Centro Commerciale del Nord Italia, sabato pomeriggio.
Siedo tra lo sconsolato e il trasfigurato su uno dei divanetti in mezzo al corridoio (subito premio nobel per la pace all’arredatore) quando un bimbo di tre o quattro anni mi si avvicina.
– Sei Babbo Natale?
Ed io, che imparerò a farmi i cazzi miei solo dopo che l’anatomo-patologo avrà chiuso l’incisione a Y sul mio petto, gli dico – Certo che sono Babbo Natale ma il vestito rosso è in lavanderia e le renne le ho lasciate nella stalla perché avevano freddo.
Lui sgrana gli occhi e sorride, poi però fa un’espressione triste e vedo che gli viene da piangere
– Babbo Natale… come regalo di natale voglio che mi riporti la mia mamma.
Con il cuore tra il calzino e la suola delle scarpe e circa sette litri di liquido lacrimale che minacciavano di uscire tipo spruzzatori ai giardinetti, cerco di balbettare qualcosa del tipo ‘Eh, tesoro… la tua mamma… ti veglia… la tua mamma è… è tra gli angeli…’
– SÍ, PERCHÉ LA MIA MAMMA NON ESCE PIÙ DA MILLE ORE DA INDENTRO QUEL NEGOZIO DELLE SCARPE E IL PAPÀ SI È ADDORMENTATO SULLA SEDIA
LÀ
E IO HO FAME E MI ANNOIO!
Volto lo sguardo sul padre sfinito e di traverso sul bracciolo mentre sogna di Mosconi elettrici e dopo un onirico brofist, guardo il bimbo e gli faccio – Sono sicuro che quest’anno sei stato bravissimo perciò quando la mamma torna dille che hai parlato con Babbo Natale in persona e chiedile di scrivermi una letterina CON TUTTO QUELLO CHE HAI SEMPRE DESIDERATO. TUTTO. Vedrai come sarà contenta.
E facendo ciao con la manina, recupero il mio sacco con dentro quarantacinque anni di meritato carbone e mi dileguo veloce come un democristiano alla festa dell’unità.