thec8h10n4o2:

cartofolo:

Insegnare a leggere ai propri figli.

Mmh…

Premesso che a me leggere e’ sempre piaciuto (leggevo le favole di Luigi Capuana e i libri di Giulio Verne con la torcia, nascosto sotto le coperte, dopo che mamma spengeva la luce e diceva che era ora di dormire), questi mezzucci mi sembrano molto controproducenti. La passione per la lettura si stimola con la curiosita’, non coi trucchetti.

Poi a parte il colore del vestito che si vede dalla copertina, se l’avesse fatto a me, piuttosto che dargliela vinta avrei perso due mesi a studiare gli attacchi a dizionario e bruteforce per craccare l’algoritmo di protezione.

masuoka:

@tanadelgigante

Si tratta del sismoscopio ideato e realizzato da Zhang Heng (lo scienziato cinese vissuto al tempo della dinastia Han, che regnò dal 206 a.C. al 220 d.C.).
Tuttavia, il sismoscopio di Zhang Heng non può essere considerato un “sistema di allerta precoce”: esso era uno strumento atto solo a segnalare un terremoto (appena accaduto), ma non a misurarne o registrarne le caratteristiche. Al massimo, quindi, può essere considerato come una sorta di precursore (assai semplificato)  del sismografo moderno.

Come funzionava? 
Il sismoscopio, a forma di un uovo, aveva otto teste di drago poste alla stessa distanza tra loro. Ogni testa conteneva una pallina di rame in bocca. Quando si verificava un terremoto, la pallina di rame cadeva dalla bocca del drago nella bocca della rana posta direttamente al di sotto della bocca del drago.
Secondo fonti dell’epoca, il sismoscopio di Zhang Heng riuscì a rilevare un terremoto verificatosi nel 138 d.C. a Gansu, a 600 km di distanza dalla capitale, indicandone la direzione (ovest).
Lo strumento originale è andato perduto: quello che vediamo nella foto è una riproduzione.

[Per approfondimenti: qui]

Lo sguardo negato – Storia di Vera Caslavska

spettriedemoni:

sabrinaonmymind:

Nella seconda metà degli anni Sessanta diventa un personaggio di
copertina sulle riviste patinate e la sua fama avvicina quella di una
diva del cinema. In quel 1968 viene nominata la seconda donna più
celebre al mondo, dopo Jacqueline Kennedy.
Prima delle Olimpiadi, a causa dell’invasione della Cecoslovacchia da
parte delle truppe del Patto di Varsavia, Vera Caslavska si schiera a
favore delle riforme liberali tentate da Alexander Dubcek e firma il
manifesto anticomunista “Duemila Parole”.
Quando i russi, ad agosto, soffocano la “Primavera di Praga” e riprendono il controllo del suo paese, le cose per lei e tutti i dissidenti cambiano rapidamente in peggio.
Il campionissimo Emile Zatopek,
la locomotiva umana, uno dei più grandi fondisti della storia dello
sport, nonostante si sia ritirato da tempo viene relegato in una miniera
di uranio.
Vera è vista molto male dal nuovo-antico regime e la sua partecipazione
alle Olimpiadi di ottobre è in fortissimo dubbio. E così, mentre le
temibili atlete russe sono già in Messico ad acclimatarsi, lei è ancora
in Cecoslovacchia: temendo l’arresto e qualche forma di esilio, si è
nascosta nel cottage di un amico, nella campagna della Moravia dove è
nata, allenandosi con il sollevamento di sacchi di patate e con ogni
altro mezzo possibile.
“Mi appendevo agli alberi, facevo esercizi a corpo libero sul prato
davanti a casa, mi procuravo calli sulle mani spalando carbone”.
Solo che Vera Caslavska è anche una celebrità ed è complicato non farla
partire per le Olimpiadi, sarebbe troppo clamoroso perfino per il nuovo
regime guidato da Gustav Husak, che ha il compito di far digerire alla
popolazione la fine delle speranze liberali e il ritorno all’influenza
russa.
Quando arriva l’autorizzazione a partecipare alle Olimpiadi, Vera parte
per il Messico senza essersi allenata in palestra o aver seguito
programmi specifici per abituarsi al clima d’altura, con il rischio
altissimo di trovarsi fuori condizione.
Eppure infila uno dietro l’altro una serie di successi clamorosi: oro
nel concorso individuale, oro nel volteggio, oro nelle parallele.
Alla trave, invece, un contestato giudizio la fa arrivare seconda dietro la russa Kuchinskaya.
Ancora più incredibile è quanto accade nella gara del corpo libero. Alla
fine delle esibizioni Vera sembra nettamente la vincitrice, poi la
giuria, pare su pressione del membro russo, prende una decisione quasi
senza precedenti e va inspiegabilmente ad aumentare il voto delle
qualificazioni della russa Larik, che si ritrova avanzata di posizione e
diventa anche lei oro, a pari merito con la Caslavska.
Durante entrambe le premiazioni il momento più solenne è quello in cui vengono suonati gli inni nazionali. È in
questo momento che Vera compie il gesto che segna la sua storia e anche
quella dello sport: quando deve ascoltare l’inno russo china la testa e
rifiuta di guardare la bandiera con la falce e martello che rappresenta
gli invasori del suo paese.
Lo fa già durante la premiazione della Kuchinskaya, vincitrice della
trave, quando Vera occupa il secondo posto sul podio. Ma è nella
premiazione della Larik, con cui divide il gradino più alto e l’oro, che
l’immagine arriva nelle case di tutti gli spettatori, nitida,
potentissima: la bandiera cecoslovacca che sale insieme con quella
russa, le due atlete spalla a spalla e Vera Caslavska che china la testa
e gira con dolorosa grazia il suo viso, senza degnare del suo sguardo
la bandiera russa.
È la rappresentazione plastica di un dissenso. È una scena muta che vale
più di migliaia di proclami. Come Smith e Carlos hanno alzato i pugni
per rappresentare al mondo la segregazione di cui i neri sono vittime in
America, così Vera Caslavska gira il viso e non onora la bandiera del
paese che schiaccia il suo popolo.

«Quando le chiedono perché non abbia mai rinnegato la sua scelta di
contestazione risponde: “Se avessi rinnegato quel manifesto e quella
speranza, la gente che credeva nella libertà avrebbe perduto fiducia e
coraggio. Volevo che conservassero almeno la speranza’.»

Lo sguardo negato – Storia di Vera Caslavska

Contro l’agricoltura di una volta

thec8h10n4o2:

kon-igi:

gigiopix:

Capisco, l’equazione naturale buono vs macchina cattiva  sgorga sì
spontanea, ma è sbagliata, davvero. In genere per smontare la suddetta,
noi tristi tecnici cerchiamo di spiegare che prima di tutto la natura
non pensa a noi. Il melo non fa le mele per me. Non ci pensa proprio. Al
massimo fa le mele affinché gli orsi mangiando il frutto disseminino i
semi. Insomma, il melo fa le mele perché pensa a riprodursi.

@kon-igi, @pgfone, @thec8h10n4o2

Te la butto lì da non addetto ai lavori come @pgfone ma da miserrimo ortista della domenica: una volta da una fiera agricola ho comprato delle piantarole di non so quale cazzo di varietà di pomodoro salvata da una tomba etrusca, portata in Groenlandia da un monaco miniaturista del 13° secolo, sottratta come bottino dai saraceni e piantata in Egitto dove poi era stata recuperata dal bisnonno di questo tizio durante la campagna d’Africa.

I pomodori erano buoni ma ne ho mangiati due prima che la pianta soccombesse alla marcescenza apicale, alla peronospora, al mosaico, allo ioidio, alla muffa grigia e alla siccità.

Quindi ben vengano le semenze conciate ogm e le piantarole con innesti cibernetici cosparse di nanobot laser insetticidi.

È mezzanotte e mi sembra giusto ragionare di zolle e trattori.
Se si parla di
agricoltura italiana o in generale del buon vecchio clima temperato
non si può essere che d’accordo con l’autore dell’articolo, oltretutto mira a
porre un freno all’imbarazzante folklore alimentare che programmi
tv e pubblicità diffondono impunemente, cosa, ovviamente, buona e
giusta.
Ma questo articolo è
valido per ogni economia o zona climatica della Terra? 
No. E se state pensando: “Sì, ma che mi frega di altre zone?” vi faccio subito un esempio.

Il Sahel va molto
di moda in questi giorni e immagino sappiate in che stato è. A
ridurlo così sono stati i confini degli Stati istituiti dopo la II Guerra
Mondiale che hanno portato al sovrapascolo e l’agricoltura intensiva
dagli anni ‘70 in poi che ha portato alla desertificazione del territorio
(il perché l’ho spiegato qui). E la cosa triste è che ora stanno
facendo lo stesso identico errore in Kenya, per cui non è manco un
discorso di arretratezza tecnologica di allora, è proprio un sistema agricolo
sbagliato. Quindi ok spiegare alla gente come si riesce a mangiare
tutti, ma è sempre bene dare un contesto quando si parla di
agricoltura perché non esiste una regola generale. Fra
qualche anno, per dire, i contadini della Sicilia parleranno più con quelli
californiani che con i loro connazionali della Pianura Padana, perché
avranno gatte da pelare diverse. 

Per quanto riguarda
gli OGM, poi, siamo praticamente al medioevo. Ancora ‘sti poveri
cristi di giornalisti devono perdere tempo a scrivere che gli OGM non
sono la prosopopea del Male quando potrebbero spiegare che tecnologia
è, come e dove va usata, i pro, i contro… un po’ come fanno su
Quattroruote, ma per gli agricoltori.    

@gigiopix 

Contro l’agricoltura di una volta

Riflessioni – di Raffaele Langone: TERREMOTO. Sistema di pre – allarme sismico made in Basilicata

masuoka:

tralserioeilfaceto:

Ciao @masuoka, cosa ne pensi?

L’articolo non è recentissimo, ma l’argomento è di stretta attualità. C’è qualche aspetto controverso (Martelli a suo tempo smentì quelle dichiarazioni, perché un discorso più articolato era stato banalizzato per fare il titolone giornalistico). Le altre notizie sono un po’ frammentarie, ma proviamo comunque a mettere un po’ di ordine nella discussione.

Nel campo sismico i sistemi di early warning sono studiati da tempo. Quando si parla di

early warning sismico (EWS), occorre però fare alcune doverose precisazioni: non si parla di sistemi in grado di fornire un’allerta precoce (come nel caso delle eruzioni vulcaniche o degli tsunami), ma solo un preavviso di pochi secondi (10-20), subito dopo – comunque – che l’evento si è già verificato. Quindi, non si tratta di sistemi che permettono di prendere provvedimenti come

l’evacuazione della popolazione, ma possono comunque supportare l’attivazione di dispositivi automatici a salvaguardia di strutture e infrastrutture di particolare rilevanza.  .
Proviamo a vedere come funzionano i sistemi di EWS. L’energia rilasciata da un terremoto si propaga principalmente attraverso due tipi di onde: 

– le onde primarie o longitudinali (P), che si propagano con velocità dell’ordine di circa 5-7 km/s:

– le onde secondarie o trasversali (S), che si propagano più lentamente delle onde P (circa 3-5 km/s):

Le onde P possono essere utilizzate per avere informazioni sull’evento sismico appena verificatosi localizzazione, magnitudo, ecc.). Le onde S viaggiano più lentamente delle P, ma sono più distruttive. Il principio su cui si basa l’EWS è quello di “capire” le caratteristiche del terremoto (tramite le onde P), prima che arrivino le onde S (quelle più distruttive): quanto più rapidamente un EWS è in grado di fare ciò, tanto più rapidamente può lanciare un allarme (alert). Ovviamente, quanto più è distante l’area oggetto di attenzione (sito sensibile, impianto industriale, infrastruttura critica, etc.) dalla sorgente del terremoto, quanto più tempo si avrà a disposizione per attuare misure di allaerta. Attenzione, però: parliamo di tempi dell’ordine dei secondi (10 o 20 nei casi migliori), come è possibile vedere nel grafico riportato nella figura sottostante:

Onde P e S nel segnale di accelerazione al suolo prodotto da un terremoto (sinistra) e tempo disponibile in funzione della distanza per l’early warning di locale (destra).

[source: Manfredi & Iervolino, 2012]

Cosa può consentire di fare, dunque, un sistema di EWS?

Attraverso i sistemi di EWS è possibile, in linea di principio, fermare le operazioni chirurgiche negli ospedali, rallentare treni per evitare che incontrino tratti di rotaia danneggiati dal sisma col rischio di deragliamento, avvisare gli aerei in modo da posticiparne le fasi di decollo o atterraggio, interrompere la distribuzione di sostanze infiammabili (come il gas urbano) che possono innescare incendi a seguito di danni alle tubazioni, o ancora, avvisare operai in officine perché interrompano attività produttive pericolose e gli scolari perché si proteggano sotto ai banchi. Tutte queste azioni di sicurezza sono relativamente semplici eppure molto efficaci e, sebbene non intervengano direttamente sulla vulnerabilità delle strutture, possono significativamente limitare le conseguenze di un evento sismico. 

[…] se un sensore di onde sismiche è in prossimità della sorgente del terremoto, una volta riconosciuto un sisma pericoloso, può lanciare l’allarme a un sito lontano sfruttando le onde radio, che viaggiando alla velocità della luce, sono centomila volte più veloci delle onde sismiche garantendo quindi un tempo di allerta ancora maggiore. In questo caso il sistema di EWS deve essere formato da una rete di sensori disposta come una barriera tra le possibili sorgenti dei terremoti e la struttura da proteggere. Il problema di questi sistemi è che ogni struttura da proteggere richiede una rete sismica dedicata il che è molto antieconomico. Un’alternativa possibile è avere sensori nella zona dove ci si aspetta che il terremoto avvenga e non intorno alla struttura. Tale rete può essere associata a un sistema per trasmettere l’allarme a terminali ubicati in più strutture lontane; ciò consente di intraprendere azioni di sicurezza prima dell’arrivo del sisma in ciascun edificio. In tal caso si parla di early warning regionale o ibrido.

[source: Manfredi & Iervolino, 2012]

Per approfondimenti:

Riflessioni – di Raffaele Langone: TERREMOTO. Sistema di pre – allarme sismico made in Basilicata

Contro l’agricoltura di una volta

nusta:

nusta:

kon-igi:

gigiopix:

Capisco, l’equazione naturale buono vs macchina cattiva  sgorga sì
spontanea, ma è sbagliata, davvero. In genere per smontare la suddetta,
noi tristi tecnici cerchiamo di spiegare che prima di tutto la natura
non pensa a noi. Il melo non fa le mele per me. Non ci pensa proprio. Al
massimo fa le mele affinché gli orsi mangiando il frutto disseminino i
semi. Insomma, il melo fa le mele perché pensa a riprodursi.

@kon-igi, @pgfone, @thec8h10n4o2

Te la butto lì da non addetto ai lavori come @pgfone ma da miserrimo ortista della domenica: una volta da una fiera agricola ho comprato delle piantarole di non so quale cazzo di varietà di pomodoro salvata da una tomba etrusca, portata in Groenlandia da un monaco miniaturista del 13° secolo, sottratta come bottino dai saraceni e piantata in Egitto dove poi era stata recuperata dal bisnonno di questo tizio durante la campagna d’Africa.

I pomodori erano buoni ma ne ho mangiati due prima che la pianta soccombesse alla marcescenza apicale, alla peronospora, al mosaico, allo ioidio, alla muffa grigia e alla siccità.

Quindi ben vengano le semenze conciate ogm e le piantarole con innesti cibernetici cosparse di nanobot laser insetticidi.

(è la terza volta che cerco di postare un reblog più lungo di 10 righe e tumblr mi cancella tutto.
mi arrendo. anche perchè ho fame e si sta facendo tardi.)

l’articolo mi sembra un clickbait molto ben assortito, pieno di ovvietà mischiate a scemenze.

le perplessità rispetto alla deriva industriale della produzione alimentare ruotano intorno a ben altri aspetti, così come quelle relative alla diffusione degli OGM.

(mò vediamo se mi cancella pure questo e poi vado a ordinare cinese. Poi semmai torno domani, che in realtà l’argomento mi sta a cuore u_u )

(edit: ecco, ho recuperato la prima bozza di post, vediamo se ce la posso fare >_<)

Per quanto ne so io (che in
effetti è molto poco, rispetto a qualcuno che effettivamente lavori in
quel campo) la questione meccanizzazione/ industrializzazione dei
processi di coltivazione e produzione e distribuzione citati
nell’articolo, così come la selezione delle sementi a partire dai
primordi dell’agricoltura, è argomento abbastanza pacifico, al di fuori
della pubblicità.
Nessuno sano di mente pretende o pensa sia
possibile tornare alla coltivazione con la zappa o alla mungitura a mano
per i prodotti da supermercato. E credo che nessuno sano di mente possa
pensare che si possa tornare ad una dimensione di tutto il sistema
“pre-supermercato”.
Quello che mi fa impressione e che mi desta
perplessità è che a fianco al latte e alle verdure e alla conserva di
pomodoro (ingredienti 2, massimo 4 se contiamo acqua e zucchero) il
supermercato è stracolmo di prodotti che hanno una lista di ingredienti
estenuante (e non sono minestroni liofilizzati). Quando si parla di
industrializzazione eccessiva dei prodotti alimentari, io penso a
questo, non al trattore che si guida da solo o alla pastorizzazione e
sterilizzazione di lattine e barattoli (benedetta, mica solo quella del
latte – in how it’s made ho visto impianti che sono tipo opere d’arte,
spettacolari proprio).
Le conseguenze dell’assunzione sistematica di
additivi di vario genere sono oggetto di studi e mi sembra di capire che
la quantità anche solo di “semplici” zuccheri che ingurgitiamo da
qualche decennio a questa parte non sia proprio un toccasana.

Quanto
agli OGM ci sono aspetti della questione della loro diffusione che
vanno molto oltre la sicurezza (che io sappia ormai abbastanza
accertata) sul piano del consumo alimentare: a partire dalle interazioni
con le altre colture (anche qui comunque mi pare di aver capito ci
siano diverse garanzie perlomeno per quanto concerne il rischio di mix
genetico, meno per la diffusione e la contaminazione degli spazi da
parte delle piante “nuove”), per quanto ne so la questione delle semenze
OGM sterili e protette da copyright e distribuite dalle multinazionali
in certe zone dell’India e dintorni è argomento “caldo” per gli studi
sulla povertà, la diffusione dei suicidi tra i piccoli coltivatori, e in
generale lo sviluppo e l’autonomia dell’economia di quelle zone.
(Ora sono al cellulare e non ho modo di trovare link agevolmente, spero di recuperare)

Al
di là della propaganda e della provocazione, al di là dello slogan e
dell’utopia, io penso che un discorso sull’alimentazione contemporanea e
futura vada fatto tenendo conto che la convenienza non può prescindere
dal rispetto anche di ciò che per un genetista o un biochimico non è
forse immediatamente evidente. Questo dovrebbe essere il compito di un
politico, in effetti.
Ultima e non ultima considerazione: i costi
ambientali di certe derive di maxiproduzione finora sono stati assorbiti
più o meno in sordina dal pianeta, ma pare che presto ci arriverà il
conto.
Quando si parla di timori per la recente industrializzazione
dei processi alimentari, secondo me, la lattina di conserva è proprio
proprio l’ultima delle preoccupazioni, ecco.

Contro l’agricoltura di una volta

Virtude e nobilitade

Protagonista pgfone, detto “Gianni, l’ottimismo è il profumo della vita”, che per comodità chiameremo solo Gianni
Gianni: Io farei cambio anche subito con la vita dei reali inglesi
Io: Seeeeee proprio te! Ma per carità….ma guarda che hanno tutto un protocollo da seguire, regole da rispettare, comportamenti da tenere. Guai a dire una parola fuori posto…immagina te in una situazione così!! Ma va là!
Gianni: Sei di una cattiveria…sei cattiva. Tanto.
(Otto minuti dopo)
Gianni: Oh non ti ho detto, ho mandato a fare in culo il mio vicino di casa
Io: E perché?
Gianni: Ma stio a buttà via la monnezza, e quillu me fissa, jò ditto, ma perché ntè fai li cazzi tua??? che pè quanto so io ce n’hai parecchi.

Inchino.