Chissà quante volte è capitato nelle università italiane che un bravo ricercatore dovesse fare un passo indietro per lasciare il posto al raccomandato di turno o al parente di un barone. Da Firenze oggi arriva la notizia che il tentativo di far ritirare la candidatura a un ricercatore non sono non è finita a buon fine, ma ha portato a un’inchiesta che vede iscritti nel registro degli indagati ben…
La “meritocrazia dell’università italiana” tanto decantata può riassumersi nell’immagine di un ex ministro delle finanze, ex amministratore dell’Alitalia, indagato per corruzione in un sistema di clientele e favori. Baroni le cui poltrone non subiranno scossoni.
Dall’altro lato, resta chiaro il quadro entro cui il sanato dell’Università di Bologna ha deciso, tempo fa, la sospensione di 13 studenti perché avevano protestato contro il caro mensa e la chiusura di una biblioteca. Un’università sempre più per pochi.
Il problema vero è che per anni sei costretto a fare il galoppino dell’ordinario, poi arriva uno nuovo al concorso (uno che magari non avevano previsto e che ha più titoli di te che ti sei fatto il mazzo come precario) e la tua sistemazione se ne va a farsi benedire. Su 10 dottorandi tipicamente 4 al massimo ricevono un assegno di ricerca, gli altri vengono mandati a spasso o si devono ‘accontentare’ di cambiare città, o addiritura stato e continente. Di questi 4 forse uno verrà ‘sistemato’ con un concorso ad hoc (o quasi) dopo che però avrà consumato tutti i possibili assegni di ricerca (uno all’anno ovviamente). Se ti va di culo dopo 10 anni di precariato forse hai il posto da ricercatore. Con la legge Gelmini chi vince il concorso da ricercatore è comunque precario, perché se l’università che ti ospita non ha i fondi per prendere un associato, quando ti scade il contratto sei praticamente licenziato. Quindi capite bene che è una guerra tra poveri.