I tablet usati nel referendum in Lombardia non sono dei veri tablet

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scarligamerluss:

Nei giorni precedenti al referendum consultivo per l’autonomia tenuto lo scorso 22 ottobre in Lombardia, c’erano state molte polemiche sull’acquisto di migliaia di dispositivi per consentire il voto elettronico. Per comprare 24.000 tablet la regione aveva speso circa 23 milioni di euro, una cifra giudicata eccessiva dalle opposizioni. Il presidente Roberto Maroni aveva risposto alle polemiche spiegando che l’acquisto dei dispositivi era «un investimento, non una spesa, perché i tablet poi rimangono in dotazione alle scuole come strumento didattico». Ad alcuni mesi di distanza sembra che le scuole coinvolte non siano molto soddisfatte dei dispositivi, che in realtà non possono nemmeno essere definiti dei veri tablet.

Francesco Fumelli, che insegna linguaggi multimediali all’ISIA di Firenze, ha detto a Motherboard che oltre a essere scomodi i dispositivi in questione «sono poco potenti come risorse hardware per un utilizzo generico – per dare un’idea, la potenza del processore SoC Z8350 è paragonabile a quella di uno Snapdragon 801 SoC che veniva montato su smartphone qualche anno fa – e hanno schermi a bassa responsività». In pratica sono poco potenti e con un touchscreen molto più arretrato rispetto ai veri tablet. Secondo il Fatto, inoltre, sui dispositivi è montato Ubuntu, un sistema operativo gratuito incompatibile con la maggior parte dei software e applicazioni dei sistemi più comuni di Windows, Android o MacOS.

C’è Ubuntu? Dateli a me!

(è sufficiente Scratch per fare dei progetti di coding per le scuole)

Ma poi uno Snapdragon 801 sarebbe poco potente ? Ma che ci devono far girare, Autocad ? E’ vero che veniva montato qualche anno fa, ma sugli smartphone top di gamma da 800 euro. Io faccio ancora tutto con un HP Touchpad del 2011, che non arriva nemmeno a un decimo della potenza di calcolo di uno Snapdragon 801. E oltretutto lo Z8350 e’ pure un Atom, per cui ha architettura x86. Il che significa compatibilita’ con praticamente qualsiasi software per linux. Ma che vuoi di piu’ ? Io gli atom li uso pure a lavoro sulle macchine per i test automatici.

Raga, dai, per un volta che il Fatto Quotidiano non fa clickbaiting, leggetevi l’articolo: non è un tablet e nemmeno un PC, è una voting machine che pesa 2 chili.

Con tutto che un tablet sarebbe stato sicuramente piu pratico da usare, nell’articolo non si lamentano tanto del peso o dell’ingombro, quanto di linux:

i
“veri problemi” del dispositivo non sono le sue dimensioni, ma «il
touchscreen e il sistema operativo Ubuntu. Dobbiamo cercare programmi
compatibili e non possiamo fare lezioni pratiche su Windows»

O povere stelle, gli tocca perfino cercare programmi per Linux invece che usare Windows. Ma pensa te. Come se facendole su Linux, le lezioni, fossero meno “pratiche”. Diciamo che quegli insegnanti non sanno nemmeno da che parte si guarda, Linux, che suona gia’ piu’ credibile. E no, non e’ scusabile. Se lo usa mia mamma di 60 anni, Ubuntu, che non sa manco mandare una mail (e tra l’altro maestra alle elementari), ce la possono fare anche loro.

I tablet usati nel referendum in Lombardia non sono dei veri tablet

I tablet usati nel referendum in Lombardia non sono dei veri tablet

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Nei giorni precedenti al referendum consultivo per l’autonomia tenuto lo scorso 22 ottobre in Lombardia, c’erano state molte polemiche sull’acquisto di migliaia di dispositivi per consentire il voto elettronico. Per comprare 24.000 tablet la regione aveva speso circa 23 milioni di euro, una cifra giudicata eccessiva dalle opposizioni. Il presidente Roberto Maroni aveva risposto alle polemiche spiegando che l’acquisto dei dispositivi era «un investimento, non una spesa, perché i tablet poi rimangono in dotazione alle scuole come strumento didattico». Ad alcuni mesi di distanza sembra che le scuole coinvolte non siano molto soddisfatte dei dispositivi, che in realtà non possono nemmeno essere definiti dei veri tablet.

Francesco Fumelli, che insegna linguaggi multimediali all’ISIA di Firenze, ha detto a Motherboard che oltre a essere scomodi i dispositivi in questione «sono poco potenti come risorse hardware per un utilizzo generico – per dare un’idea, la potenza del processore SoC Z8350 è paragonabile a quella di uno Snapdragon 801 SoC che veniva montato su smartphone qualche anno fa – e hanno schermi a bassa responsività». In pratica sono poco potenti e con un touchscreen molto più arretrato rispetto ai veri tablet. Secondo il Fatto, inoltre, sui dispositivi è montato Ubuntu, un sistema operativo gratuito incompatibile con la maggior parte dei software e applicazioni dei sistemi più comuni di Windows, Android o MacOS.

C’è Ubuntu? Dateli a me!

(è sufficiente Scratch per fare dei progetti di coding per le scuole)

Ma poi uno Snapdragon 801 sarebbe poco potente ? Ma che ci devono far girare, Autocad ? E’ vero che veniva montato qualche anno fa, ma sugli smartphone top di gamma da 800 euro. Io faccio ancora tutto con un HP Touchpad del 2011, che non arriva nemmeno a un decimo della potenza di calcolo di uno Snapdragon 801. E oltretutto lo Z8350 e’ pure un Atom, per cui ha architettura x86. Il che significa compatibilita’ con praticamente qualsiasi software per linux. Ma che vuoi di piu’ ? Io gli Atom Cherry Trail li uso pure a lavoro sui NUC per i test automatici.

I tablet usati nel referendum in Lombardia non sono dei veri tablet

Ritratto del neofascista da giovane – Osservatorio Repressione

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Viaggio tre le ragazze i ragazzi che scelgono l’estrema destra, sempre più presenti nelle scuole italiane

“Io sono fascista”, dice un ragazzino di tredici anni che va in terza media. “Pure io sono fascista”, dice il suo amico. “Anche io, siamo tutti fascisti”, gli fa eco un altro. È settembre, hanno appena cominciato la scuola, alcuni sono già in prima liceo, altri alle medie. Le giornate in classe sono brevi, il sole permette di girare in maglietta e calzoncini, e piazza Cavour, a Roma, è il luogo dove ci si ritrova appena usciti da scuola, o dopo pranzo, o all’ora dell’aperitivo, o appena finita la cena.

Ventenni, diciottenni, sedicenni, tredicenni, appoggiati alle panchine o agli scalini sul retro del palazzo di giustizia detto Palazzaccio, divisi in comitive per età. I più grandi hanno le facce ingrugnite, i caschi in mano con gli adesivi dei gruppi politici o della tifoseria, sbuffano per dire che non parlano con i giornalisti, ogni tanto provano delle mosse di arti marziali. I più piccoli si rincorrono per la piazza, cercano modelli, un gruppo, un’identità in cui sia facile riconoscersi.

Piazza Cavour è una specie di palcoscenico: chi viene per lo più sa di essere osservato e che quello che succede qui avrà un’eco anche nazionale. Una ribalta che può essere cercata, o di cui si farebbe volentieri a meno. Per esempio nessuno cita volentieri gli scontri che ci sono stati nell’ottobre 2016, quando un ragazzo di 16 anni è stato accoltellato all’addome e per i quali un anno dopo, nel gennaio 2017, sono state arrestate sette persone, tra cui tre minorenni. Alcuni erano militanti dell’organizzazione di estrema destra Fronte della gioventù e frequentavano la sezione del quartiere Prati.

La destra radicale usa la moda e si nasconde sempre meno

“Io non sono d’accordo sulle cose estremiste, sono un po’….”, esita uno dei ragazzi incontrati in questi mesi a piazza Cavour. “Fascista”, suggerisce la sua amica. “No, fascista no, sono tipo a scatti”. È una specie di coro, di cui ci siamo segnati alcune frasi ricorrenti: “Te devi rende conto che questa piazza soprattutto è fascista”, “Tra queste persone qui gira molto l’idea fascista”, “È proprio una moda”, “Per me il fascismo è una moda”, “Sì anche per me è una moda”, “Per me è una bella moda”, “Io sono fascista, certo, per moda”.

Quello che indossano ce lo conferma, dalle magliette di Blocco studentesco (Bs), il ramo giovanile di CasaPound Italia (Cpi), alle toppe con il tricolore. Molti comprano vestiti Pivert, il marchio d’abbigliamento legato a Cpi. Una delle sue figure chiave è Francesco Polacchi, ex leader di Bs, che nel 2009 guidava gli scontri con gli studenti del movimento dell’Onda, nato nel 2008 per protestare contro i tagli del governo Berlusconi sulla scuola.

In una società in cui l’antifascismo non è più un valore riconosciuto come tale, la destra radicale usa la moda e si nasconde sempre meno, anzi cerca sempre più spazi di visibilità, ha bisogno di farsi conoscere, spesso ci riesce.

L’avanzata mediatica della destra
Dalla nebulosa di movimenti e partiti che si sciolgono e si riformano, emergono soprattutto Forza nuova (Fn) e Cpi. La prima è stata fondata nel 1997 da Roberto Fiore e Massimo Morsello, protagonisti negli anni settanta del gruppo neofascista Terza posizione. Accusata di antisemitismo e negazionismo, vuole marciare su Roma come fecero i fascisti, fomenta le violenze contro gli immigrati, è contro l’interruzione volontaria di gravidanza e le unioni civili – uno dei suoi leader, Giuliano Castellino, è stato arrestato per aver ferito due vigili e un poliziotto mentre provava a impedire l’assegnazione di una casa popolare a una famiglia eritrea.

CasaPound nasce nel dicembre 2003 con l’occupazione di un ex palazzo governativo in via Napoleone III a Roma, occupazione riconosciuta in seguito sia dal sindaco di centrosinistra Walter Veltroni, sia da quello di destra Gianni Alemanno. Negli anni, Cpi ha occupato altri edifici, aperto un centinaio di sezioni in Italia ed elaborato la proposta di un mutuo sociale. Ispirato alla politica economica fascista, in particolare al manifesto di Verona, prevede la costruzione di case popolari da vendere a prezzi agevolati e senza tassi d’interesse solo a famiglie italiane. Non vieta le unioni civili tra persone dello stesso sesso né l’aborto, ma è contro l’adozione per le coppie gay e crede che gli stranieri siano una minaccia economica e culturale per l’Italia, tanto da parlare di pericolo di sostituzione della popolazione italiana.

Da ottobre 2017 Cpi ha fatto il pieno di attenzione. I dibattiti tra i giornalisti e il segretario e candidato premier Simone Di Stefano nella sede romana di via Napoleone III hanno scatenato le ovvie polemiche, prima e dopo le elezioni di Ostia, dove il partito ha preso il 9 per cento.

La cultura è importante, ci ripetono molti capi della nuova destra, anche se poi sbagliano i congiuntivi

I dibattiti portano a galla alcune contraddizioni: con chi si dichiara fascista si discute o no? Si rischia di sdoganarli o li si costringe a misurarsi con la democrazia? C’è il rischio di essere usati da chi nasconde legami con la criminalità e la violenza?

Sono domande che nascono anche riguardo all’aggressione di Roberto Spada contro il giornalista Daniele Piervincenzi. Dare spazio a fatti del genere, anche se per denunciarli, garantisce una credibilità a chi li compie? Il blitz dei militanti di Forza nuova (Fn) sotto la sede di Repubblica o quello dei quattro skinhead a Como è roba di imbecilli o il sintomo di cosa? La manifestazione antifascista, sempre a Como, intercetta una diffusa indignazione o è una testimonianza minoritaria, visto che a partecipare sono state un migliaio di persone, tra cui pochissimi giovani?

È innegabile che le cose si stiano trasformando. Tra chi sostiene che siamo di fronte a un’onda nera e chi ridimensiona questi fatti, c’è da considerare qualche dato, che ci riporta alle ragazze e ai ragazzi.

Nelle scuole di Firenze
Nel novembre scorso, alla consulta provinciale degli studenti a Firenze ha stravinto la rinata Azione studentesca (As), che si era sciolta ma si è riformata nel settembre 2016, orientata ancora più a destra. Spirito e volontà, sangue e terra, muscoli e sangue, le foibe, sono alcune delle loro parole chiave. Il gruppo protesta spesso contro l’alternanza scuola-lavoro. “Non saremo i vostri schiavi da fast-food”, scrivono in fasciofont sugli striscioni che attacchinano sui muri di Firenze.

In 45 scuole della provincia fiorentina As ha ottenuto 18mila voti, 32 seggi su 58 e la presidenza con Mattia Micunco del liceo Agnoletti di Sesto Fiorentino. Il punto di riferimento di As è Casaggì, centro sociale di destra nato a Firenze nel 2005 contro l’alleanza tra gli ex missini del Movimento sociale italiano (Msi) e Berlusconi, e che oggi si dichiara “di destra identitaria”.

“Cerchiamo di tenere insieme chi non si riconosce nei partiti tradizionali”, dice il coordinatore nazionale di As, Anthony La Mantia, 25 anni. Cita il gruppo di Rinnovazione a Rieti, i presidenti delle consulte provinciali di Pistoia e di Perugia, entrambi di As, i militanti a Taranto, a Brescia, a Siracusa, e Gioventù identitaria a Brindisi (anche se loro precisano che non ci sono alleanze in corso con As). “Azione studentesca ha 180 iscritti in quaranta città. Si muovono bene, fanno molto attacchinaggio”, dice La Mantia. L’anno scorso hanno fatto il loro primo campo nazionale a Leonessa, in provincia di Rieti. “Il volantinaggio alle sette di mattina, anche con zero gradi, trasmette un senso di sacrificio. E poi ci tengo alla preparazione culturale”, aggiunge.

La cultura è importante, ci ripetono molti capi e gregari della nuova destra, anche se poi sbagliano i congiuntivi. Il canone va dallo scrittore nazionalista giapponese Yukio Mishima a figure di cui la destra si è appropriata come nel caso del militante nordirlandese cattolico Bobby Sands. Inoltre, recupera l’enfasi sull’autodeterminazione dei popoli (rivista oggi in salsa sovranista), e si appoggia ad alcune nuove case editrici.

Una è Passaggio al bosco, che ha aperto a Firenze nel 2017. Ripubblica testi classici per la destra come quelli di Ernst Junger o Giano Accame, e libri di nuovi ideologi come Marco Scatarzi (fondatore di Casaggì), o testi in cui si loda l’onnipresente neonazista Leon Degrelle e si citano in chiave antimodernista pensatori come il matematico e filosofo cattolico Olivier Rey o l’intelluettuale Byung-Chul Han, autore di saggi critici sul mondo digitale.

Tutto nasce con Terza posizione
Le ragazze e i ragazzi appartenenti a questa destra identitaria non si vergognano del fascismo, rimosso o ridimensionato tra gli anni novanta e i duemila dopo la svolta di Gianfranco Fini a Fiuggi verso un partito meno nostalgico del fascismo.

Guardano piuttosto a gruppi neofascisti come Terza posizione, fondata nel 1977 da liceali e universitari, tra cui i futuri protagonisti di Forza nuova e di CasaPound, ovvero Massimo Morsello, Roberto Fiore e Gabriele Adinolfi.

Nel libro La fiamma e la celtica, Nicola Rao racconta che molti come loro, dopo l’uccisione nel 1979 del militante di 17 anni Alberto Giaquinto, durante il primo anniversario di Acca Larentia, lasciano l’Italia. Negli anni successivi, la repressione dello stato, i processi per le stragi e la latitanza cancellano i movimenti e i gruppi di estrema destra che non si sciolgono da soli o non si autodistruggono.

Il corteo di CasaPound per il quarantesimo anniversario di Acca Larentia a Roma, il 7 gennaio 2018. (Christian Mantuano, OneShot/Luzphoto)

Per i neofascisti, gli anni tra il 1979 e il 2006 sono una parentesi. Morsello, Fiore e Adinolfi li passano all’estero, ma tornano tra il 1999 e il 2000 (Morsello è morto nel 2001). È a loro che le ragazze e i ragazzi più giovani fanno riferimento, più che a Gianfranco Fini, che non sanno neanche chi sia. Laterale rispetto all’organizzazione, Adinolfi è letto e considerato il padre nobile di CasaPound.

Uno dei suoi testi più citati è il breve scrittodiffuso nel 2008. Si intitola Sorpasso neuronico e liquida tutte le scelte della destra parlamentare ed extraparlamentare degli ultimi trent’anni:

In tutti quegli anni nessuna proposta politica ha fatto presa, non ci sono stati consensi di massa, ma è successo che uomini e clan si sono contesi parte del voto passivo, quello refrattario al cambiamento, quello nostalgico non del ventennio ma di una gioventù trascorsa al bar di fronte alla sezione.

Adinolfi, come altri neofascisti, si ritaglia un suo fascismo, e sceglie quello tra il 1919 e il 1922, e quello tra 1943 e il 1945. Quella che propone è una nuova generazione politica ispirata all’arditismo, al futurismo, allo squadrismo. E scrive: “Abbiamo davanti praterie da riconquistare di fronte a una società atomizzata”.

Il linguaggio sembra in certi casi quello caricaturale di Fascisti su Marte, ma questo non diminuisce il fascino esercitato sui più giovani. È un codice cameratesco, capace di conquistare i ragazzi che non hanno anticorpi contro questo tipo di retorica. Scrive ancora Adinolfi:

Quando il senso di appartenenza a qualcosa di potenzialmente edificante diventa rituale da pitecantropi, […], quando le braccia tese perdono l’energia futur/ardita per diventare sgradevoli e aritmiche gesticolazioni di emarginati, quando le camicie nere si sporcano di ragù, allora s’inverte la tendenza positiva dell’ancoraggio storico/simbolico […]. La mentalità futur/ardita è opposta: interventista, fa le cose e non le predica. Risponde al motto mussoliniano ‘il fascismo è la chiesa di tutte le eresie’. […] Bisogna distruggere tutto quello che c’è di estrema destra e recuperare tutto quello che c’è di fascista.

Basta parlare con Rolando Mancini, coordinatore nazionale di Blocco studentesco, neolaureato in giurisprudenza e praticante in uno studio di avvocati della capitale, per capire quanto abbiano presa le parole di Adinolfi. Lo facciamo all’indomani delle elezioni studentesche dell’autunno 2017, in cui la loro lista – così dichiarano nei loro comunicati stampa – ha ottenuto 56mila preferenze nelle scuole di tutta Italia; la presidenza delle consulte a Fermo, Ascoli e Viterbo; la maggioranza in scuole del centro di Roma come il linguistico Caetani e il tecnico Bernini; e l’85 per cento al tecnico Faraday di Ostia. Sulle elezioni scolastiche non esistono dati ufficiali, soprattutto per quanto riguarda le consulte provinciali – organi poco rappresentativi, votati da pochi studenti – ma i risultati sono usati lo stesso dai movimenti neofascisti per fare propaganda.

Mancini è cauto nel parlarci. Lo incontriamo nella sede di CasaPound in via Napoleone III, a Roma. E anche qui sentiamo risuonare i toni e le parole di Gabriele Adinolfi. Il palazzo all’interno è spoglio, c’è un’aria catecumenale, alle pareti le immagini delle donne legate al fascismo e segni di quello che Umberto Eco identificava come ur-fascismo. Ci sediamo su poltrone sfondate.

La trincerocrazia di Blocco studentesco
Quello che scrive Adinolfi in Sorpasso neuronico sul proselitismo è:

Allora è tutto da rifare, […] ma fondandolo su di una gerarchia reale, sulla comunicazione e sull’organicità e rispondendo ad un S.O.S. acronimo, in questo caso di Strategia, Organizzazione e Stile.

Quello che dice Mancini è:

Abbiamo rilanciato l’arditismo, bisogna essere sempre attenti allo stile, fare panico mediatico. Ti faccio un esempio. Ci sono centri sociali che dicono ‘legalizziamo la marijuana’, noi diciamo ‘legalizziamo il duello’. Lo facciamo come provocazione, ma ci piacerebbe che venisse ripristinato il duello vero in un mondo di duelli finti come quelli su Facebook. Non ci interessano neanche più le battaglie che contraddistinguevano il nostro movimento negli anni novanta, quelle contro la droga e l’aborto, per esempio. Le abbiamo superate. L’aborto non è una bella cosa, però è una scelta della donna. Sulla droga siamo contrari, perché non è che puoi scegliere l’arditismo e poi farti la cannetta che ti addormenta. Però non ci facciamo battaglie politiche. Ci piace più fare, che non far fare.

E il fascismo? Sempre Mancini: “Il fascismo è un grande padre severo, a cui dobbiamo rendere conto del nostro operato. Come facciamo con i ragazzi di Acca Larentia. Abbiamo un rapporto sacrale con i morti, ci accusano di essere tanatofili, ma quando commemoriamo i tre militanti del Fronte della gioventù uccisi il 7 gennaio 1978, noi pensiamo veramente che i morti marciano con noi”.

Gli chiediamo di raccontarci cosa spinge un ragazzo ad avvicinarsi a Blocco studentesco e lui spiega che “c’è la fascinazione per un simbolo, la bandiera, che agisce su un piano emozionale. Noi trasformiamo questa fascinazione in una coscienza politica. Da ragazzino non avevo letto La dottrina del fascismo di Costamagna, ero attratto dai simboli della destra, dall’impatto visivo di quel mondo”.

Una volta che un ragazzo sceglie Bs che succede? “Ogni sezione ha il suo responsabile, c’è la trincerocrazia, il posto e il ruolo te li guadagni con il tempo, con l’esperienza”, dice. “Molti non rimangono, perché la militanza è tosta, ci sono due riunioni a settimana, poi c’è il volantinaggio la mattina presto davanti alle scuole, le affissioni”, aggiunge, “e poi ci sono i turni a CasaPound, che è sempre aperta. Questo può causare problemi a casa. I genitori non sono contenti che i figli fanno volantinaggio per CasaPound. Ma le criticità io credo che ti forgiano. Capita che dei ragazzi litighino con le famiglie e restino a dormire qua”.

Uno dei miti fondanti per la destra va cercato nei ragazzi che combatterono nella prima guerra mondiale

La violenza? “La nostra violenza è sempre di difesa. Reagiamo quando siamo provocati”, dice. Gli ricordiamo, a proposito di provocazioni, l’irruzione di CasaPound nella sede del quarto municipio a Roma per chiedere la chiusura del centro dove la Croce rossa ospita dei migranti, e lui dice che gli scontri con i militanti di sinistra ci sono stati perché “noi non ci facciamo passare addosso”. Gli chiediamo del ragazzo di 18 anni picchiatoperché indossava una maglietta del CinemaAmerica e perché ritenuto comunista. “Non ne so molto”, risponde. “Però posso dire che pure io, quando al liceo indossavo una maglietta degli Zetazeroalfa, magari mi beccavo con l’antifascista e ci davamo due schiaffi. Io credo che la scazzottata può succedere ogni tanto. Per me è una cosa sana, vuol dire che hai vissuto”.

Mentre Mancini parla, l’interno di via Napoleone III ci sembra sempre di più un sacrario. Le luci fioche, le foto che somigliano a quelle delle lapidi. Lui stesso insiste più volte sul rapporto con la morte. Ma perché un ragazzo dovrebbe essere affascinato da questo tema? Elia Rosati, ricercatore di storia all’università di Milano che da anni studia le destre radicali, ricorda che uno dei miti fondanti per la destra italiana va cercato nei ragazzi che combatterono o morirono nella prima guerra mondiale, tra arditismo e dannunzianesimo, e che diventarono la prima generazione ad aderire al fascismo nel 1919.

Nel libro Comunità immaginate, Benedict Anderson mostra la relazione tra il nazionalismo e il sentirsi parte della comunità dei propri morti. Per capirlo ancora meglio, e per capire la destra oggi in Italia, bisogna guardare da vicino a quello che è successo il 7 gennaio 2018, durante la marcia organizzata per il quarantennale dell’agguato davanti alla sezione romana di Acca Larentia in cui furono uccisi i giovani attivisti di Fronte della gioventù, Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta – un terzo ragazzo, Stefano Recchioni, fu ucciso negli scontri con le forze dell’ordine, scoppiati per protesta poche ore dopo.

Un corteo funebre
Il corteo parte da piazza Asti, percorre via Tuscolana, ed è lungo quasi un chilometro. I militanti si dispongono in fila per sette, per fare più scena. CasaPound organizza, fa il servizio d’ordine, detta i tempi e vieta le foto. Per tre ore nessuno rilascia interviste.

Ma prima dell’inizio, Adriano Scianca – giornalista e scrittore, classe 1980 – accetta di parlare, unendo la dimensione politica (ed elettorale) a quella del sacro. “Puntiamo al 3 per cento”, dice. E poi aggiunge: “I caduti sono il nostro pilastro metapolitico”.

Bomberino e scarpe New Balance, i partecipanti sono tutti bianchi e quasi tutti maschi, si salutano stringendosi l’avambraccio, i vecchi danno ordini ai più giovani. Gianluca Iannone, presidente di Cpi è il regista, e governa la scena. Simone Di Stefano è il segretario, si muove con un fare più defilato. Mauro Antonini, candidato alla regione Lazio alle elezioni del 4 marzo, spiega che il loro atteggiamento rispecchia “la divisione dei ruoli che c’è all’interno del movimento. Di Stefano parla a chi non è di CasaPound, va in tv, è la nostra faccia all’esterno. Iannone parla ai militanti, alle sezioni. È il capo tribù”.

Una manifestazione organizzata da CasaPound per chiedere la chiusura del centro di accoglienza in via del Frantoio a Roma, il 30 giugno 2017. (Matteo Minnella, OneShot/Luzphoto)

E infatti è Iannone che indica dove fermarsi, in che ordine schierarsi. Fino all’arrivo alla sezione di via Acca Larentia, dove tutti i partecipanti sono inquadrati per gridare “presente” e ricordare così Bigonzetti, Ciavatta e Recchioni. La scena si ripete tre volte. Braccia tese, saluti romani, poi il gruppo si scioglie. Una scena lugubre.

Ai lati della folla, i vecchi camerati brontolano. Mario Merlino (1944) neofascista storico, storce il naso per come CasaPound ha colonizzato il corteo: “Doveva essere una commemorazione, hanno fatto una sfilata elettorale”. Maurizio Lupini, un sopravvissuto all’agguato del 1978, si lamenta per essere stato escluso dal rito. È la prima volta che un solo gruppo neofascista riesce a fare proprio il corteo.

Una giornata come questa mostra che CasaPound e Blocco studentesco somigliano più a delle sette religiose che a dei partiti politici: la formazione è un’iniziazione, il cameratismo un legame sacro. Il giornalista e scrittore Marco D’Eramo ci dice: “Nell’adolescenza scopriamo il sesso e la morte, l’età più metafisica della vita umana, anche quando si esprime a randellate. Il paragone con le sette religiose non è peregrino”.

L’indottrinamento dei militanti
E come nelle sette, ci sono dei princìpi da rispettare. Per molti militanti neofascisti questi princìpi sono quelli del decalogo della decima Mas. Jacopo, un ragazzo di 21 anni che ha militato in Blocco studentesco, dice: “Ogni volta che parli, che fai un comizio, che fai un’azione, lo tieni presente”. I precetti recitano: “Sta zitto, sii serio e modesto, non sollecitare ricompense, sii disciplinato, sii rispettoso, devi avere il coraggio dei forti non quello dei disperati, sii dignitoso, sii fedele, non usare droghe, dà valore alla vita”.

Se somigliano a regole di vita, è perché lo sono, e servono a cementificare l’unione tra il partito e i ragazzi. A tal punto che “quando vivi CasaPound per 24 ore al giorno e poi la lasci, più che essere bollato come traditore, ti senti tu di essere un traditore, di aver lasciato un ideale”, dice Jacopo.
Anche Forza nuova punta molto sull’indottrinamento dei giovani. In un’informativa del novembre 2017 del Raggruppamento operativo speciale dell’arma si legge:

Si evidenzia come l’attenzione del gruppo si concentri sull’attività di indottrinamento dei giovani sin dall’età adolescenziale, al fine di meglio coinvolgerli in una devota condivisione di intenti dettati dal movimento e ai quali ispirare la propria militanza e la propria vita (…) Tale capacità di trasportare i minori in un contesto caratterizzato da dettami rigidi e intriso di odio e razzismo evidenzia la portata reale della pericolosità di un gruppo che riesce così a radicarsi negli aderenti sia da un punto di vista ideologico che comportamentale.

Le conseguenze di tutto questo, le racconta Federica Angeli su Repubblica:

A me la cosa che interessa di più so’ i ragazzini, i ragazzini, dice uno dei leader della sede storica romana di Forza nuova. Giovani reclute da crescere nell’odio e che sfuggono all’educazione di madri e padri, cambiano umore, si fidano ciecamente dei dettami dei leader del movimento. Ci sono i genitori di alcuni ragazzini che frequentano la sezione del partito che chiamano disperati i responsabili del movimento: ‘Noi non esistiamo più’, dice il padre di un 17enne in una conversazione intercettata dai carabinieri nel 2014, ‘esistono solo il partito e i capoccioni del partito, noi genitori non contiamo un cazzo’.

Tra i libri assegnati per la formazione ci sono Il Capo di Cuib dello scrittore nazionalista romeno Corneliu Zelea Codreanu, che cominciò a fare politica proprio fondando un movimento studentesco, oppure Militia di Leon Degrelle. Due testi che sono una sorta di manuali di formazione spirituale-militare, scritti con uno stile marziale che può sembrare quasi parodico.

Valerio Renzi, che ha studiato l’avanzata delle destre a Roma e l’antropologia della politica giovanile, conferma l’immagine della setta: “Alcune organizzazioni come Forza nuova e CasaPound somigliano più a una setta che un partito, compresa l’iniziazione, l’inclusione o l’esclusione. La struttura elitaria crea una voglia di essere inclusi, e per farlo il movimento ti organizza tutti gli aspetti della vita”.

Elia Rosati parla di “santa teppa”, e ricorda che nel romanzo di formazione Nessun doloredi Domenico Di Tullio – militante e avvocato di CasaPound – si racconta proprio la storia di amicizia tra due diciottenni di Blocco studentesco, che fanno di tutto, finendo anche in carcere, per non tradire il partito.

“Il fascismo del terzo millennio è vissuto come un’esperienza prerazionale, uno stile di vita capace di cogliere la ragione interiore delle persone e soddisfare il loro bisogno di identità”, scrive la docente di antropologia Maddalena Gretel Cammelli in Fascism as a style of life. “Violenza e morte sono rivendicate, eseguite e messe in atto come strumenti concreti per collegare il fascismo contemporaneo con le sue manifestazioni storiche”.

Contro il femminismo
Anche il ruolo delle donne all’interno del neofascismo giovanile è studiato. Dentro Lotta studentesca le donne non hanno il diritto di salutare con l’avambraccio, perché il saluto romano appartiene ai legionari, uomini e combattenti. Le donne devono curarli. Per Ls e Fn, inoltre, devono stare a casa. A dicembre, i volantini usati da alcuni militanti di Forza nuova a Carpi per una raccolta firme, dicevano: “Firmate per il reddito alle madri, in modo tale che ogni donna, scegliendo di fare la casalinga, percepisca 500 euro al mese”. Sulla pagina di Fn si precisa che il reddito alle madri sarebbe stanziato solo per quelle che accettano “di rimanere a casa invece che andare a lavorare”, e solo se sono italiane.

Le giovani di Ls non possono uscire per andare ad attacchinare, perché è pericoloso per le donne, “considerate inferiori rispetto agli uomini e inutili in caso di problemi o scontri con altri gruppi”, dice un militante di Ls.

Le militanti di Ls vengono educate al rifiuto del femminismo. Le femministe sono paragonate a “cagne (…) che chiedono di abortire o di diventare uomini”, si legge su Ordine Futuro, rivista legata a Forza nuova. Il 18 novembre a Trieste alcuni militanti organizzano una manifestazione contro lo ius soli in contemporanea con quella contro la violenza sulle donne del movimento Non una di meno.

Un corteo di Casapound a Roma, il 21 maggio 2016. (Christian Mantuano, OneShot/Luzphoto)

Due giorni prima, il vicesegretario nazionale di Forza nuova Giuseppe Provenzale ha scritto su Facebook un post sull’interruzione volontaria della gravidanza: “Il diritto all’omicidio/aborto non è mai ammissibile in linea di principio da chiunque affermi di essere un difensore della Patria”.

La nume tutelare del “femminismo” di Fn è Evita Perón. L’associazione Evita Peron è “un’associazione di donne che si rivolge alle donne”, si legge sul loro sito, “oggi troppo spesso private della loro identità a causa dei guasti devastanti prodotti dal ‘femminismo’, perché tornino a rivendicare il loro diritto ad essere madri del futuro della nostra società”. Scrive Provenzale:

Nasciamo per creare famiglie, non per vivere nella strada. Le militanti dovevano agire a fianco dei loro camerati ma affrontare le problematiche dello specifico femminile evitando assolutamente di correre il rischio di ‘mascolinizzarsi’. In politica la donna deve essere al fianco dell’uomo, ma senza mai permettergli di immischiarsi nei suoi affari.

L’estate scorsa a Catania, Forza nuova ha organizzato la prima colonia estiva Evita Peron: le educatrici insegnavano ai bambini il cromatismo ariano e spiegavano il significato dei tre colori nella bandiera nazista. Ogni bambino poteva dipingere la “bandiera della tradizione” sulla tela, come un’attività ludica.

Dentro Blocco studentesco il clima è un po’ diverso: la presenza delle ragazze è sempre minoritaria, i ruoli sono formalmente uguali. “Prima la politica era considerata un argomento riservato agli uomini, mentre ora non è così”, dice Clara, una militante romana. Le ragazze in sezione si occupano “della segreteria, perché siamo più predisposte, del doposcuola o della raccolta alimentare, ma tutte queste attività sono svolte anche dai ragazzi”, aggiunge. Non sono contrarie all’interruzione volontaria della gravidanza, ma Clara ritiene che “il femminismo abbia come prerequisito la sottomissione all’uomo da parte della ‘femmina’ che non vuole prendersi gli oneri e gli onori di essere donna”.

Il nuovo fascismo un’ideologia ce l’ha
Più di un commentatore ha usato parole come populismo, qualunquismo e antipolitica per incasellare la nuova destra, ma così si rischia di avere approccio semplicistico e riduttivo. Nel 2010 il gruppo I cani cantava: “I pariolini di 18 anni/ animati da un generico quanto autentico fascismo”. All’epoca i neofascisti avevano provato a fare un tentativo di mimetismo e qualunquismo a opera di Blocco studentesco e Casapound. Dice Mancini:

Io faccio parte di Bs dalla sua nascita, nel 2006. I giovani erano lontani dalla politica, ma contro la riforma della scuola di Mariastella Gelmini si organizzarono molte manifestazioni, creammo un coordinamento trasversale con i collettivi di sinistra. Poi tutto cambiò quando intervennero gli universitari della Sapienza, che non tollerarono l’accordo.

Gli scontri con gli studenti di sinistra a piazza Navona a Roma nell’ottobre 2008 fanno parte dell’automitizzazione di Bs, che si presentò con slogan tipo “Né rossi né neri, ma liberi pensieri”. Il 2008 è un anno cruciale. Gabriele Adinolfi in Sorpasso neuronico intravede la nascita della forza politica legata a Beppe Grillo, ma gli dà dieci anni di vita. Il ricercatore in scienze politiche all’università di Pisa Lorenzo Zamponi sostiene che l’Onda fosse il primo movimento trasversale, postpolitico, e che anche da quella esperienza sia nato il Movimento 5 stelle. Ma Claudio Riccio, al tempo uno dei leader dell’Onda, avverte: “Blocco studentesco ha sempre rappresentato i fascisti o poco più. Nel 2008-2009 fecero un un’operazione di mimetismo che non gli riuscì come spesso non gli riesce, attraverso slogan qualunquistici”.

Quel fascismo, oggi, è meno generico. Nel 2012 il Secolo d’Italia, il giornale con cui Flavia Perina aveva cercato di emancipare la destra dall’eredità neofascista, ha smesso di uscire in edicola. Alla fine del 2017 ci va invece il giornale della nuova destra. Si chiama Il Primato Nazionale e il suo direttore, Adriano Scianca, è l’instancabile divulgatore di alcuni concetti chiave per la nuova destra: dalla fine della destra e della sinistra teorizzata da Alain de Benoist in Populismo all’idea che il multiculturalismo possa portare al suicidio di una nazione come sostiene Éric Zemmour, passando per la minaccia della “grande sostituzione” sostenuta da Renaud Camus.

Riecheggiando quest’ultimo concetto, Scianca scrive in L’identità sacra:

Il popolo da eliminare è innanzitutto quello europeo, la cui stessa esistenza […] rappresenta il grande scandalo, il peccato storico da redimere. L’Europa […] agita ancora i sonni di chi aspetta da millenni di “chiudere” l’avventura storica dell’uomo, vedendo i suoi tentativi costantemente frustrati. Ed è da questa frustrazione che nasce il progetto più criminale mai concepito: il cambiamento di popolo.

Mischiato a complottismi tipo il piano Kalergi – che sostiene l’esistenza di un progetto ideato per sostituire la popolazione europea attraverso l’immigrazione africana e asiatica – il timore per la “grande sostituzione” è un’idea che fa presa sui ragazzi. Camus – pensatore di riferimento sia di Matteo Salvini sia di Marine Le Pen, oltre che dei movimenti neofascisti dell’Europa dell’est – è convinto che occorra resistere all’invasione dei popoli non europei. Ed è proprio su questa difesa che i neofascisti italiani, divisi su temi come l’aborto, ritrovano l’unità.

Sulla difesa identitaria, ma anche sull’antifascismo. Valerio Renzi si è fatto la stessa idea: “Un antifascismo svuotato di senso offre un bersaglio facile per l’antagonismo di maniera delle destre radicali”, dice. “I neofascisti riescono a presentarsi come un’alternativa, riusando simboli, nomi e miti del neonazismo: pensa a come viene citato Degrelle, un collaborazionista che ha scritto un pamphlet intitolato Adolf Hitler per 1000 anni!”.

Contro l’antifascimo e con l’integralismo cattolico
Un militante di Ls ci spiega che hanno abbandonato molte delle vertenze nelle scuole per intraprendere una campagna “contro la cultura antifascista” perché facendo così sanno di ricevere più luce e più consensi.

Oltretutto, è una battaglia sostenuta dai dirigenti del partito. Per il segretario nazionale Roberto Fiore l’antifascismo è uno strumento con cui le élite di sinistra “occupano lo stato”. Per Mirco Ottaviani, responsabile del partito in Emilia-Romagna, “è ora di decretare la fine di questa repubblica antifascista e del clima d’odio che l’ha accompagnata sin dalla sua fondazione”. Intanto, i militanti hanno fatto presìdi contro le iniziative dell’Associazione nazionale dei partigiani (Anpi).

Oltre alla lotta contro l’antifascismo, a caratterizzare Forza nuova e Lotta studentesca è l’aderenza all’integralismo cattolico. I loro militanti, diversamente da quelli di CasaPound, non sono affascinati dal neopaganesimo di Julius Evola e dalle sue pacchianerie misticheggianti. Per loro la messa è un momento di aggregazione, anche se papa Francesco è visto come una specie di avversario politico.

Una comunità di riferimento celebra il rito ad Albano Laziale: è quella dei lefebvriani di San Pio X. In molti citano la figura di don Ennio Innocenti. Nato nel 1932, è oggi cappellano della Sacra fraternitas aurigarum urbis a Roma.

Sui rapporti con il neofascismo, risponde: “Ho sempre avuto amicizie con alcuni neofascisti, mi sembravano tra i pochi a combattere contro la deriva iperliberista e illuminista di questa società. Quelli di Fn sono tra questi. Il problema è che sono ignoranti. Roberto Fiore voleva fare una scuola, ma poi non hanno fatto nulla. Non hanno abbastanza radici storiche e culturali per motivare le loro convinzioni”.

Le ragioni della crescita nelle scuole
Saranno pure ignoranti e confusi, come sostiene Innocenti, ma sanno essere efficaci e convincenti, e in molti casi allarmanti per la capacità di fare proselitismo. A Ostia “sono così presenti in tante di quelle scuole che in pratica le controllano”. Una ragazza del liceo Anco Marzio racconta che fa di tutto per dare un senso all’antifascismo, ma il contesto in cui deve farlo è questo:

Il problema è tutto il decimo municipio di Roma, non solo Ostia. Nei licei la presenza delle liste neofasciste è ridotta, ma nei tecnici hanno una forte influenza. Approfittano del menefreghismo che c’è in quelle scuole per la politica. Hanno cominciato dando una mano a fare le occupazioni. L’anno scorso, per esempio, al Faraday l’occupazione l’hanno fatta ex studenti, militanti di Blocco studentesco. In certe scuole, il logo di Bs è ovunque, l’essere studente si confonde con l’essere militante di destra. Si piazzano davanti alle scuole a danno i loro volantini, reclutano, e gli studenti non si ribellano: Bs non viene neanche percepita come il ramo giovanile di un partito come CasaPound. Questo perché si prendono i ragazzini di quindici anni, li mettono a fare la raccolta di generi alimentari fuori dai supermercati, gli fanno fare assistenza alle famiglie, non sembra politica all’inizio. E poi picchiano. Intimidazioni: una testata a uno, uno sputo a un altro.

L’antifascismo, in contesti del genere, è una battaglia di resistenza. E anche se il numero dei neofascisti non è aumentato, la loro presenza si nota perché il processo di desertificazione a sinistra è stato ed è drammatico.

Francesca Picci dell’Unione degli studentimostra un appello che hanno scritto per “promuovere dentro le scuole e dentro le consulte iniziative e assemblee informative sul significato e sull’importanza che oggi ha l’antifascismo”. Non è un’eccezione, nell’ultimo anno le iniziative antifasciste si sono moltiplicate. Ma il vero tema sollevato da chi fa politica a sinistra è un altro.

Fare politica alle superiori diventa difficile per le riforme che sempre di più tendono a reprimere l’espressione politica degli studenti: dal voto in condotta al numero di assenze da non superare (anche se si fanno per scioperare), pena la bocciatura. Gli stessi rappresentanti degli studenti molto spesso sono impauriti dalle minacce dei dirigenti, dai docenti.

Una ragazza dei collettivi di sinistra a Milano, che preferisce rimanere anonima, dice: “Molti, piuttosto che essere bocciati o rimandati, smettono di fare politica. Le scuole sono sì ancora il laboratorio per il paese. Ma è chiaro che se le occupazioni sono criminalizzate, se le mobilitazioni contro l’alternanza scuola-lavoro incidono sul voto finale, la partecipazione diventa complicata”.

Francesca Coin, docente di sociologia all’università Ca’ Foscari di Venezia, aggiunge: “Le assemblee e la partecipazione politica distraggono dall’efficienza e a volte sono considerate addirittura nocive. Non è difficile capire perché l’immaginario politico delle nuove generazioni tenda a destra, quando sin da piccoli hanno ricevuto, anzitutto tagli, ammonimenti e prescrizioni”.

Una manifestazione di CasaPound per chiedere la chiusura del centro di accoglienza in via del Frantoio a Roma, il 30 giugno 2017. (Matteo Minnella, OneShot/Luzphoto)

è un po lungo ma vale la pena di leggerlo e rifletterci un attimo

Ritratto del neofascista da giovane – Osservatorio Repressione

Sexists Tell Adventurer To ‘Make Them A Sandwich’ So She Leaves It At South Pole

heresiae:

spettriedemoni:

La storia è questa: Jade Hameister è una ragazza australiana di appena 16 (sedici) anni ed ha realizzato un’impresa straordinaria, raggiungere in solitaria il Polo Sud.

Molti uomini maschi l’hanno presa in giro sui social scrivendole che avrebbe dovuto lasciar perdere questo tipo di imprese, sposarsi, fare la moglie e dei figli accettando così il “suo ruolo di donna” e qualcuno le ha detto di preparargli un panino piuttosto.

La ragazza ha risposto con classe e ironia dal suo profilo Facebook: ha preparato un panino con prosciutto e formaggio ed ha invitato tutti quei maschi quegli imbecilli sbruffoni a venire a mangiarlo.

Dopotutto sono appena 600 km di slitta percorsi in appena 37 giorni. Ce la possono fare, no?

Stima.

ed è così che si tratta con certa gentaglia 😀

Sexists Tell Adventurer To ‘Make Them A Sandwich’ So She Leaves It At South Pole

masuoka:

gigiopix:

scarligamerluss:

Io, se mio figlio prende 9, ricorro al Bar.
Nel senso che brindo.

via Edoardo Buffoni

Mia madre quando prendevo 9 diceva “hai fatto solo il tuo dovere”.

Proprio come mia madre. E se tornavo a casa “solo” con un 7, apriti cielo… (“Come mai così poco? Cosa hai sbagliato?”)

Esattamente. Tra l’altro questa cosa l’ho sempre odiata con tutta l’anima.

Ricordo ancora una conversazione tra mia madre e una sua amica, quando io ero in terza media; mia madre stava guardando la pagella del figlio dell’amica, che era un anno più grande di me, e aveva tutti 7. Mia madre disse “eh, ce l’avesse il mio questi voti…”.
L’anno successivo portai una pagella con tutti 7 e 8, ma niente, non una parola di apprezzamento o un “bravo, continua così”. Era sempre e solo “il mio dovere”. Ho aspettato per 4 anni una qualche reazione, poi in quinta mi sono rotto il cazzo. Ho mollato completamente. Mentre tutti gli altri si mettevano sotto cercando disperatamente di recuperare 5 anni di fancazzismo per non farsi segare alla maturità, io facevo cosi’ tante assenze da dover falsificare le firme pure su un secondo libretto delle giustificazioni.
Ero uno dei più bravi della classe, sapevo che non mi avrebbero bocciato dopo cinque anni senza un 6 in pagella. Per cui tirai la corda fino al limite. Arrivai a mandare a quel paese il prof che seguiva la mia tesina (e che era pure in commissione d’esame), 10 giorni prima della maturità, rifiutandomi di fare le modifiche che voleva. Gli dissi che l’avrei consegnata cosi’ com’era, e se gli non stava bene che mi bocciasse pure.
Alla maturità presi “solo” 87, contro il 95 e 96 degli altri due coautori della mia tesina. Quando mia madre mi chiese com’era andata, le dissi di andare a vedere i quadri fuori dalla scuola.

Se mai avrò un figlio, questa cosa del “solo il tuo dovere” da me non la sentirà mai.

Carnevale, tutto pieno a Venezia ed e’ subito caos – Italia

heresiae:

proust2000:

oncomingderrrp:

b0ringasfuck:

lamagabaol:

heresiae:

oncomingderrrp:

maewe:

heresiae:

sabrinaonmymind:

3nding:

oncomingderrrp:

3nding:

Come sempre.

Voi non potete capire da quel video lì com’è davvero la situazione qui.

Al netto di tutte le polemichette sul decoro e il turismo low cost che non condivido, molte pagine del veneziano stanno pubblicando delle immagini inquietanti.

Io adesso lo so che i commercianti di Venezia ci campano con ‘sta massa di barbari, e che quindi loro non possono lamentarsi.

Ma io che son studentessa/lavoratrice non nel settore turistico posso dire che questa situazione ha rotto un pelo il cazzo? Ma giusto un pelo? Che devo o star murata in casa o fare il giro dell’orso per andare da qualsiasi parte? Ghe sboro si può dire?

Per favore STATE

A CASA

VOSTRA

E sempre i vostri morti cani.

Da sociopatico detestatore di folle turistiche e commerciali queste foto mi hanno procurato: nausea, secchezza delle fauci, vertigini, bestemmie.

Tralasciando il discorso SICUREZZA.

Detesto andare a Venezia nei giorni di festa. Mi sento morire solo a vederle ste foto.

questo è il motivo per cui, in tre anni di università lì, ci sono andata solo una volta al carnevale a venezia, cioè quando ci sono venuti dei miei amici di Valenza e mi hanno trascinato fuori di casa. l’unico motivo per cui siamo riusciti ad arrivare nei pressi di piazza san marco era perché erano passati gli hare krishna e ci siamo accodati al loro drappello.

Ma non c’è un limite di persone che possono entrare in città da turisti? E se non c’è, NON SI PUÒ METTERE??

Difficile l’attuazione. Si mettono varchi agli accessi alla città, spostando il problema sul ponte della libertà? Chi decide poi chi è turista e chi no, in base alla prenotazione alberghiera? I turisti che vengono in giornata (una quantità notevole) li facciamo entrare o no? E i residenti in Veneto sì o no? I mestrini? Chi deve lavorare deve esibire il contratto di lavoro? Quello che deve andare al tribunale? Al catasto? Alla soprintendenza? In regione? I pendolari devono timbrare il badge in stazione? Venezia dovrebbe ancora essere una città e non è facile chiuderla ai “non autorizzati”.

Quest’anno è venuto fuori questo gran casino anche perché hanno limitato gli accessi sul rio di cannaregio a 11.000, risultato: strada nuova e ghetto bloccati, residenti che non riuscivano a tornare a casa bloccati nelle migliaia di persone in coda. Cioè ti immagini non poter tornare a casa perché un’orda barbarica intasa tutta la città?

Insomma è un casino e io non so qual è la soluzione, però è una situazione insostenibile. Il turismo di massa è IL problema di Venezia, ma il nostro bat-sindaco è più impegnato ad accendere fari a Marghera e a contare i sghei che xe ciapa.

Ma qual era il senso di limitare l’accesso al rio? Oo

Permettetemi un commento controcorrente: è impossibile e senza senso proibire alla gente di andare a Venezia e addirittura impossibile proibire alla gente di andare a Venezia durante il carnevale. Se c’è chi se la sente se la sente e basta. Venezia rischia? Bon, il problema non sono i turisti. La gestione del turismo e l’educazione della massa verso il rispetto del patrimonio credete sia una soluzione davvero a portata di mente e di mano? Sì è un peccato che cotanta bellezza vada rovinata col tempo, ma se la si usa la si rovina.

Che facciamo la mettiamo in una teca? Allora aboliamone il carnevale e mettiamo una cupola e vediamola coi cannocchiali da un colle con una guida che la descrive tramite diapositive, facciamolo subito, non aspettiamo che affondi, facciamolo subito Immediatamente. Guardiamola da lontano da oggi. Chissenefrega.

Ho cambiato idea su Venezia col tempo. Io vorrei andarci al carnevale un giorno a potermelo permettere, mascherata come si deve e nella bolgia, sì. Contribuirò a devastarla? Non lo so, ma a sto punto me sa de sì a quanto pare.che devo fare? Rinunciare perché altrimenti non dura altri settecento anni?

Io sinceramente me ne fotto. I monumenti son monumenti, li creiamo noi, li distruggiamo noi. Venezia resterà finché resterà poi ci concentreremo su altro.

Se siamo capaci di farne di altri tra mille anni ne apprezzeremo altri e li consumeremo come abbiamo fatto con Venezia.

Serve rispetto? Ok, ma che fai, le visite a numero chiuso durante il carnevale? A chi prenota prima o in ordine per cognome? O peggio a chi paga di più? L’arte è un bene pubblico non dovrebbe essere esclusivo, implica l’assenza di rivalità nel consumo. O la facciamo diventare privata? Allora il carnevale diventa festa privata a inviti, come nelle ville.

Abolisci il carnevale, fai prima.

Prima di Venezia adoravamo altro, dopo Venezia ci sarà altro. Godiamoci Venezia.

Com’è triste Venezia se non si ama più diceva quello. Amiamola e godiamocela finché c’è.

La faccenda mi sembra in generale complessa e le osservazioni che fai ne sono un aspetto.

Chi ha il diritto di vedere Venezia (o le Cinque Terre)? Chi ci vive? E che cosa ha fatto per meritarselo? Chi ci paga le tasse? E sono sufficienti per coprire le spese di mantenimento di questi patrimoni? E quindi chi vive li non può andare sulla Grande Muraglia?
Facciamo pagare un biglietto? E chi non può permetterselo? E chi può permetterselo ma è un selvaggio lo stesso?

E davvero Venezia è un’esperienza universale? A cui non si può rinunciare?

E c’è tempo di educare la gente?

E quante risorse è ragionevole investire per preservarla? E per quanto tempo?
E i campi di concentramento? Per quanto tempo sarà necessario mantenerli a memoria?

E nello stesso tempo non mi piace nemmeno rassengnarmi. Si può fare meglio? Come?

Non è che per Venezia non si stia facendo proprio niente:

http://www.lastampa.it/2017/07/06/italia/cronache/venezia-patrimonio-mondiale-dellunesco-tutto-rinviato-al-gnaSojnjiwXejuKWKxJFTO/pagina.html

e non ne faccio una questione di “Venezia”, di cui non so abbastanza, ma appunto di vedere questo tipo di problemi nella loro complessità e in prospettiva e cercare fattivamente di mitigarli senza troppi patemi ma anche con un po’ di sensibilità.

Magari tra 30 anni saremo un po’ più civili e i prossimi patrimoni dell’umanità riusciremo a goderceli un po’ tutti un po’ meglio.

Poi va beh che gli amministratori colgano l’occasione per marciarci e far vedere che fanno “qualcheccosa” è altra questione ancora…

BTW per fortuna di chi ci vuole andare a Venezia durante il carnevale, a me interessano di più le fritole allo zabaione.

I problemi del turismo veneziano sono tanti e molteplici, comuni a tutte le “città d’arte”, solo che qua si vedono di più perché Venezia è MOLTO più piccola. E ha lo stesso carico turistico di Barcellona, non so se capiamo la differenza di dimensioni. Dico solo 30 mln di presenze all’anno, 54.000 residenti.

A me fa male il cuore vedere gente che non si rende conto che questa è ancora una città, dove ci vive la gente. Dove ci lavora, ci studia, ci va a fare aperitivo nel bar di fiducia e ti chiedono se vuoi “il solito”. So che può sembrare strano a qualcuno magari abituato a vivere in un condominio anni ‘60, ma qui viviamo dentro le cose belle, non è un parco a tema dove vedi cose esposte e dici “oooooh che bello”, è casa mia. Ci vivo. Uno da fuori magari può anche “fottersene” ma io no, come faccio a fottermene di casa mia. Non ci pagano per fare i figuranti.

Pare incredibile ma ci sono attività artigianali, agricole, produttive che non hanno finalità turistiche. Ci sono orti a Sant’Erasmo che producono e vendono direttamente agli indigeni. Ci sono manifestazioni e sagre tutta l’estate organizzate dagli indigeni per gli indigeni, e chissà perché non sono assaltate di turisti nonostante siano tutte in luglio-agosto e in campi non proprio inculatissimi come il bellissimo San Giacomo dell’Orio.

La gestione dei flussi turistici fa cagare a braccetto con l’ignoranza di una parte di visitatori e l’avidità di una buona parte di mercanti veneziani e non.

Un aspetto che forse uno da fuori non conosce è per esempio come il flusso turistico si instradi sostanzialmente dentro un unico percorso circolare che passa da strada nova-rialto-san marco-accademia-ferrovia, come se in tutto il resto della città non ci fosse nulla da vedere (ovviamente un’enorme stronzata). Dico io, ok vuoi vedere San Marco, ci sta, ma sei sicuro sicuro di voler proprio passare per San Lio? Ma hai visto che razza di ospedale c’è a 5 minuti da qua? È l’ospedale più bello del mondo. Fondamente Nove sulla laguna nord? Bellissime, ma allora perché non c’è nessuno?

Magari allora si potrebbero incentivare deviazioni dal flusso turistico principale, visto che ogni due metri ci sono cose splendide da vedere. Invece di strada nova vediamo la Madonna dell’Orto? Invece di intasare calle della toletta passiamo per le zattere? C’è la chiesa dei Gesuati, molto più bella di quella di San Barnaba. Per non parlare del sestiere di Santa Croce, un gioiellino sostanzialmente ignorato.

Se fossi egoista potrei dire “meglio, state tutti sulla vostra pista di go-kart del turismo di massa così so dove schivarvi e ho il resto della città per me”, però penso che la bellezza debba essere condivisa e mi dispiace che il visitatore medio stia a Venezia una giornata, non veda sostanzialmente una madonna e torni a casa deluso e incazzato perché si è fatto pelare da qualche parte criminale dietro San Marco, nel “triangolo delle Bermuda della ristorazione mondiale”. Io penso che se l’orda barbarica che arriva ogni mattina tra ferrovia e piazzale Roma fosse più fluida, invece che onda compatta, saremmo più rilassati noi abitanti e si divertirebbero di più anche i visitatori. Penso che bisognerebbe informarsi un minimo prima di visitare una città d’arte, altrimenti vai in ferie a Formentera, però penso anche che la città d’arte abbia una responsabilità di informare sulle cose da vedere.

A proposito del carnevale e dei flussi. Qualche anno fa, durante il carnevale, erano organizzati molti eventi diversi in molti campi di Venezia. Oltre alle solite cose al rio di cannaregio, a San Marco e all’arsenale, c’erano concerti più o meno organizzati a Santo Stefano, a Santa Margherita, all’F30 in stazione, a San Giacomo, al mercato di Rialto, insomma un po’ dappertutto. Ovviamente la pressione turistica è più forte durante il carnevale, ci mancherebbe, però non era male avere una serie di alternative che aiutassero a deviare i flussi.

Poi qualcuno ha tirato fuori le parole chiave decoro e degrado e hanno deciso che i giovani hanno rotto il cazzo, sono poveri, ti mollano pochi schei e tanto vale sopportar musica fino a mezzanotte quattro sere all’anno, meglio i turisti che si possono spennare meglio, e non se n’è più fatto niente. E come brillante soluzione per evitare che 30.000 persone finissero in acqua nel rio di cannaregio hanno pensato di mettere la polizia a impedire fisicamente di entrare, bloccando completamente gli accessi. Brillante.

Come devo aver già detto in un post molto tempo fa, a me fa incazzare l’atteggiamento da chiagne e fotte di buona parte dei veneziani. Quelli che hanno due o tre case ereditate e ci fanno il b&b, per poi gioire del blocco del cambio di destinazioni d’uso voluto dal bat-sindaco Gigi Brugnaro. (Che non vale a quanto pare per i palazzi che vende il comune ma se cominciamo non ne usciamo più). Che si lamentano dei turisti ignoranti e poi gli rifilano lasagna e spaghetti bolognese, pasta pesto, pizza surgelata, facendogli pagare prezzi da ristorante stellato. Che rompono il cazzo per chi ha le valigie in vaporetto perché non ci stanno col loro passeggino gemellare grosso come una mietitrebbia, che dovrebbe avere la precedenza su un trolley formato bagaglio a mano per chissà quale grazia divina. Non è solo colpa dell’amministrazione, prima del bat-sindaco c’erano Orsoni e Cacciari che non hanno fatto un cazzo da questo punto di vista. È anche colpa di chi affitta ai turisti invece che ai residenti. Di chi apre l’ennesimo bar, uguale ad altri diecimila nel raggio di cento metri. Di chi vende vetri di murano a 5 euro il pezzo, ovviamente fatti in Cina. Di chi alza gli affitti alle panetterie, ai fruttivendoli, ai macellai, a prezzi che non sono in grado di pagare. Sono anche queste cose che uccidono la residenzialità e incentivano la monocoltura turistica: se per comprare due petti di pollo devo fare 8 ponti magari io ci penso un attimo, figurati un vecchietto sciancato. Ma chi è che alza gli affitti? I turisti? Il bat-sindaco? Il veneziano lamentone che deve arrotondare la pensione a botte di 12-15.000 euro al mese?

Grazie al cazzo che uno va a stare a Mestre.

Ci sarebbero moltissime altre cose da aggiungere, però ho gia scritto un papiro. Non so quanto senso abbia (mi sono appena svegliata e ho sonno) ma è un grido di dolore, per una città che considero casa, per i suoi abitanti che comunque si sbattono un sacco, per le associazioni che lavorano per renderla ancora vivibile e vissuta. Per la rabbia che viene quando non ci si vuole rassegnare alle logiche di mercato, perché non è solo mercato casa mia. E anche per la tristezza perché so che anche io me ne andrò tra poco, e mi si spezza il cuore.

Non so quale sia una soluzione. So che far domande è facile e so che Venezia è una città difficile da capire da fuori. So che questa città non deve diventare un museo, e so anche che non ci sono speranze.

So inoltre che anche in terraferma fanno delle straordinarie frittelle allo zabaione, quindi non serve riversarsi in massa in laguna (consiglio Biasetto a Padova, con tutto l’amore che ho per Tonolo non si può competere con Biasetto).

E quindi? E quindi niente. Io piango m’incazzo e non serve a niente.

Però se venite a Venezia, e se venite per il carnevale, fatevi un favore e leggete due cazzate sulla città mentre siete in treno.

Oppure no, restate ignoranti, però ci perdete principalmente voi e poi non venitemi a chiedere “dove possiamo mangiare bene dietro piazza San Marco” perché vi mando in mona.

E magari guardatevi questo, che Paolini è molto più bravo di me a raccontare la città. È uno spettacolo vecchio, ma l’unica cosa cambiata fin’ora è la dimensione della massa turistica, che è raddoppiata. I veneziani cambiano più lentamente.

Reblog del “papiro“ che consiglio caldamente di leggere, perchè noi terrazzani non possiamo capire il punto di vista interno di questa situazione, 

A noi Venezia piace, tanto, al limite la adoriamo.

Loro la amano, che è ben diverso. E a volte fa male.

l’obiettivo ‘Decoro’ di Venezia era già in atto quando ci andavo all’università io e parliamo di di 15 anni fa più o meno. 
io mi ritengo fortunata perché ho potuto ancora bermi spritz e bianchini all’aperto in Campo Santa Margherita. quando mi hanno detto dell’ordinanza ‘o bevi nel locale o non bevi’ mi si è spezzato il cuore, perché significava banalmente non bere (avete presente un loculo? ecco, è la dimensione media di un bar a Venezia). già all’epoca tra le 11 e le 11.30 chiunque fosse in Campo a fare musica o performance o altro, cominciava a sbaraccare perché dalla mezzanotte ci doveva essere il silenzio. per carità, la gente ha tutto il diritto di dormire, poi però hanno cominciato ad ammazzare pure qualsiasi iniziativa serale. 
anche a me i turisti facevano già incazzare all’epoca, perché purtroppo l’anello turistico è la strada più veloce per le biblioteche. io riuscivo ad aggirare il grosso del traffico per andare alle Terese passando dal carcere, ma per andare alla Querini e alla Marciana mi è toccato armarmi di tanta pazienza, conoscenza di micro scorciatoie degne di un locale e capacità di slalom che manco Tomba (il tutto con un PC portatile di 5kg a braccio…). infatti quei tre anni non ho sentito la mancanza di un’attività fisica regolare. tra ponti, turisti e scale di ex conventi ero parecchio in forma. 
Venezia è bellissima e quando ne sei parte è proprio casa. appena cominci a conoscerla e a farne parte ti senti accolta e coccolata. appena ti addentri in qualche calle scopri tesori che non esistono in altre città. 
campiello Barbaro accanto alla Peggy Guggenheim con casa Arton da un lato, i palazzi affacciati sulla Chiesa della Salute (percorso che, per qualche motivo, non era mai veramente affollato di turisti), il Ghetto… quando andavo all’università le Zattere non erano esattamente accessibili al pubblico, ma noi ce ne fregavamo, oltrepassavamo la recinzione e pranzavamo lì. tutte le calli dietro San Marco per andare alla Querini, l’ultimo vaporetto notturno da Piazza San Marco che faceva il giro dalla Giudecca… i miei angoli preferiti li ho scoperti evitando i turisti. certo all’epoca era un po’ più “rischioso”, mica avevi il cellulare con Google Maps e gps incorporato. se ti perdevi e non avevi una cartina potevi anche girare in tondo per mezz’ora e non uscirne ancora (unica volta in cui mi sono persa a Venezia, quando ho lasciato scegliere la strada al mio ex e non avevamo una cartina). 

già all’epoca c’erano casini politici assurdi (mentre ero lì è anche successo il paciocco ‘divertentissimo’ del 4° ponte sul Canal Grande) e battaglie contro il mose. andarmene mi ha uccisa nell’animo, ma non c’era futuro per me. sarebbe bello che ridiventasse una città con un futuro diverso da quello turistico.
spero che se la cavi. 
è nata per sfuggire alle invasioni barbariche, che debba morire per le stesse sarebbe una sconfitta davvero pessima.

Carnevale, tutto pieno a Venezia ed e’ subito caos – Italia

NÉ GLI ERRANTI SONO PERDUTI

3nding:

kon-igi:

Io, oltre con i numeri, ho qualche problema con l’orientamento in ambito metropolitano.

Datemi da buttare l’Unico Anello nel Monte Fato e vi ci arrivo in una settimana senza nemmeno fermarmi a prendere un kebab alle Miniere di Moria ma se si tratta di muoversi in luoghi antropizzati mi sale il Ryoga e state certi che si finisce dentro portali aperti su altri mondi (silenzio @3nding, la mia autocritica è sufficiente).

Appena posso, uso il navigatore dello smartphone anche per scendere a guardare nella cassetta della posta ma a volte ci sono inghippi contingenti (batteria, ricezione, traffico dati etc) per cui mi devo affidare al senso dell’orientamento (male) o alla memoria (malissimo).

Caso voglia che Sabato, prima del casello di entrata a Milano, il mio operatore telefonico abbia deciso che accattone, basta traffico internet per cui ho dovuto velocemente fare ricorso ad una strategia che avevo preparato a tavolino precedentemente, strategia che consiste in un’associazione di frasi, nomi, fatti e luoghi a me cari al percorso da seguire.

Quindi, per fortuna che i casellanti non esistono più perché appena mi sono fermato per infilare il biglietto e pagare ho dovuto urlare:

Ci sarà l’ora dei lupi e degli scudi frantumati quando l’era degli uomini arriverà al crollo ma non è questo il giorno! Quest’oggi combattiamo! Per tutto ciò che ritenete caro su questa bella terra, v’invito a resistere! Uomini dell’Ovest!

e ricordarmi così di prendere la Tangenziale Ovest e non quella Est, che già una volta m’aveva portato in culo a Sauron.

Appena imboccata la tangenziale comincio a ripetere velocemente e senza prendere fiato HO FAME E MI MANGIO OTTO ARAGOSTE HO FAME E MI MANGIO OTTO ARAGOSTE 

HO FAME E MI MANGIO OTTO ARAGOSTE finché non prendo l’uscita 8 per Famagosta, quella dopo la Torre di Isengard (lo so che l’uscita per Famagosta non è la 8 ma comunque sta dopo la 7 anche se non ho capito perché dopo la 8 c’è la 5. E so bene pure che dovrei uscire prima ma con Pavia-Milano-Ticinese-Valleambrosia-Chiesarossa-Stataledeigiovi è difficile fare associazioni).

Poi per qualche chilometro procedo paranoicamente sul lato destro di quattro corsie finché non trovo LA CLAUSTROFOBICA MICROROTONDA STRATIFICATA DEL CAZZO CHE SCACCIA VIA LA SPEZIA DI ARRAKIS e poi miracolosamente arrivo nella via dove abita mia figlia, anzi nel doppio viale… un cazzo di viale che gira tutto attorno al centro di Milano e cambia nome ogni 500 metri ma nessuna paura perché lei abita nel pezzo che ha lo stesso cognome dell’imbianchino che nel 1998 ci dipinse la casa di giallo ma con una i al posto della e (il cognome, non il colore).

Solo che il viale è doppio e lei abita dal lato sbagliato e vedo casa sua dall’altra parte e allora giro per tornare su e NO CAZZO! È UNA MINCHIA DI SENSO UNICO MALEDETTI MILANESI INCAPACI A NON COMPLICARE TUTTO C’HO IL TRAM CHE MI SI PIANTA DAVANTI STRIDENDO CHE NEMMENO LA TEIERA DI MIA NONNA E L’AUTOBUS CHE HA UN ATTACCO ISTERICO A DESTRA E TUTTE LE MACCHINE BLOCCATE SULLA SINISTRA CHE PESTANO SUL CLACSON NEMMENO DOVESSERO CORRERE A TROMBARSI  A VICENDA LE LORO MAMME UN PO’ PUTTANE NON SO MAGARI ADESSO ESCE DA SOTTOTERRA PURE UNA METROPOLITANA TIPO VERME DI DUNE MALEDETTI TUTTI CHE MI URLANO TERRONE DI MERDA TORNATENE A GUIDARE A NAPOLI E IO CHE DICO SCUSATE SE SONO ABITUATO A GUIDARE IL CARRO COI BUOI NELLE CAMPAGNE DELL’INKULISTAN e poi improvvisamente trovo un parcheggio davanti a una friggitoria di pakistani o forse è un bar di cinesi ah, no è un supermarket di indiani e scendo e mi guardo intorno per sbirciare se c’è una nera signora che mi guardava con malignità oh oh cavallo oh oh cavallo DIOCAN

Il giorno dopo per uscire da Milano ho fatto un percorso diverso e sono passato dentro a un parco naturale molto suggestivo che si chiamava tipo Lampione, anzi no, Sempione e anche lì non capisco che cazzo avessero tutti da urlare.

Beh, comunque… l’avete capito cosa non si farebbe per i figli?

Eviterò di infierire.

Moio 😀