ANGSTZEIT

kon-igi:

Spero di non averlo già fatto (nel caso in cui perdonatemi e annuite comunque interessati come davanti al vecchietto del bar che vi racconta per l’ennesima volta di come si stava meglio prima che arrivasse Berlusconi) ma ci tenevo a raccontarvi un aneddoto della mia giovinezza [gristo… sento già il rumore delle gonadi che sfondano il pavimento]… una storia successa tanto tempo fa in una galass… [eh, sì…dai… ritorna su Dagobah che è meglio]… un episodio occorsomi non troppo tempo fa.

Negli anni tra la minore e la maggiore età (circa due prima e due dopo) ero solito ritrovarmi con i migliori amici che io abbia mai avuto, fedeli e fondamentali come solo possono essere gli amici a quell’età, per giocare la nostra partita settimanale di Dungeons&Dragons, un gioco di ruolo che per la vostra salute fisica e mentale spero non abbia bisogno che vi presenti.

Sorvolando sulla parte fondamentale che quel gioco ebbe nel forgiare il nostro carattere e tutte le nostre vite (soprattutto tenendo alla larga la pericolosa figa che ci avrebbe potuto corrompere il corpo e l’anima con lunga dannazione eterna), il mio sguardo reminescente torna adesso a un particolare orologio barocco che la nonna del proprietario della casa in cui giocavamo aveva messo in bella mostra sul mobiletto d’ingresso.

L’orologio era veramente un insulto a chiunque avesse sviluppato un chiasma ottico, con la sua doratura dozzinale e i pretenziosi ghirigori degni del peggiore incubo lovecraftiano ma la caratteristica che più saltava all’occhio era una targa scritta a simil-penna stilografica che recava la dicitura 

TEMPUS FUGIT

solo che il designer di questo preziosissimo pezzo d’arte s’era fatto prendere la mano e nel voler dare alla scritta un senso di svolazzante eleganza d’altri tempi, aveva concluso con un riccio che aveva trasformato la frase in

TEMPUS FUGITE

Naturalmente il sottoscritto a quei tempi faceva il liceo classico e se sommavo tutti i due presi in greco e latino fino a quel momento, riuscivo ad avere un voto complessivo abbastanza alto da propugnare accademicamente la seconda versione con l’imperativo di fugo, fugas, fugavi, fugatum, fugare e tempus, temporis in accusativo neutro della terza declinazione (scusa Prof.Giannini… continua a riposare in pace) quindi non il classico ‘Il tempo fugge’ ma ‘Rifuggite il tempo’.

Naturalmente la mia colta disamina si limitava alla semplice costruzione grammaticale perché prima di cominciare ad esplorare il lato filosofico del (presunto) motto arrivavano le botte perché non c’era, appunto, da perdere tempo ché Ahriman il Malvagio stava per risorgere e il mago del gruppo aveva mandato a memoria gli incantesimi sbagliati.

E ora che Ahriman è dissolto in una palla di fuoco da parecchie manciate di dadi da sei, che il mio Nyvla è nel paradiso dei ladri a insegnare agli angeli a raddoppiare il danno pugnalando alle spalle, ora che tutti i nostri personaggi e le nostre aspirazioni riposano in qualche scatolone polveroso nei magazzini del tempo, credo ancora più fermamente nella mia interpretazione di quella scritta.

Perché se quell’orologio aveva la pretesa di ricordare a dei sedicenni che davvero il tempo fugge tra le dita, muovendosi in una sola direzione, noi allora non potevamo far altro che fissare la nostra gioia e il nostro entusiasmo in un solo attimo di cristallino presente che rifuggiva qualsiasi pensiero di mutamento.

Eravamo lì e ora, per sempre.

E ora che pianto i fiori in primavera sapendo che non sopravviveranno all’inverno, che accarezzo Cthulhu e penso già a come farò quando lei non ci sarà più,

che vedo le stagioni stringersi nella durata e nella frequenza, che vorrei spiegare alle mie figlie e a tutte le persone giovani dove le loro scelte potrebbero condurle… ora, qui e adesso, ora più che mai voglio riprendere e rifare mia quella vecchia scritta, dando ancora più forza a quello svolazzo finale.

Non rifuggire dal tempo che scorre in maniera inesorabile cristallizzandovi in pensieri ed atteggiamenti che non vi appartengono più, perché maturati e cresciuti ma rifuggire dall’idea che il tempo vi abbia portato via qualcosa che vi spettava o che il suo scorrere vi abbia negato la possibilità di essere un qualcun’altro o vivere qualcos’altro.

Siamo tutti qui, ora, con il bagaglio di possibilità che tanto basterà a farci concludere e chiudere il nostro passaggio in questa valle, che sarà di lacrime nella misura in cui il tempo a disposizione verrà sprecato per piangersi addosso.

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