quartodisecolo:

Premetto che sto cercando un appartamento in affitto a Milano, e l’unica reazione che si può avere quando si fa questa ricerca è farsi venire il sangue amaro.

Quindi sì, su questo tema sono preso male a prescindere.

Perché a Milano, per 1.000 euro al mese, e 50 metri quadrati, devi spesso rinunciare ad uno o molti fra i seguenti lussi sfrenati:

  • Il bidet
  • Un bagno con la finestra
  • Un (microscopico) balcone
  • Armadi (giuro: la settimana scorsa abbiamo visto un appartamento da 1.100 euro al mese, senza armadi, nel senso che non c’era lo spazio fisico per farceli stare e quindi boh “c’è un ripostiglio”)
  • Una cucina che non sia una cucina da campo
  • Un divano
  • L’aria condizionata
  • Infissi che non risalgano al secondo dopoguerra
  • ecc. ecc. (tutta una lista di cose che considerate “di serie” se non state a Milano, dove diventano immediatamente “optional”)

E l’appartamento in questione arriva a valere anche 250-300.000 euro.

Ma veniamo a quella pubblicità, vista su Facebook (che ha clamorosamente sbagliato il targeting).

Per la precisione: quel “di”.

Specifichiamo “di Milano”, per te, proprietario immobiliare che potresti confonderti con le altre case che hai in giro per l’Italia.

In quel “di” ci sta tutta la questione immobiliare, sociale e politica italiana. 

Quel “di” rappresenta la solita gente che piange miseria e poi scopri che hanno cinque case. 

La solita gente che affitta solo se gli dai 7.000 euro di caparra, e se sei una coppia italiana caucasica, con regolare contratto di lavoro a tempo indeterminato, sposati e con almeno due figli.

Chi ne ha, e magari più di una, e chi non ne ha.

La gente “che ha”, ma si comporta come se non ne avessero.

Chi vota il primo coglione che toglie, sposta, riduce tasse sugli immobili, e chi non sa più da che parte voltarsi.

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