kon-igi:

Salve Doc, in anon per favore. Non è una domanda propriamente medica ma confido nella sua sensibilità per avere un consiglio… Ho un amico di 28 anni, nonché mio testimone di nozze, che alterna periodi dove sembra felice e tranquillo, ad altri dove si chiude completamente in sé stesso, e se deve uscire o partecipare a qualche evento rimane in disparte per tutto il tempo senza parlare con nessuno. La sua tipica risposta alla domanda “come va?” è “una merda, come sempre”, anche se con tono vagamente sarcastico. Ora, a vederlo dall’esterno non sembra che la sua vita sia proprio una merda, ha un lavoro nella azienda di famiglia, una casa, tanti amici; si è lasciato con la ragazza (in modo non troppo consensuale) qualche mese fa, ma questo comportamento va avanti da anni, per cui credo che questo evento possa al massimo aver aggravato il problema ma non averlo scatenato. In questi periodi di totale apatia in cui si isola da tutti io cerco di sentirlo e di vederlo, gli ho detto più volte che se vuole parlare di qualcosa io sono disponibile, ma non si è mai aperto con me. Mi fa male vederlo soffrire così ma non so cosa fare, ho paura che se fossi più insistente rischierei di invadere i suoi spazi e ottenere l’effetto opposto di allontanarlo ancora di più. Secondo lei come dovrei comportarmi? Grazie anticipatamente per il consiglio.


Hai mai preso in considerazione l’idea che per lui rappresenti una silenziosa ancora di salvezza e che quindi tu lo stia già aiutando?

Io con i miei pochi e vecchi amici che resistono alle sferzate del tempo ci riempo buoni tre quarti del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali e ti posso assicurare che non lo dico tanto per dire. Purtroppo proprio no.

Ce n’è uno, in particolare (per questione di privacy lo chiamerò col suo antico nome di battaglia, Bishop, a causa dei movimenti inconsulti da astinenza di litio, simili a quelli del famoso personaggio sintetico tagliato in due dall’Alien Queen), che con il passare degli anni ha visto peggiorare la sua condizione psichica e ora vive isolato senza aver più contatti quasi con nessuno, per timore che possa avere comportamenti aggressivi o violenti non controllabili.

Qualche mese fa mi ha chiamato e mi ha parlato di come gli psicofarmaci che assume da una vita non stiano più facendo effetto e di come la sua insofferenza stia diventando ogni giorno più grande, al punto che teme di fare male a se stesso o alle poche persone che gli sono rimaste accanto.

Io ero addolorato e impotente di fronte al suo racconto, perché insieme a lui (e a pochi altri) ho trascorso i migliori anni della mia vita di persona giovane e quindi, improvvisamente, mi è uscito un ‘Mi spiace… mi spiace di non essere lì per poterti aiutare…’ e lui, dopo qualche secondo di silenzio, ha detto una cosa che mi ha lasciato senza fiato

– Ma tu sei sempre stato qua con me –

E ho capito che, nonostante tutto, io sono sempre stato il suo punto fermo, pur negli anni che avanzavano implacabili, e che se a me sembrava di condurre una vita stanca e improvvisata nel tentare di essere un padre minimamente decente, per lui rappresentavo una costante fioca luce a cui puntare la sua prua nel fortunale.

Quindi, da padre stanco e improvvisato, posso dirti solo questo: fai quello che hai fatto sino ad ora, continuando a esserci per lui.

E ricorda che la mano che ti salva la vita non è quella tesa quando stai per cadere nell’abisso ma quella che si appoggia sulla tua spalla ogni giorno per salutarti.