Ho preso i miei lamponi, comprati con tanto amore alla coop e sono uscita in giardino per donarli alle mie nipoti. Nipote 1 lo ha assaggiato e mi ha detto: zia, non potresti farli al sapore di gelato?
Il cantiere procede da quasi un anno. Solo ieri l’idraulico mi chiama chiedendo A ME quando si farà lo scavo per l’allaccio del contatore dell’acqua.
Lo guardo con uno sguardo non propriamente bonario.
“Si deve spostare il contatore in strada.”
Cerco di modulare il volume della mia voce con “E ME LO DICI..ADESSO?!” aggiungendoci un “Vedi tu, lo spazio fuori il cancello c’è”.
“Eh no” fa lui “Devi chiamare te la multiutility e loro ti faranno un sopralluogo e un preventivo per spostare il contatore”.
Chiamo la multiutility (sic.) e loro mi dicono “Eh no signore noi non possiamo fare niente, l’utenza non è intestata a lei. Deve andare allo sportello dalle 09 alle 12 a questo indirizzo, giunto lì lei faccia il verso dell’upupa e un nostro uomo uscirà da dietro la terza colonna alla sua destra con una busta da consegnare sopra il ponte di Baracca al primo plenilunio..”
San Paolo (Brasile). Tra le bancarelle del Mercado Municipal chi maneggia la frutta lo fa con rispetto. I prodotti dell’agricoltura brasiliana oggi trainano l’economia nazionale, ma a San Paolo gli anziani uomini dietro le casse sanno che con il cibo non è andata sempre così. Quarant’anni fa sarebbe stato impossibile per il Brasile immaginare di poter diventare un paese esportatore di beni alimentari e solo all’inizio del secolo la fame spaventava ancora la fascia più povera della popolazione. Nel 2000 i brasiliani denutriti erano il 12%, meno di vent’anni dopo la percentuale è crollata al 2,5% su oltre 205 milioni di abitanti.
Le cose sono cambiate velocemente grazie alle azzeccate scelte strategiche e agli investimenti sostenuti dalle imprese che hanno scommesso sulla tecnologia per invertire la rotta. L’innovazione ha permesso di far schizzare la produttività dei terreni e la ricerca ha aiutato a scoprire nuove frontiere, scatenando la voglia di sperimentare dei contadini.
“Possiamo contare su oltre 300 specie di colture e siamo in grado di esportare più di 350 diversi prodotti in 180 paesi”, spiega Marcelo Boechat Morandi, direttore generale di Embrapa Enviroment, l’agenzia governativa che lavora per trovare nuove soluzioni agli antichi crucci agricoli del Brasile.
I risultati non mancano. Nel Duemila, per rendere l’idea, il raccolto brasiliano di prodotti agricoli ammontava a 80 milioni di tonnellate, nel 2017 ne sono state messe insieme poco meno di 240 milioni. Quello che Embrapa chiama “productivity gain” risulta ancora più evidente quando si guarda lo sfruttamento della terra. Erano 40 milioni gli ettari coltivati nel duemila, ora ne sono stati messi a frutto poco più di 60. Il settore è esploso: indotto compreso, l’agribusiness vale il 22,5% del prodotto interno lordo, il 52% dell’intero export e garantisce il 37% dei posti di lavoro.
Blairo Maggi è il ministro dell’Agricoltura in Brasile. Ingegnere agronomo di professione, di terreni e innovazione se ne intende: in tempi non sospetti scelse di coltivare soia in un Mato Grosso all’epoca semi-desertico, diventando decenni dopo uno dei produttori agricoli più influenti del Paese. “Se siamo ciò che siamo – dice – è perché abbiamo saputo gestire al meglio il nostro territorio: grandi produttori di cibo in una immensa riserva naturale” che, norme sul tavolo, viene strenuamente difesa.
La svolta ambientalista è arrivata a inizio secolo e oggi l’indice di deforestazione dell’Amazzonia è crollato del 76% rispetto al 2004. Da cinque anni è invece attivo il Forest Code che impone severi limiti alle coltivazioni e determina le scelte degli imprenditori: il 66,6% del territorio non può essere toccato, inaccessibile a coltivazioni e pascoli; il 21,2% è destinato al bestiame; appena il 9% è a disposizione degli agricoltori. Solo il 3,5% è per le città che ospitano 180 milioni di persone in migliaia di grattacieli.
Gli investimenti esteri diretti
La stretta ambientalista non ha frenato gli investimenti esteri diretti. Il Brasile ne ha estremo bisogno e ogni anno riesce a raccogliere capitali che servono a sostenere l’economia nazionale. Nel 2017, certifica l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), sono piombati sul terreno62,7 miliardi di dollari, una cifra monstre che ha permesso al Brasile di risalire al terzo posto tra i mercati più attraenti al mondo, alle spalle solo di colossi come Stati Uniti e Cina. “L’agricoltura – spiega Maggi – ha drenato il 28% degli investimenti complessivi”, quasi 18 miliardi di dollari in un solo anno.
A Piracicaba, piccola cittadina paulista dalle discrete ambizioni, si lavora per far fruttare questa montagna di denaro. La presenza in città della facoltà di Agraria dell’università di San Paolo ha aiutato a fomentare il mito locale di una ‘Silicon Valley dell’agritech’ e giovani imprenditori provano a scovare le soluzioni giuste per aumentare ancora la produttività dei terreni.
Grazie alle biotecnologie, all’analisi dei dati e al monitoraggio in tempo reale delle risorse, un Paese che sopravvive in una perenne estate può tamponare gli effetti nefasti di temperature medie mai al di sotto dei 24 gradi.
La Valley dell’agritech
Una delle realtà più promettenti della Valley è Agrosmart, società fondata nel 2014 da due brillanti giovani brasiliani, Raphael Pizzi e Mariana Vasconcelos. L’obiettivo è razionalizzare lo sfruttamento delle risorse. “Digitalizziamo completamente l’azienda agricola e attraverso sensori e immagini satellitari monitoriamo tutti i fattori esterni che condizionano la produttività di un campo”, spiega Vasconcelos.
Vento, terreno, pioggia e temperatura vengono misurati minuto per minuto e i dati finiscono direttamente sullo smartphone degli agricoltori che prendono le scelte migliori per azzerare gli sprechi. “Possiamo personalizzare tutti i parametri e lavorare sia in zone tropicali che in Europa o Africa, continenti sui quali riponiamo molta fiducia per i prossimi anni. L’importante è cambiare i settaggi dei sensori in base alle coltivazioni”, aggiunge la cofondatrice. Il resto lo fa la macchina e la promessa è affascinante: “Possiamo far aumentare il raccolto del 20%, riduciamo l’uso di acqua del 60% e risparmiamo energia per il 40%”.
Nel 2016 la società ha chiuso un round da 1 milione di dollari e ora è stabile sul mercato. Tutto l’armamentario tecnologico ha un costo per ettaro che viaggia su una forchetta molto ampia – “da 10 a 300 dollari”, dice Vasconcelos – perché tanto dipende da quanti fattori esterni si vogliono monitorare e per quanto tempo. “Il ticket medio – ammette – si aggira intorno ai 15-25 mila dollari all’anno”, ma “nel giro di una sola stagione già si può calcolare quanto sia fruttato l’investimento. Agli agricoltori interessa poco la tecnologia, ciò che importa è aumentare la produttività e risparmiare”. Lo sa bene lei, figlia di un imprenditore agricolo di Mina Gerais per anni alla ricerca di una strada per risparmiare acqua e concime.
Come è cambiata l’insoddisfazione
Sebbene il Brasile continui a restare parecchio indietro nei ranking internazionali sull’innovazione, la dura recessione tra il 2015 (-3,55% del Pil) e il 2016 (-3,47%) non ha frenato una certa vivacità imprenditoriale. Nel 2017 è tornata la crescita (+1%) e le speranze adesso sono anche più rosee per 2018 (+1,95%) e 2019 (+2,48%).
“Siamo in una posizione diversa rispetto al passato e anche i bisogni delle persone sono cambiati“, dice Roberto Jaguaribe, presidente di Apex Brazil. “Le priorità, per fortuna, non sono più primarie e legate alla sopravvivenza. Anche l’insoddisfazione non è più la stessa, adesso è molto più sofisticata”, sottolinea la guida della struttura governativa che si occupa di promuovere l’export e di attirare investimenti nel Paese.
Jaguaribe si ricorda di quando il Brasile era messo davvero male. “Dall’essere un povero paese importatore siamo diventati uno dei principali player internazionali del cibo: numeri uno nell’esportazione di succo d’arancia, caffè, soia e zucchero“, spiega, parlando con giornalisti europei a margine del Brazilian Business Forum 2018 tenuto nella capitale paulista: “Restiamo l’insieme di diverse realtà ed è vero che ci sono tanti squilibri, sia geografici che sociali”. Ma segnali di speranza arrivano proprio dall’agricoltura e dalla capacità di migliorare le performance dei terreni grazie all’attenzione per l’ambiente e all’innovazione. Secondo il numero uno di Apex, “la rivoluzione agricola è strettamente legata agli investimenti in tecnologia ed è per questo che riusciamo a produrre più di prima in modo sostenibile”.
Rapporti con l’Europa
Per lasciare che le speranze di ripresa restino intatte si scongiurano i pericoli rappresentati da dazi e barriere. “In pochissimo tempo il mercato è molto cambiato, adesso è decisamente più chiuso rispetto al passato”, aggiunge il ministro dell’Agricoltura Maggi. E il problema, dal punto di vista sudamericano, non è solo nell’effervescenza di Donald Trump: “Nell’Unione Europea – spiega – c’è una certa pressione per difendere la produzione interna e limitare le importazioni”.
Bruxelles, sostiene, “attua politiche decisamente protezionistiche quando si tratta di agricoltura e per noi sudamericani è necessario trovare un equilibrio tra le diverse posizioni”, perché di mezzo ci finiscono le grandi comunità di oriundi che producono nel continente e commerciano con la terra d’origine.
Le elezioni politiche sono in agenda e a ottobre il Brasile avrà un nuovo governo. L’esecutivo attuale non è mai stato davvero amato. A fine maggio uno sciopero dei camionisti ha bloccato il paese e messo in ginocchio il governo. Michel Temer, il presidente, non intende ricandidarsi, la sua epoca finisce due anni dopo aver sostituito Dilma Rousseff alla guida della Repubblica. Per evitare che la timida ripresa sfoci come nel 2014 in una nuova crisi economica, Maggi insiste sulla priorità numero uno del Brasile: “Continuare ad attirare imprenditori dall’estero”. È un po’ l’eredità che viene lasciata a chi verrà, dopo aver capito quando sia difficile per chi è così grande fare bene se da soli: “Ma dobbiamo imparare a semplificare: tagliare burocrazia e correggere un sistema fiscale, fin troppo complicato anche per noi brasiliani”.
È assurdo pensare di ritrovarsi un giorno colti, quando non si è letto un libro, o rispettati, se ci si è sempre comportati ingiustamente. Questi sono miracoli che non possono succedere, così come dal giallo con l’azzurro nascerà sempre il verde, non il rosa o il marrone: è verde. Verde matematico.
Intanto devo ringraziare del regalo il mio amico @salfadog che mi ha letto nel pensiero dopo che ho notato nel suo giardino, appoggiata a un muro, un’ascia barbuta norvegese, dotazione standard dei carpentieri nordici ma praticamente sconosciuta nel nostro paese.
Per prima cosa ho tolto il vecchio manico in legno di pino e dopo aver ripulito dalla ruggine la testa con un disco a fili d’acciaio (con cui ho ottenuto l’effetto spazzolato) mi sono imbarcato nella peggiore scelta della mia vita: tagliare a mano il manico da un vecchio paletto di castagno da 20 anni piantato nella mia vigna.
(non sono masochista, solo povero di spazio e di potere di convincimento: forse dovrei essere su Patreon per il vostro generoso finanziamento finalizzato all’acquisto di una sega a nastro a cui la mia compagna non potrebbe dire di no)
Una volta cavato anche l’altro occhio di Odino a forza di bestemmie e augurato a Freya un figlio con la testa enorme, ho disegnato la sagoma del manico a spalla larga e concava sotto la barba, pancia convessa e apice a piede di cerbiatto con calcagno stondato e quindi ho tagliato di nuovo con una Kijima (più flessibile e precisa del saracco)
Spopolato ancora il Valhalla a suon d’insulti e ottenuto una sagoma grezza, ho usato tre raspe a denti via via più sottili per ottenere forma e spessore giusti, dopodiché ho levigato con disco e con carta vetrata, prima per legno e poi per metallo.
Inserita la testa e fissatala con cuneo a spacco longitudinale, ho usato abbondante olio paglierino e inciso a pirografo un Icovellavna dell’Eternità di protezione contro gli Wendol su entrambe le spalle.
Ora sono pronto…
Ecco, là io vedo mio padre, ecco, là io vedo mia madre, le mie sorelle e i miei fratelli, ecco, là io vedo tutti i miei parenti defunti, dal principio alla fine, ecco, ora chiamano me e mi invitano a prendere posto in mezzo a loro, nella sala della Valhalla, dove l’impavido può vivere per sempre.
comunque pensavo che è assurdo come cambiano i tempi velocemente, alla generazione dei miei genitori (almeno al sud da me) contadini e operai regalavano tutti la casa a figli quando si sposavano, ho visto i miei cinque zii e innumerevoli cugini sistemarsi così, mentre io mi devo accollare il mutuo dei miei genitori perché loro coi loro contratti e “stipendi” non possono
Dalla tua risposta posso quindi concludere che sei un credente incazzato che come Giobbe vede il fatto come un affronto personale. Ma sei tu che hai dato l’idea per scrivere questa canzone di Fornaciari? zucchero.it/testi/p…
Per amor di sintesi avevo dato una risposta breve, ma visto che sembra interessarti la ragione specifica di questa acrimonia, ti racconterò l’episodio…
Praticamente eravamo
io e Dio
in una cantina di Ixtlán del Río e c’era questo messicano ubriaco vicino al nostro tavolo che continuava a fissarci in malo modo e Dio, il solito sbruffone, gli dedicava versi strani ciucciando il limone della tequila. Smettila subito – gli faccio – sennò finisce come quella volta che eravamo in macchina e mostravi il dito medio a quei bambini sulla scuolabus… i genitori ci hanno circondato la macchina e tu hai dovuto tirare fuori la storia dell’angelo della morte e del primogenito per non farti gonfiare di botte. Sì, ma questa volta è diverso – mi fa Dio, tenendo in bocca una fetta di limone e fischiando la Cucarachae, poi, a voce alta – questo messicano puzza così tanto da farmi pensare che si sia impomatato i baffi con piscio di mulo! Io sapevo che Dio era un attaccabrighe spaventoso e infatti la sua biografia era piena di infantili attacchi di protagonismo e di isteria da prima donna, ma quando sentii tutte le sedie della cantina muoversi e vidi una trentina di messicani incazzati mettere mano ai navajas, pensai con rammarico che Nietzsche avrebbe avuto finalmente ragione. Deténgase, por favor! – faccio io alzando le mani e poi a bassa voce rivolto a Dio – E adesso stai zitto! Fai parlare me una volta tanto e forse questa volta ce la caviamo senza farci rattoppare! – Amigos agricultores, mineros, carpinteros, criadores – indico tutti gli avventori della cantina – debe perdonar mi compadre que è muy dolorido por la muerte di su hijo… el su niño… (parlottio) que se llamava, ehm, Jesus (cenni di assenso e di comprensione)…ehm… e su madre es ademas dolorida… – i coltelli rientrano nei foderi e a questo punto i clienti sembrano essersi calmati e fanno per mettersi a sedere, quando Dio si alza in piedi e urla – … E ANCHE QUEL CORNUTO ROTTINCULO DI GIUSEPPE FA L’ADDOLORATO MA TANTO LO SO CHE GLI BRUCIA ANCORA PERCHÉ GLI HO TROMBATO LA MOGLIE! E A DIRLA TUTTA SONO VENUTO IN QUESTO POSTO DI MERDA PER BERE TEQUILA E PER TROMBARE ANCHE LE VOSTRE… E LA TEQUILA E’ APPENA FINITA! Ci facemmo ricucire da un barbiere di Fresnillo e fu così che da quel giorno giurai a Dio che non avrei più creduto a una sola parola di quello che sarebbe uscito dalle sue labbra.