a finirli.
“Fateme riportà a casa le teglie piene e la mi’ regazza prima me mena a me e poi ve mena a voi perché nun ve so’ piaciuti, e visto che a me nun me piace da famme menà, meno io a voi così poi lei nun mena a me che… cazzo te ridi che me sò ‘mpicciato? Oh, e si nun me volevo impiccià studiavo da spicciatore”
Stamattina parlavamo di cinema, raccontavo di come Giorgiana avesse confuso Il Signore Degli Anelli con L’Impero Colpisce Ancora. Lui si batte una manona sulla fronte e sentenzia:
“Zitto, l’altro giorno nun me veniva er nome de la nonna de Pierino in Pierino Torna a Scuola, cazzo, ce credi che st’ignoranti nun ce ne stava uno che lo sapeva?”
Ivan ha quattro dita nella mano sinistra. Segheria.
Michela, allergica alla polvere, ha lavorato tre mesi al chiuso di un archivio comunale.
Paolo è calabrese. Tre mesi fa ha lavorato in Toscana, prima ancora è stato in Abruzzo a spostare pietre rinunciando a un contratto di meravigliosi quattro mesi a 700 euro al mese.
“Forse erano pure netti, ma chissenefrega”. In caso di mancato rinnovo, forse in Veneto.
Silvia è la bellezza delle lame al mattino. Gli occhi sfidano pericolosi ma le mani tradiscono una dolcezza che forse non sa nemmeno di avere. Parla muovendole in voli incomprensibili, disegna con le dita codici di geometrie esistenziali. Lei, come tutti, tocca le persone.
Nessuno ha paura di avvicinarsi tanto da arrivare a toccare. In questo piccolo mondo, finalmente torniamo padroni di tutti i nostri sensi.
Ho 47 anni, dicevo.
Due figlie, due mutui, due gatte.
Mi trovo a fare da padre scemo a una trentina di trentenni che sembrano usciti da una versione off italiana di Saranno Famosi. Li sento non azzardare a fare un discorso che vada oltre un limite temporale di trenta giorni, nessuno ha mai parlato di ferie, di montagna o di mare. Solo di speranze. E tutte giravano intorno al lavoro.
Farei.
Non farò.
Madri e padri che li aspettano all’uscita, quando hai una sola macchina in casa devi per forza organizzarti. Si preparano il pranzo da soli stando attenti a cosa mangiano.
Sentire non una, nemmeno due o tre ma quattro volte da quattro persone diverse, dire al telefono
“In qualche modo ne veniamo fuori, dai”.
Quanta energia state mandando sprecata.
Sapete quale sarà stata la causa principale, in caso di mancato rinnovo del contratto?
Essere stati tanto bravi da aver finito in un mese, il lavoro per cui ne erano stati preventivati di più.
E lo sapevano TUTTI.
Avrebbero potuto rallentare. Lavorare con meno intensità. Cosa avrebbero perso? Cosa avrebbero rischiato?
Nulla.
Potevano cullarsi o adagiarsi, lavorare a metà potenza o fermarsi nel momento in cui si fossero resi conto di stare quasi per finire.
Nessuno lo ha fatto.
“Se lavori, lo fai per bene”.
Avete cancellato una generazione per avere una statistica. Doveva essere una ribellione, invece avete voluto solo esibirla.
Choosy sto cazzo.
Possiate voi vivere per sempre.

unassassinofischiettava:

Berlino, sette anni e mezzo fa. 
Stavo parlando con @theuserformerlyknownasscas e mi son ritrovata a pensare a quanto avessi adorato il giro con i ragazzi di BerlinandOut, di quanto mi abbiano trasmesso il senso di silenzio, di vastità, di spazi enormi e memorie sparse in giro per questa città di metallo ed angoli. 
E di angoscia perché lì puoi davvero vedere, entrare dove tante persone hanno perso ogni umanità cercando di sopravvivere con dipinti sui muri e sculture fatte di pane nonostante avessero cibo, perché anche l’anima deve sopravvivere.
In quella città c’è il mio monumento preferito di sempre, non è tra queste foto, è il monumento al rogo dei libri, a Bebelplatz.
È una lastra di vetro nel mezzo della piazza, come se fosse un tombino. Se ci guardi dentro vedi degli scaffali completamente vuoti, privi di qualsiasi pagina. 
Non solo, dopo un po’ ti accorgi che si vede altro: davanti ai ripiani, davanti a quelle sagome bianche completamente spoglie c’è il tuo riflesso sul vetro, la tua ombra che vaga perduta il quel posto. 
Li accanto c’è una targa “Quando i libri vengono bruciati, alla fine verranno bruciate anche le persone” – Heinrich Heine
Ed ecco che il monumento appare nella sua interezza, non è più distante, non è più qualcosa di passato, sei dentro a quel monumento, a quel rogo, a quell’orrore. 

Barconi, cannibali, morti: l’Odissea dei veneti di fine 800

noneun:

curiositasmundi:

Non sceglievano di emigrare: venivano convinti a lasciare case e
proprietà da veri e propri “agenti” che battevano le campagne,
promettendo agli aspiranti coloni terre di latte e di miele, ricchezze,
riscatto. E così alla fine partivano, non prima però di aver venduto
tutto per un biglietto, il lasciapassare per una nuova vita. La realtà
però era ben diversa da quella réclame: le navi erano barconi malandati,
salvati non si sa come dalla demolizione e le mete non certo piane
miracolose e fertili, ma luoghi impervi e inospitali. Che solo i più
fortunati tra l’altro riuscivano a calpestare visto che durante le
traversate oceaniche si moriva. E i primi erano i più deboli: i bambini.

[…]

Oderzo, Francenigo, Codognè e Sacile. Ohibò.

Barconi, cannibali, morti: l’Odissea dei veneti di fine 800

The Ufficio.

yomersapiens:

Da qualche tempo c’è una nuova collega in ufficio. Se prima eravamo in due, adesso siamo in quattro*. Una folla quasi per i miei standard. Con la vecchia collega mi ero oramai abituato: ci salutavamo la mattina, un po’ di conversazione e poi indossavo le cuffie e via verso il mio lavoro senza bisogno di parlare ulteriormente. Ma adesso le cose si complicano. Adesso le colleghe sono due e sono molto simili tra loro perché entrambe madri.
Una regola non scritta prevede che quando due madri si incontrano sul posto di lavoro, gli argomenti di conversazione devono ruotare attorno a dove il figlio ha deciso di fare la pipì durante la notte. Succedeva anche prima, niente in contrario, mi sta bene ascoltare, poi però subentravano le cuffiette e io mi salvavo. Adesso i discorsi sono moltiplicati per due ed è difficile allontanarmi. Durante le pause pranzo quindi mi trovo a fissare il piatto cercando di pensare ad altro.
Oggi ha vinto il tema “Non capisco perché la società ritenga sbagliato che mio figlio mi baci sulla bocca”. “Una madre deve poter baciare il proprio figlio sulla bocca finché lui lo vuole”. “All’asilo da mio figlio lo hanno fermato perché baciava anche gli altri bimbi sulla bocca e gli hanno insegnato che è sbagliato e adesso lui non mi vuole più baciare”.
Io mangio. Sto zitto. Penso al mio posto felice, il mare che mi bagna i piedi, il sole che mi scalda, una bevanda fresca in mano. Poi però succede, è inevitabile.
– Matteo! Secondo te è sbagliato che un figlio baci la propria madre sulla bocca?
– Boh. Cioè. Non so. No, non credo. Mia madre anche lo faceva e non avevo nulla in contrario. Finché non ha iniziato a metterci la lingua ecco lì l’ho dovuta fermare.

Sono un ottimo generatore di silenzio.
È che non so come rapportarmi con chi ha figli. Cioè, non ho nulla in contrario. Trovo i bambini adorabili e i genitori esseri umani molto coraggiosi. Solo che non li capisco, dai, è come prendere una cosa bella e rovinarla perché la vuoi fare seriamente. Il sesso è bellissimo ma loro no, devono usarlo per quello per cui è concepito: concepire. Mi ricorda tanto quando ero piccolo e andavo nel cortile sotto casa a giocare a calcio ed era bello perché tiravi calci al pallone e qualcuno si metteva in porta e tu ti divertivi e perdevi il conto di quanti gol avevi fatto finché non arrivava lui, che chiameremo Gigetto (perché tutti abbiamo avuto un personaggio simile nella nostra infanzia). Arrivava Gigetto vestito di tutto punto con i pantaloncini di marca e le scarpe con i tacchetti e la palla buona e iniziava a dare ordini, fare squadre, decidere regole e tenere punteggi. Fino ad un attimo prima ti stavi divertendo nel tuo spensierato essere leggero e poi arrivava Gigetto a rompere il cazzo. Stessa cosa chi fa figli. Il tuo sforzo è davvero lodevole, ma insomma, io preferisco ancora fare due tiri tanto per divertirmi, se faccio gol è indifferente, se vinco pure. Anche se qualcuno gioca con me è indifferente e mi ritrovo a dover far tutto da solo con le mani. Ma questa è un’altra storia.
Insomma adesso per sopravvivere ho escogitato un sistema di coinvolgimento che fa credere alle colleghe che io sia interessato ai loro discorsi, ma che al tempo stesso fa capire che non è una grande idea inserirmi.
Ecco alcune domande che pongo casualmente a seconda di come mi sento.
– Preferiresti che tu figlio da grande venga messo in carcere per qualcosa di serio tipo omicidio oppure per frode fiscale o furto?
– Se tuo figlio dovesse andare nello spazio, saresti orgogliosa di lui se fosse il primo uomo documentato ad aver avuto sesso con un alieno?
– Quale preferiresti fosse l’idolo di tuo figlio tra Goebbels e Mengele?
– Se dovessi smarrire tuo figlio in un supermercato, ti accontenteresti di ricevere in cambio due figli qualunque oppure cercheresti nuovamente lo stesso?
– Queste nuove generazioni con i telefonini sempre in mano, a che età pensi che lascerai a tuo figlio la possibilità di masturbarsi usando il tuo cellulare?
– Vorresti che tuo figlio avesse un altro colore della pelle? Così, per dare un tono etnico alla casa.
– Hai mai pensato di inserire sul testamento la clausola “riceverai i soldi solo se ti farai seppellire vicino a me dopo la mia morte”?
Devo dire che funziona. Non vengo inserito più in nessuna conversazione!
Ovviamente tutto sarà rimandato a quando anche io avrò dei bambini ma tanto, finché non li mettono in vendita con l’opzione consegna a casa su Amazon, non corro il rischio.

*del quarto collega parlerò prossimamente, non temete.