Fenomenologia del crumiro nella canzone di protesta

autolesionistra:

Ha senso parlare oggi di crumiri? Probabilmente no, quindi lo faremo.

Uno dei cavalli di battaglia del coro delle mondine di Bentivoglio è “La Bessa”, canto che la tocca piano sul tema di caporali / crumiri / ruffiani in genere, di cui riportiamo un passo saliente

Crumiri schifosi,
la vostra lega
l’e una lega da ninèn. 

Ora, non so se vi sia mai capitato dal vivo di sentir dare dello/la schifoso/a a qualcuno da una żdåura emiliano romagnola, con la s cacuminale bella carica e possibili lumini (sputazzi) in corso di pronuncia. E’ l’insulto definitivo senza ritorno, la croce su di daltanious, il cartellino rosso in finale di cempionslìg.

Un astio crudo per i crumiri permea un buon 30% del repertorio delle mondine e tutte le volte che arriva quel verso lì sentire un coro intero di donne che spara quello shchifosi fa un pochino impressione. L’ascoltatore disattento con la crescentina unta in mano potrebbe restarci anche male.
[inserire qui contestualizzazione barbosa sull’importanza della coesione in quel contesto sociale di rivendicazioni] 

Bisognerà aspettare Ivan Della Mea per quello che è di fatto un trattato condensato sul tema. “O cara moglie” è un meraviglioso gioiellino di canzone (ma forse sono di parte perché mi ricordo il mi’ babbo che la fischiettava quando ero piccolo) che in una strofa spiega tutto:

Quando la lotta è di tutti e per tutti
il tuo padrone vedrai cederà,
se invece vince è perché i crumiri
gli dan la forza che lui non ha.

L’impressione che ho è che quel brano lì negli ultimi 30 anni sia stato studiato a memoria e usato come guida, ma dalla parte sbagliata. 
Qualcuno che si sia messo a pensare che se affianchi ai contratti nazionali uno zilione di posizioni atipiche, precarie, flessibili, contorsionistiche allora la lotta di tutto e di tutti diventa un po’ più complicata. E l’etichetta di crumiro è facile quando si è tutti con i piedi a mollo nella stessa risaia nella stessa barca. Ma se fai tante barchette diverse, quelli dell’altra barca sono crumiri o poveracci che rischiano più di te a prendere le stesse posizioni?

Dici: minchia che pistolotto, mo’ tirerà pure fuori che i padroni esistono ancora, mentre è notorio che è una figura superata, ora abbiamo martiri con la vocazione di creare posti lavoro (e pure in periodo di crisi) accontentandosi di farlo al modico prezzo di privatizzare gli utili e socializzare le perdite.

Oh, non è colpa mia, è che l’altro giorno ho sentito cantare “o cara moglie” e tutte le volte mi viene il magone.

Piccola storia dall’università italiana

sabrinaonmymind:

gazzellanera:

giuliocavalli:

Piccola storia dall’università italiana Chissà quante volte è capitato nelle università italiane che un bravo ricercatore dovesse fare un passo indietro per lasciare il posto al raccomandato di turno o al parente di un barone. Da Firenze oggi arriva la notizia che il tentativo di far ritirare la candidatura a un ricercatore non sono non è finita a buon fine, ma ha portato a un’inchiesta che vede iscritti nel registro degli indagati ben 29 persone. Il gip ha firmato gli arresti domiciliari per sette docenti mentre per altri 22 ha deciso l’interdizione allo svolgimento delle funzioni di professore universitario e di quelle connesse ad ogni altro incarico assegnato in ambito accademico per la durata di 12 mesi. Nei confronti di altri 7 docenti universitari, il giudice per le indagini preliminari di Firenze, Angelo Antonio Pezzuti, si è riservato la valutazione circa l’applicazione della misura interdittiva dopo l’interrogatorio. E così questa mattina oltre 500 militari della Guardia di Finanza hanno eseguito anche 150 perquisizioni per corruzione e in abitazioni private e studi professionali. In totale gli indagati sono 59. L’indagine, coordinate dal procuratore aggiunto Luca Turco e dal pm Paolo Barlucchi, ha permesso di stabilire, al momento, che candidato al concorso per l’Abilitazione Scientifica Nazionale all’insegnamento nel settore del “diritto tributario”,  avrebbe dovuto “ritirare” la propria domanda,  per favorire un terzo soggetto in possesso di un profilo curriculare notevolmente inferiore, in cambio allo studioso sarebbe stato promesso che gli indagati si sarebbero adoperati con la competente Commissione giudicatrice per la sua abilitazione in una successiva tornata. “Gli approfondimenti investigativi hanno consentito di accertare sistematici accordi corruttivi tra numerosi professori di diritto tributario – si legge in una nota – alcuni dei quali pubblici ufficiali in quanto componenti di diverse Commissioni nazionali (nominate dal ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) per le procedure di Abilitazione Scientifica Nazionale all’insegnamento nel settore scientifico diritto tributario – finalizzati a rilasciare le citate abilitazioni secondo logiche di spartizione territoriale e di reciproci scambi di favori, con valutazioni non basate su criteri meritocratici bensì orientate a soddisfare interessi personali, professionali o associativi”. (fonte)

Chissà quante volte è capitato nelle università italiane che un bravo ricercatore dovesse fare un passo indietro per lasciare il posto al raccomandato di turno o al parente di un barone. Da Firenze oggi arriva la notizia che il tentativo di far ritirare la candidatura a un ricercatore non sono non è finita a buon fine, ma ha portato a un’inchiesta che vede iscritti nel registro degli indagati ben…

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La “meritocrazia dell’università italiana” tanto decantata può riassumersi nell’immagine di un ex ministro delle finanze, ex amministratore dell’Alitalia, indagato per corruzione in un sistema di clientele e favori. Baroni le cui poltrone non subiranno scossoni. 

Dall’altro lato, resta chiaro il quadro entro cui il sanato dell’Università di Bologna ha deciso, tempo fa, la sospensione di 13 studenti perché avevano protestato contro il caro mensa e la chiusura di una biblioteca. Un’università sempre più per pochi.

Il problema vero è che per anni sei costretto a fare il galoppino dell’ordinario, poi arriva uno nuovo al concorso (uno che magari non avevano previsto e che ha più titoli di te che ti sei fatto il mazzo come precario) e la tua sistemazione se ne va a farsi benedire.
Su 10 dottorandi tipicamente 4 al massimo ricevono un assegno di ricerca, gli altri vengono mandati a spasso o si devono ‘accontentare’ di cambiare città, o addiritura stato e continente.
Di questi 4 forse uno verrà ‘sistemato’ con un concorso ad hoc (o quasi) dopo che però avrà consumato tutti i possibili assegni di ricerca (uno all’anno ovviamente).
Se ti va di culo dopo 10 anni di precariato forse hai il posto da ricercatore.  Con la legge Gelmini chi vince il concorso da ricercatore è comunque precario, perché se l’università che ti ospita non ha i fondi per prendere un associato, quando ti scade il contratto sei praticamente licenziato.
Quindi capite bene che è una guerra tra poveri.

heresiae:

ok sono malata, ma è uscito Star Trek Discovery.
quindi appena smettono di lacrimarmi gli occhi potrei essere una persona molto meno infelice.

Oh, vale per tutti: al primo spoiler part l’anfollo automatico eh. E speriamo che sia uscita l’intera stagione tutta insieme, che così minimizzo il periodo di esposizione.

Abolire il lavoro è una strategia

corallorosso:

di Furio Colombo | 24 settembre 2017

Se entrate nella filiale di una banca, in Italia, ai nostri giorni, troverete una stanza gremita di gente che aspetta, ciascuno con il suo numero di turno, che l’unico impiegato dell’unico sportello in servizio, sia disponibile. A suo tempo. Prima deve evadere le pratiche degli altri. E voi, intanto, contribuite al funzionamento agile e snellito della filiale bancaria con il vostro tempo, dunque con il vostro lavoro. Ognuno di noi, quando va in banca, lavora per la banca, che ha licenziato tutti gli “esuberi” (gli altri impiegati che erano disponibili subito) e in questo modo ha spostato il lavoro dall’azienda, che migliora il suo profitto, ai clienti, costretti ad offrire tempo, dunque a lavorare gratis.

La maggior parte delle stazioni ferroviarie offre lo stesso modello di funzionamento a carico di coloro che un tempo erano i clienti da servire. Non sto parlando delle biglietterie, sostituite ormai da anni dalla rete. Sto dicendo che la folla è sola, e fa tutto da sola, osservata da telecamere e rallegrata dalla pubblicità, ma senza alcun servizio (salvo che non sia privato e di vendita, e dunque aperto e chiuso secondo proprie regole). Anziani, disabili, bambini, bagaglio impossibile, non fanno differenza. Una volta eliminato per buona politica aziendale, ciascun servizio umano non ritorna mai più. Il problema diventa un incubo (di più, ovviamente, la notte) in stazioni non secondarie attraversate da percorsi importanti. Vi potete trovare di fronte a strutture del tutto vuote. Sono abbastanza complesse, con molti punti di arrivo e partenza, e necessità di incrociare percorsi (cambio di treno) e vi rendete conto che nell’edificio stazione ogni porta o vetrina è chiusa, non esiste né presenza tecnica visibile né polizia, ogni cambio di binario è accessibile solo con non invitanti sottopassaggi. E la voce di un altoparlante che viene da altrove e il monitor televisivo sono l’unico legame col mondo.

Non si tratta di un “fai da te” sostenuto da nuova tecnologia. Si tratta di un vuoto e basta.
…Queste storie hanno una loro morale. Spiegano che il lavoro (il posto del lavoro) non è finito, non è abolito, non è scomparso, non è stato rubato dagli immigrati o dai robot. E accaduto un drastico cambio di scena in cui ha prevalso una visione della vita che non ha bisogno del lavoro. È prevalsa l’idea (raccomandata per decenni, nell’ultima fase della rivoluzione industriale) secondo cui pagare il lavoro è uno spreco inutile che sbilancia le imprese…
Da alcuni decenni l’inclinazione sempre più forte, dettata da un capitalismo selvaggio di ritorno, è stato di ridisegnare il mondo senza il lavoro. Bisognava finirla di avere una controparte perennemente seduta dall’altra parte del tavolo.
Non ci può essere non perché mancheranno braccia, ma perché mancheranno teste. Il lavoro umano è responsabile del periodo di più vasta espansione del progresso (qualunque progresso) nel mondo. O il lavoro ritorna, come strategia manageriale, politica e intellettuale, o non ci sarà mai più alcuna crescita.

L’operazione “strade sicure” è costata solo nel 2016 ottantasei milioni di euro. Visto cosa succede a mettere vostra nonna in ospizio invece di lasciarla affacciata al balcone tutta la giornata?

3nding
(via 3nding)

Mia nonna la sera pigliava la seggiolina, e si metteva davanti all’uscio A VEGLIA, ovvero a spettegolare con gli altri vecchietti della corte. E se per sbaglio passava qualcuno che non conoscevano, veniva subito circondato tipo Crisi di Sigonella, e tempestato di domande, che in genere cominciavano col classico “o te di chi siei ?

Come i social network, le fake news e gli amici deformano la nostra memoria: un saggio non mio e neanche troppo corto.

spaam:

Partiamo dalla frase, “Una bugia ripetuta tante volte diventa la verità”. Questa frase è stata attribuita ad Einstein per un 66% di volte, Joseph Goebbels per un 23%, Fabio Volo per un 4,6% e il restante diviso tra Gandhi, Dalai Lama e svariati utenti Twitter e Facebook. Probabilmente nessuno di loro ha mai pronunciato una frase del genere ma non è questo l’argomento del giorno. Parliamo di memoria.

La memoria è fallace, sì sa e, cosa più interessante, può essere deformata da diversi fattori come i social network, le fake news e le amicizie. Il punto critico, però, è che le fake news, insieme ai social network, oggi sono in grado di plasmare sia la memoria del singolo che la memoria collettiva.

La sfida, allora, si gioca su due fronti: contrastare i siti di fake news (qualsiasi cosa voglia dire) ma anche capire come la gente interaggisce con tali siti.

Torniamo ora alla bugia ripetuta tante volte ecc; per far ricordare un’informazione (vera o falsa che sia, non importa) bisogna ribadirla più e più volte. È quello che fa ogni speaker durante un seminario, Joseph Goebbels ad ogni comizio, Einstein ad ogni lezione e via dicendo. Ma a questa legge segue un corollario molto più interessante ma meno scontato: le altre informazioni relative a quella notizia tendono ad essere dimenticate più facilmente di quelle non correlate ad essa. Questo fenomeno si chiama Retrivial-induced forgetting (RIF).

Per esempio, quando usate un’altra lingua per un certo periodo di tempo e poi vi rendete conto di aver scordato come si diceva una certa cosa nella vostra madre lingua. È un effetto pratico del Retrivial-induced forgetting. La nuova lingua non vi farà scordare chi era l’allenatore dell’Italia campione del Mondo nell’82, ma magari non saprete più come si dice in italiano “fenicottero” (che ora invece chiamate tranquillamente Fiammingo convinti che si dica proprio così!). Il motivo del perché esista un tale meccanismo (il RIF) non è chiaro. Qualcuno pensa che sia un meccanismo di difesa soprattutto in seguito a traumi. Ovviamente sostituiamo il ricordo del trauma con delle ricostruzioni “migliori” di eventi molto simili a quello accaduto ma non del tutto fedeli alla realtà, aiutandoci a superare quel momento.

Non divaghiamo però o vi scordate pure queste poche righe e devo ricominciare. Torniamo alla memoria e a come viene plasmata.

In un esperimento su come plasmare la memoria, del 2011, veniva mostrato un film a 30 persone divise in gruppi da 5. A distanza di 3 giorni, i 30 venivano interrogati singolarmente su alcune scene del film, giusto per capire cosa e quanto ricordassero. La maggior parte di loro ricordava bene la scena vista appena tre giorni prima. Dopo una settimana, quelle stesse persone venivano riconvocate e prima di chiedere di ricordare quella stessa scena, veniva mostrata loro una slide con le presunte risposte degli altri, ovviamente e volutamente false. La scena del film era un poliziotto che arresta un uomo. Le risposte false (fake) parlavano invece di un bambino arrestato da un poliziotto. A quel punto, fino al 70% degli intervistati arrivava a cambiare la sua stessa versione. La prima volta l’avevano ricordata bene, ma dopo tre giorni e leggendo le risposte false degli altri, ritrattavano la loro stessa versione. Dopo altri 3 giorni – e qua viene il bello – quelle stesse persone venivano riconvocate e gli veniva detto che le presunte risposte degli altri erano state date a casaccio. Cioè, potevano essere vere come false, come a dire, non fate riferimento su quelle risposte, ma sulla vostra memoria. Il risultato, anch’esso interessante, era che fino al 60% degli intervistati confermava la sua nuova versione: il bambino era stato arrestato dal poliziotto. Anche se sbagliata, anche se qualcuno gli aveva fatto notare in precedenza che poteva essere errata, per loro, ormai, quella era stata la scena reale vista al cinema.

La memoria è fallace ma, l’esperimento, mostrava un’altra cosa pericolosa: se vi confondono subito la memoria, poi sarà difficile correggere quell’informazione errata. E qua torniamo all’effetto del RIF: non sostituite la nuova informazione a discapito di un’altra a casaccio, ma di un’altra relativa alla nuova. Non smettete di ricordare il poliziotto che arresta qualcuno, ma sostituite il bambino all’uomo. Taaac, fregati. Era il bambino o l’uomo? Dovete scrollate in alto per rincontrollare e non sono manco 30 secondi dopo averla letta.

Ora, il passo successivo avvenne nel 2015, quando gli psicologi Alin Coman e William Hirst mostrarono come una persona tendeva più facilmente a dimenticare o plasmare i propri ricordi/esperienze a favore di nuovi ricordi quando parlava con qualcuno che faceva parte del suo stesso gruppo, piuttosto che con uno sconosciuto, un outsider. La “convergenza della memoria”, avveniva più facilmente stando all’interno di uno stesso gruppo sociale che non tra differenti gruppi sociali. Sarà più facile che un no-vax convinca un altro no-vax a non prendersi manco la Tachipirina perché il nipote è diventato Down alla terza supposta di fila, piuttosto che Burioni che no vabbé, lasciamo perdere.

Infine, l’esperimento fatto per capire il peso che hanno i social network sulla nostra memoria collettiva.

Nel 2016, alla Princeton University, hanno preso 140 partecipanti e poi hanno creato gruppi di 10 persone. L’esperimento consisteva di 4 fasi:

1. Ad ogni gruppo da 10 davano informazioni su 4 volontari di un’ipotetica forza di pace.

2. Ogni partecipante veniva poi interrogato, singolarmente, sulle informazioni memorizzate al punto 1. Ovviamente gli veniva dato il nome del volontario e lui rispondeva su cosa ricordava di quel volontario.

3. A quel punto, i singoli partecipanti dovevano ricordare le informazioni scambiandosele con gli altri del loro gruppo ma in modalità one-on-one, tramite chat online e con un massimo di altre 3 persone.

4. A questo punto, ogni singolo partecipante veniva di nuovo interrogato, singolarmente, sulle informazioni memorizzate al punto 1.

Ora, le interazioni all’interno dei gruppi da 10 venivano effettuate in due modi: la prima (clustered), creando due sotto gruppi di 5 persone, dove solo 1 per sottogruppo aveva uno scambio con l’altro (parte alta della foto – Clustered). La seconda, invece, si faceva in modo che un po’ tutti potevano interagire tra di loro (parte bassa della foto – Unclustered).

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Il risultato era che, nonostante i singoli partecipanti del gruppo ricordassero piuttosto bene ogni notizia riguardante i 4 ipotetici volontari, i gruppi clustered (quelli cioé con 2 sottogruppi da 5) tendevano invece a convergere su dei fatti alternativi (alternative facts) riguardanti i 4 volontari. Sì, insomma, i sottogruppi si convincevano, o se vogliamo, si creavano una memoria collettiva che includeva anche alcuni fatti non veri riguardi i 4 volontari.

Secondo il ricercatore Coman, il weak links tra i due subgruppi è il responsabile della formazione della memoria collettiva nel sottogruppo. Ovviamente, anche il tempo è un fattore critico. Un’informazione introdotta, attraverso il weak links, immediatamente prima dell’inizio del processo di scambio d’opinioni, all’interno del sottogruppo, avrà più probabilità di successo. Una volta che il sottogruppo è d’accordo su un fatto, difficilmente cambierà idea su quel punto. La memoria collettiva diventa alquanto resistente ai cambiamenti esterni e questo perché condividere un ricordo aiuta a fortificare il gruppo e a prenderci cura ognuno dell’altro. Ovviamente, l’esperienza diciamo “epica” aiuta un tale meccanismo: una guerra, una migrazione ecc., creano un ricordo di gruppo più forte.

Per questo che mettersi a commentare una discussione su Facebook (o qualsiasi altro social network), con il tentativo di far cambiare idea a qualcuno, o peggio ancora, di instaurare un dialogo in contrapposizione ad un gruppo è inutile e vi rende i nuovi Don Chisciotte contro i mulini a vento. Con la differenza, però, che i mulini non vi insultavano la mamma.