Sono malata. Probabilmente non tanto come altre persone però diciamo che anche io modestamente me la cavo. Magari anche tra voi qualcuno ne soffre, però ancora non lo sa e allora la chiamerà “tristezza” o “giornata no”. Eppure ha un nome, un nome che raramente sentiamo in TV o leggiamo sui giornali ed è veramente strano visto che solo in Italia vi sono 2.8 milioni di persone che la patiscono – primo posto in Europa e no, non è la stupidità. La Spagna invece si è aggiudicata la medaglia d’oro nella categoria “primo motivo di morte non naturale”, e qua ci hanno fregato.
Signore e Signori, vi presento la depressione, la malattia invisibile del secolo.
La depressione è una patologia bastardissima che non auguro quasi a nessuno. È così bastarda che neanche chi ce l’ha ne parla. I sintomi sono simili a quelli provocati dalla visione di un qualsiasi programma Mediaset: annullamento della personalità, della capacità di decisione, disturbi del sonno, sensazione di inadeguatezza, di vuoto, angoscia, apatia, negatività, voglia di abbandonare questo mondo per finire all’inferno e farsi torturare in un altro modo. E poi ci sono i sensi di colpa: la persona depressa vive con un senso di colpa costante per la condizione stessa in cui si trova e allora finisce persino a pensare che in fondo si merita di stare male. Si merita addirittura l’esistenza di Mediaset e dei suoi programmi di merda, figuriamoci a che punto di disprezzo per se stessi si arriva. La depressione è una roba che ti sfinisce, è una guerra continua contro te stesso, contro le birichinate e giocate sporche del tuo cervello e proprio per questo è anche una cura dimagrante che funziona alla grande. Tenetelo in considerazione per l’imminente prova costume 😉
Chi soffre di depressione mica va in giro a dirlo – è pur sempre un segreto di bellezza! – e poi nei casi di depressione maggiore (perché vi sono vari livelli – la maggiore è quella più forte, è tipo l’asso che vince su tutto) non è che si faccia molta vita mondana, anzi. Inoltre non lo si racconta perché si sente vergogna, non vuoi che pensino male di te… quello lo fai benissimo già da solo, anzi grazie alla malattia è proprio la tua qualità migliore. Un altro motivo che fa sì che il malato lo occulti è che si stanca di sentirsi dire “Dai, tirati su, non essere sempre negativo!”, frase che a nessuno verrebbe mai in mente di dire se si stesse parlando di un’altra malattia: “Il medico mi ha detto che ho il cancro” – “Dai, tirati su, non essere così negativo”, vi immaginate una risposta del genere a cotanta cattiva novella? No. Allora perché con la depressione ci si permette di dirlo? Perché la si discrimina come malattia se invece lei non discrimina proprio nessuno, uomini, donne, bambini, credenti, miscredenti e addirittura vegani? Semplice: perché non la si capisce e non la si capisce proprio perché non se ne parla, non si conosce. Tra l’altro molte persone non sapranno neanche che è una malattia, penseranno piuttosto che un momento di debolezza passeggero, un periodo un po’ sfigato che prima o poi finirà, che è solo tristezza. Ma invece stocazzo. La depressione è un mostro che ti paralizza, che ti acceca, che ti annulla, che ti svuota, che ti logora, che ti proietta in un mondo irreale dominato dalla paura, dall’insicurezza, dal dolore e dalla morte.
Uff, la parola “morte” è durissima da leggere. Eppure per chi soffre di depressione significa “salvezza”. Significa “liberazione”. Significa “serenità”. E quando la morte assume questa accezione significa che qualcosa non va, significa che non la si può far passare come una semplice tristezza. Sapete qual è la differenza tra la tristezza e la depressione? Che per la tristezza c’è un motivo, una causa, un fatto reale (una relazione che termina, un licenziamento, una perdita, ecc.), mentre per la depressione non sempre ce n’è bisogno perché ci pensa il tuo cervello a fornirti gentilmente un motivo inventato e poiché quel mostro è potentissimo, tu ci credi a quell’invenzione e quella diventa la tua realtà. La tua prigione. Il tuo inferno. Il tuo palinsesto Mediaset.
Purtroppo è un qualcosa di cui non ci si libera mai del tutto, per questo è importante seguire una terapia. La terapia ti fornisce gli strumenti per gestirla o incluso addestrarla, ti fa capire come funziona il tuo cervello, ti aiuta ad individuare quei meccanismi incorretti, quei ragionamenti contraddittori e fallaci che si riproducono in loop nella tua testa e a detenerli o per lo meno tenerli a bada. Poi ci sono i farmaci, ma io non li ho mai voluti prendere – però giuro che sono a favore dei vaccini! – perché tra gli effetti secondari non c’era la crescita delle tette e poi io volevo imparare a rieducare il mio cervello senza il doping.
[conversazione reale mantenuta con una persona che apprezzo e stimo assai. Se mi stai leggendo, ti mando un forte abbraccio]
Ora sto meglio e anche per questo, come parte della terapia, ne parlo apertamente. Ci ho messo molto ad accettare di essere malata, a smettere di chiamarla “tristezza” e quando finalmente l’ho fatto ho iniziato a stare ogni giorno un pochino meglio. L’altro giorno ho addirittura scritto il suo nome sulla sabbia – “depressione” bello in grande con cuoricini e piccoli cazzetti intorno. Ho aspettato che arrivassero le onde ma il mare era talmente piatto che la scritta è rimasta là. E allora ho disegnato un cazzo molto più grande e me ne sono andata.
Comunque il pezzo più bello dell’ultimo degli Avengers, stavolta sul serio, è l’espressione e la mitezza di Thanos alla fine (gran personaggio a mio avviso). Quando sta lì da solo e ha fatto e ha quel non so che di pace e inquietudine frutto dell’inesorabilitá delle azioni e di ciò che è andato come sapevi doveva andare e lo accetti fiero e al contempo malinconico.
Ma è pace di animo.
È un modo in cui mi sento spesso. Tutti dovremmo essere un po’ Thanos.