paulpette:

Sono a cena in questo posto alla moda come vanno a Milano.

C’è questo tavolone condiviso molto lungo con ai lati due panche molto lunghe che tu quindi non puoi decidere quanto tenere vicina la panca al tavolo. Stai seduto dove stai e basta. Non si sceglie.

Poi il tavolo è molto stretto e ci sono delle tovagliette molto piccole e il senso è: che schifo mangiare. Il senso è che si smangiucchia qualcosa per socializzare e non per mangiare.

Ma stiamo scherzando? Andatevene a fanculo tutti. Voglio un tavolo vero con una sedia che metto dove voglio io e una tovaglietta grande il giusto su cui mangiare una cena vera, non questi sfizi di cui parlano sul finto menù.

Anon, per cortesia, eh. Mi fate venire voglia di disattivare gli ask anonimi, se continuate a fare osservazioni stupide. Perdonatemi se non pubblico gli ask, ma non ho ne’ il tempo ne’ la voglia di spiegare concetti che dovrebbero essere ovvi ed elementari. E nemmeno di giocare a scacchi coi piccioni. Ci potete arrivare anche da soli, su.

Coraggiosa a prendere la 90, di notte, da sola

unassassinofischiettava:

unassassinofischiettava:

Mal che vada mi hanno chiesto se avessi tempo di prendermi una birra. Giuro. In un italiano stentato ma in un inglese perfetto.
Continuo a ribadire che ho il filtro anti molestie come nel mio controverso post di fine dicembre. Vuoi vedere che sorridere a tutti è cosa buona?
Di solito però vado a piedi, spesso più tardi fino alle 2/3 di notte.

Tra l’altro il coraggiosa sottointende che io dovrei invece avere paura.

Voglio allora raccontarti di quanto sono felice con questa 90, di quanto sono davvero contenta in questo periodo della mia vita, in questa casa un po’ arruffata e piena di gente, in questa università vista troppe volte ad orari assurdi sia per studio sia per progetti miei, o ancora in questa libertà di uscire a qualsiasi ora del giorno e avere qualcosa da fare, nel planetario e alle sue conferenze, alla cineteca e ai panini del mc che non mi lasciano mai a stomaco vuoto nonostante in tasca abbia pochi spicci, alla fame perché piuttosto che mangiar preferisco viaggiare, ai treni che partono e che arrivano e alle stazioni belle, ai birrifici con le cose inquietanti appese ai muri, agli sconosciuti che cantano sui bus e a quelli che distribuiscono sorrisi, o a quelli che sconosciuti non sono più perché ora sono amici, ai sorrisi enormi ma anche ai rossetti strani e alle calze ancora di più di cui non devo vergognarmi, alle partite di d&d che finiscono quando finiscono, e al cane che é li ad aspettarti a casa. E agli amici e al fatto di poter uscire con loro.

Non ho paura della 90/91 perché ho più paura di quando tutto questo non c’era, di quando tornavo a casa sentivo i passi pesanti come negli incubi, di quando parlavo così poco che poi facevo persino fatica ad articolare le parole, di quando ero alta un metro e un tappo ma avevo già visto un sacco di dolore, cosa che di per se non mi fece male ma trasformò casa mia in un inferno negli anni a venire. O di quando i miei unici amici erano i libri perché per gli altri ero troppo strana nonostante mi sforzassi con tutta me stessa di essere normale. Dell’essere costantemente esclusa.
Di questo ho paura.
Di essere di nuovo in stazione a fissare i binari e, sentendo il treno arrivare, ritrovarmi a pensare che sarebbe tutto cosí più facile se non ci fossi più, tanto a chi importerebbe? E spaventarsi a morte perché non era stato un ragionamento cosciente ma un pensiero dal profondo.
O di perdersi di nuovo nel nulla per due anni senza che nessuno se ne accorgesse, due anni in cui persino camminate era faticoso, figuriamoci ragionare e pensare. Non esistevo.
E risvegliarsi con tutti più avanti, più distanti, con vite come le volevano mentre tu sei lí che non hai idea di come ripartire.

Ecco, di quello ho paura.
Non della 90.