Partiamo dalla frase, “Una bugia ripetuta tante volte diventa la verità”. Questa frase è stata attribuita ad Einstein per un 66% di volte, Joseph Goebbels per un 23%, Fabio Volo per un 4,6% e il restante diviso tra Gandhi, Dalai Lama e svariati utenti Twitter e Facebook. Probabilmente nessuno di loro ha mai pronunciato una frase del genere ma non è questo l’argomento del giorno. Parliamo di memoria.
La memoria è fallace, sì sa e, cosa più interessante, può essere deformata da diversi fattori come i social network, le fake news e le amicizie. Il punto critico, però, è che le fake news, insieme ai social network, oggi sono in grado di plasmare sia la memoria del singolo che la memoria collettiva.
La sfida, allora, si gioca su due fronti: contrastare i siti di fake news (qualsiasi cosa voglia dire) ma anche capire come la gente interaggisce con tali siti.
Torniamo ora alla bugia ripetuta tante volte ecc; per far ricordare un’informazione (vera o falsa che sia, non importa) bisogna ribadirla più e più volte. È quello che fa ogni speaker durante un seminario, Joseph Goebbels ad ogni comizio, Einstein ad ogni lezione e via dicendo. Ma a questa legge segue un corollario molto più interessante ma meno scontato: le altre informazioni relative a quella notizia tendono ad essere dimenticate più facilmente di quelle non correlate ad essa. Questo fenomeno si chiama Retrivial-induced forgetting (RIF).
Per esempio, quando usate un’altra lingua per un certo periodo di tempo e poi vi rendete conto di aver scordato come si diceva una certa cosa nella vostra madre lingua. È un effetto pratico del Retrivial-induced forgetting. La nuova lingua non vi farà scordare chi era l’allenatore dell’Italia campione del Mondo nell’82, ma magari non saprete più come si dice in italiano “fenicottero” (che ora invece chiamate tranquillamente Fiammingo convinti che si dica proprio così!). Il motivo del perché esista un tale meccanismo (il RIF) non è chiaro. Qualcuno pensa che sia un meccanismo di difesa soprattutto in seguito a traumi. Ovviamente sostituiamo il ricordo del trauma con delle ricostruzioni “migliori” di eventi molto simili a quello accaduto ma non del tutto fedeli alla realtà, aiutandoci a superare quel momento.
Non divaghiamo però o vi scordate pure queste poche righe e devo ricominciare. Torniamo alla memoria e a come viene plasmata.
In un esperimento su come plasmare la memoria, del 2011, veniva mostrato un film a 30 persone divise in gruppi da 5. A distanza di 3 giorni, i 30 venivano interrogati singolarmente su alcune scene del film, giusto per capire cosa e quanto ricordassero. La maggior parte di loro ricordava bene la scena vista appena tre giorni prima. Dopo una settimana, quelle stesse persone venivano riconvocate e prima di chiedere di ricordare quella stessa scena, veniva mostrata loro una slide con le presunte risposte degli altri, ovviamente e volutamente false. La scena del film era un poliziotto che arresta un uomo. Le risposte false (fake) parlavano invece di un bambino arrestato da un poliziotto. A quel punto, fino al 70% degli intervistati arrivava a cambiare la sua stessa versione. La prima volta l’avevano ricordata bene, ma dopo tre giorni e leggendo le risposte false degli altri, ritrattavano la loro stessa versione. Dopo altri 3 giorni – e qua viene il bello – quelle stesse persone venivano riconvocate e gli veniva detto che le presunte risposte degli altri erano state date a casaccio. Cioè, potevano essere vere come false, come a dire, non fate riferimento su quelle risposte, ma sulla vostra memoria. Il risultato, anch’esso interessante, era che fino al 60% degli intervistati confermava la sua nuova versione: il bambino era stato arrestato dal poliziotto. Anche se sbagliata, anche se qualcuno gli aveva fatto notare in precedenza che poteva essere errata, per loro, ormai, quella era stata la scena reale vista al cinema.
La memoria è fallace ma, l’esperimento, mostrava un’altra cosa pericolosa: se vi confondono subito la memoria, poi sarà difficile correggere quell’informazione errata. E qua torniamo all’effetto del RIF: non sostituite la nuova informazione a discapito di un’altra a casaccio, ma di un’altra relativa alla nuova. Non smettete di ricordare il poliziotto che arresta qualcuno, ma sostituite il bambino all’uomo. Taaac, fregati. Era il bambino o l’uomo? Dovete scrollate in alto per rincontrollare e non sono manco 30 secondi dopo averla letta.
Ora, il passo successivo avvenne nel 2015, quando gli psicologi Alin Coman e William Hirst mostrarono come una persona tendeva più facilmente a dimenticare o plasmare i propri ricordi/esperienze a favore di nuovi ricordi quando parlava con qualcuno che faceva parte del suo stesso gruppo, piuttosto che con uno sconosciuto, un outsider. La “convergenza della memoria”, avveniva più facilmente stando all’interno di uno stesso gruppo sociale che non tra differenti gruppi sociali. Sarà più facile che un no-vax convinca un altro no-vax a non prendersi manco la Tachipirina perché il nipote è diventato Down alla terza supposta di fila, piuttosto che Burioni che no vabbé, lasciamo perdere.
Infine, l’esperimento fatto per capire il peso che hanno i social network sulla nostra memoria collettiva.
Nel 2016, alla Princeton University, hanno preso 140 partecipanti e poi hanno creato gruppi di 10 persone. L’esperimento consisteva di 4 fasi:
1. Ad ogni gruppo da 10 davano informazioni su 4 volontari di un’ipotetica forza di pace.
2. Ogni partecipante veniva poi interrogato, singolarmente, sulle informazioni memorizzate al punto 1. Ovviamente gli veniva dato il nome del volontario e lui rispondeva su cosa ricordava di quel volontario.
3. A quel punto, i singoli partecipanti dovevano ricordare le informazioni scambiandosele con gli altri del loro gruppo ma in modalità one-on-one, tramite chat online e con un massimo di altre 3 persone.
4. A questo punto, ogni singolo partecipante veniva di nuovo interrogato, singolarmente, sulle informazioni memorizzate al punto 1.
Ora, le interazioni all’interno dei gruppi da 10 venivano effettuate in due modi: la prima (clustered), creando due sotto gruppi di 5 persone, dove solo 1 per sottogruppo aveva uno scambio con l’altro (parte alta della foto – Clustered). La seconda, invece, si faceva in modo che un po’ tutti potevano interagire tra di loro (parte bassa della foto – Unclustered).
Il risultato era che, nonostante i singoli partecipanti del gruppo ricordassero piuttosto bene ogni notizia riguardante i 4 ipotetici volontari, i gruppi clustered (quelli cioé con 2 sottogruppi da 5) tendevano invece a convergere su dei fatti alternativi (alternative facts) riguardanti i 4 volontari. Sì, insomma, i sottogruppi si convincevano, o se vogliamo, si creavano una memoria collettiva che includeva anche alcuni fatti non veri riguardi i 4 volontari.
Secondo il ricercatore Coman, il weak links tra i due subgruppi è il responsabile della formazione della memoria collettiva nel sottogruppo. Ovviamente, anche il tempo è un fattore critico. Un’informazione introdotta, attraverso il weak links, immediatamente prima dell’inizio del processo di scambio d’opinioni, all’interno del sottogruppo, avrà più probabilità di successo. Una volta che il sottogruppo è d’accordo su un fatto, difficilmente cambierà idea su quel punto. La memoria collettiva diventa alquanto resistente ai cambiamenti esterni e questo perché condividere un ricordo aiuta a fortificare il gruppo e a prenderci cura ognuno dell’altro. Ovviamente, l’esperienza diciamo “epica” aiuta un tale meccanismo: una guerra, una migrazione ecc., creano un ricordo di gruppo più forte.
Per questo che mettersi a commentare una discussione su Facebook (o qualsiasi altro social network), con il tentativo di far cambiare idea a qualcuno, o peggio ancora, di instaurare un dialogo in contrapposizione ad un gruppo è inutile e vi rende i nuovi Don Chisciotte contro i mulini a vento. Con la differenza, però, che i mulini non vi insultavano la mamma.