“Lasciala stare, è una scorbutica”.
Il primo giorno di lavoro non sapevo dove andare, mi trovo quindi costretto a chiedere informazioni (non essendo stradali, l’associazione maschiale italiana concede una speciale deroga al divieto assoluto) su dove si trovasse l’ufficio del personale.
Entro nella prima porta disponibile. Persone e personi di tutte le età mi guardano.
“Ciao!” detto in contemporanea dai presenti. Tutti.
“Scusate, non badate ai capelli cromati ma sono il nuovo ragazzo di bottega, sapreste mica dirmi dove…”
“Tranquillo, ti accompagniamo noi”.
Dal subito, sorrisi e cortesia da parte di tutti, credo di essere finito ai confini della realtà, in una dimensione parallela fatta di gentilezza.
Senza gli unicorni, però. Cacchio.
Tutte le mattine caffè e chiacchiere insieme, pausa pranzo con giri ciambellone e mutui scambi di cibo. Laziali, juventini e romanisti a mangiare dallo stesso piatto, trotskisti e keynesiani seduti vicini a passarsi l’ultima MS, Montecchi che aprono bottiglie con tappi ostinati ai Capuleti.
Con una eccezione.
La ragazza delle pulizie.
Nessuno sa il suo nome.
Non credo nemmeno lo sappia la sua parrucchiera, ha i classici capelli lisci a spaghetto tenuti insieme da un lieve strato lucido, unto. Il grembiule che indossa è sempre pulitissimo e impeccabile, guardandola, noti sia indossato come uniforme, è la sua divisa e la porta come avesse righe rosse lungo i pantaloni. Scarpe grosse e pesanti, non antinfortunistiche, ma del tipo che ti aspetti ai piedi della sorella di Hagrid, con cui divide le forme dei fianchi. Sembra Marla di Ragazze Vincenti. Ha i movimenti duri e decisi della mamma la domenica mattina: apre le finestre alle sette perché casa deve respirare e spentola e smestola sugo per il pranzo. Spinge il carrello come fosse una Golf sul raccordo intasato, me ne sbatte il cazzo che la precedenza è la tua, io c’ho da fà e levate popo che subito dalle palle o te stiro.
Non guarda mai nessuno, non risponde mai a nessuno.
Le dico sempre ciao.
Non risponde mai.
Da qui, l’invito dei colleghi a lasciarla stare, tutto il giorno sempre assorta nell’ascoltare musica in cuffia.
Però.
Tempo fa vidi una vignetta dove era disegnata una figura triste e, sedute poco lontano, altre due, di cui una un bambino. Il piccolo diceva quanto sarebbe bello avere dei superpoteri, al che il vicino rispondeva che tutti li avevamo.
Guarda, te lo dimostro.
Si gira verso la figura triste e dice
“Ehi, quel cappello ti sta davvero bene”.
Nel momento in cui si volta verso il bambino per dirgli “visto?”, il terzo sorride.
Inoltre, ho fatto per troppo tempo un mestiere che mi costringeva a notare troppe cose nella gente, particolari per attaccare chiacchiera, guadagnare fiducia e chiudere una vendita: una spilla, l’andatura claudicante, i polsini o il collo della camicia, l’usura delle scarpe e la presenza di ciondoli.
Trent’anni non passano in un secondo, non sono Jennifer Garner, qualcosa ti resta attaccato.
Unisci i punti da 1 a 64 e ottieni la figura di un cacacazzi piacione.
Non c’è nemmeno bisogno di osservarla troppo attentamente per fare dei collegamenti.
Proprio di questo si tratta: qualcosa dovrebbe essere attaccato.
Come le cuffie che indossa sempre.
L’impeccabile grembiule rimane teso su di lei, mostrando a una seconda occhiata la mancanza di un bozzo mptreico ma solo un groviglio di cavi con nulla attaccato.
Non l’ho mai vista reagire a una risata improvvisa.
Un urlo.
Una risma di carta che cade.
Mai.
Non è una ragazza scorbutica.
C’è dell’altro.
Stamattina la aspetto.
Prende il badge, lo sta per passare ma il suo sguardo è attirato dal mio movimento.
Forza, Humberto ti aveva insegnato bene, è passato parecchio tempo ma qualcosa te lo ricordi.
Una mano sotto il mento con due, no, tre dita che si muovono aprendosi a destra mentre quelle dell’altra mano fanno lo stesso a sinistra, come a mimare una esplosione.
– Buongiorno –
Mi guarda.
Chiude leggermente gli occhi aprendosi in una espressione dubbiosa, un angolo di lei pensa a un movimento casuale.
Saluto di nuovo aggiungendoci “mi chiamo Paolo”, giocandomi tutto insieme il 90% della mia conoscenza della LIS (il resto sono due immancabili parolacce e la frase di uso comune “ciao, trovo incantevoli i tuoi zigomi, trombiamo come facoceri ingrifati su lenzuola di cotone egizio. Per favore”).
L’espressione del viso si alleggerisce in un attimo, quindi ripete il mio movimento ma con una fluidità impensabile.
E lo fa sorridendo.
Quindi esce, regalandomi ancora un inaspettato biancore dei denti e l’angolo nascosto di uno sguardo.
Sorride.
Mi accorgo solo ora di farlo anche io.

via Longarini colpisce ancora, maledetto… (Servitevi da soli)