InSight è arrivato, la “talpa” è su Marte

Sono le 20:52:59 ora italiana di lunedì 26 novembre quando, dalla regione equatoriale del Pianeta rosso nota come Elysium Planitia, arriva l’agognato segnale: la terrificante sequenza di atterraggio soprannominata ”i sette minuti di terrore” –  e chi fra voi l’ha seguita in diretta
non farà fatica a intuirne il motivo – si è conclusa correttamente.
L’entusiasmo, al centro di controllo Nasa, è incontenibile. «Oggi siamo
atterrati con successo su Marte per l’ottava volta nella storia
dell’umanità», commenta a caldo Jim Bridenstine, l’amministratore della Nasa. Otto volte a fronte di un cospicuo numero di fallimenti,
a riprova della difficoltà estrema di questa manovra. Ma ancora non è
finita, anzi: la missione, dal punto di vista della scienza, ha inizio
da questo momento. «InSight studierà l’interno di Marte», spiega
Bridenstine. Ed è in quell’interno che si gioca la scommessa più grande: per raggiungerlo, InSight dovrà scavare come nessuno ha mai fatto prima in un mondo al di fuori della Terra.

Ma scavare come? E a che scopo? Media Inaf lo ha chiesto Roberto Orosei, il ricercatore dell’Inaf di Bologna divenuto celebre l’estate scorsa per la scoperta dell’acqua liquida nel sottosuolo di Marte. Lo raggiungiamo mentre sta provando il frac per Stoccolma, dove è stato invitato ad assistere alla cerimonia di consegna dei Premi Nobel 2018. Il giorno prima, il 9 dicembre, nell’ambito del Nobel Week Dialogue, Orosei parteciperà a una tavola rotonda che ha per tema l’acqua
– acqua intesa come risorsa limitata e con le sue implicazioni sociali e
politiche, ma anche appunto con uno sguardo rivolto al di fuori della
Terra. Chi dunque meglio di lui per affrontare l’argomento?

Ecco, a proposito di acqua su Marte: ora che è atterrato sul
Pianeta rosso, InSight ha come compito principale quello di scavare un
buco sulla superficie per inserirvi un termometro e misurare la
temperatura del sottosuolo. Un buco parecchio profondo, no? 


«Sì, ma non sarà un buco realizzato da una trivella, come farà il futuro rover
di ExoMars, bensì da una “talpa artificiale”: un piccolo meccanismo che
si farà strada, con piccoli scatti meccanici, attraverso la sabbia e il
terreno. Dovrebbe riuscire a penetrare fino a 5 metri, sempre che la
sonda non atterri su un bel lastrone di roccia: in tal caso la talpa
farebbe molta fatica, non avendo la capacità di frantumare la roccia,
come invece potrebbe fare la trivella di ExoMars. Ma buona parte della
superficie di Marte è formata da questo terreno molto fine e sabbioso,
quindi ci sono buone probabilità che tutto vada come previsto»
.


Una talpa come quelle che si usano qui sulla Terra per scavare i tunnel autostradali?

«No, è un meccanismo molto più semplice: è un cilindro con
un’estremità appuntita che ha una massa mobile che “martella” la punta
dall’interno. È un movimento meccanico semplicissimo, non ci sono parti
mobili esterne. Colpo dopo colpo, dovrebbe riuscire a insinuarsi sempre
più a fondo nel terreno. Dunque parliamo di un’operazione che richiederà
del tempo, perché l’avanzamento è di pochi millimetri ad ogni colpo –
ma proprio per la sua semplicità anche piuttosto sicuro».

Cinque metri, dicevamo: è molto, per un buco su un pianeta che non sia la Terra?

«Direi di sì: fino a oggi non abbiamo scavato mai al di sotto di una
decina di centimetri. Forse la buca più profonda l’ha fatta su Marte il lander Phoenix, quello atterrato nel 2008 nella Vastitas Borealis, riuscendo a trovare il permafrost – il terreno ghiacciato – a qualche centimetro di profondità».

Nel caso di InSight l’obiettivo principale dello scavo è
misurare la temperatura del sottosuolo marziano. Perché è così
importante? C’è tanta differenza, fra zero e cinque metri?

«Sì, perché non c’è più l’effetto delle variazioni termiche dovute
all’alternanza fra il dì e la notte e a quella delle stagioni. Lo scopo è
arrivare a una profondità maggiore di quella a cui penetra l’onda
termica stagionale: un punto in cui la temperatura rimane costante
d’estate e d’inverno, ed è determinata dalla quantità di calore emessa
dal nucleo del pianeta».

E c’è la possibilità che, scavando scavando, la “talpa” finisca per ritrovarsi in mezzo all’acqua?

«InSight compie questa misura proprio per calcolare a quale
profondità ci si può aspettare che la temperatura raggiunga il punto di
fusione del ghiaccio. I modelli suggeriscono che occorra scendere per
centinaia di metri, se non chilometri. Non a caso, una delle critiche
che erano state mosse al nostro risultato dell’estate scorsa – quello
della scoperta del lago di acqua liquida sotto la superficie di Marte –
era proprio che non si trovava a una profondità sufficiente per la
fusione. Dunque saranno per noi dati molto interessanti, anche se
occorre sottolineare che la relazione fra profondità e temperatura non è
la stessa in tutte le regioni del pianeta. In ogni caso, è una misura
che potrà dirci molto della storia di Marte».

In che senso?

«Si pensa che Marte sia una “Terra invecchiata precocemente”:
un’ipotesi che risulterà confermata se il gradiente di temperatura a 5
metri di profondità è più basso su Marte che qui sulla Terra, perché
significherebbe che Marte si è raffreddato di più. E questo
spiegherebbe la fine dell’attività vulcanica e, assieme alla minore
gravità, la tenue atmosfera attuale»

InSight è arrivato, la “talpa” è su Marte

L’esultazione del team del JPL, durante la diretta NASA, al momento del l’atterraggio di InSight.

Non riesco a immaginare il livello di pressione, quando, dopo decine di anni di sviluppo e progettazione, ti giochi tutto, progetto, carriera e finanziamenti futuri, in 7 minuti. E oltretutto 7 minuti in cui sei cieco e impotente, puoi solo aspettare e sperare di aver pensato a tutto. ANSIA.