12 agosto 1944

spettriedemoni:

SANT’ANNA DI STAZZEMA

“…Io ci penso sempre. Anche stanotte scappavo. Da che cosa? Dai tedeschi”. Adele Pardini ha 75 anni, ma quando scende il buio, torna ad averne quattro. Torna a Sant’Anna di Stazzema, il 12 agosto 1944. “Ci presero. Avevano una retina nera sul viso, tutti e tre. Ci misero al muro con altri. Nel cadere sotto i colpi delle mitragliatrici, la mamma aprì una porta. Mi ci infilai dentro e mi salvai. Per fuggire, dopo, dovetti camminare sul suo corpo. Si salvò anche mio cugino, Ilio Pardini, che da quel giorno divenne cieco per lo spavento. A mio zio Emilio Battistini i tedeschi fecero portare le munizioni. Ma quando sentì la sparatoria venire da dove aveva moglie e figli, si fece uccidere. Il mio babbo non ne ha più parlato, ma per tutta la vita ogni tanto si metteva a piangere e diceva: “Che avranno fatto di male?”.

Per non dimenticare, gli orrori di una guerra, di tutte le guerre.
A Sant’Anna di Stazzema, la mattina del 12 agosto 1944, si consumò uno dei più atroci crimini commessi ai danni delle popolazioni civili nel secondo dopoguerra in Italia.
La furia omicida dei nazi-fascisti si abbattè, improvvisa e implacabile, su tutto e su tutti. Nel giro di poche ore, nei borghi del piccolo paese, alla Vaccareccia, alle Case, al Moco, al Pero, ai Coletti, centinaia e centinaia di corpi rimasero a terra, senza vita, trucidati, bruciati, straziati.
Quel mattino di agosto a Sant’Anna uccisero i nonni, le madri, uccisero i figli e i nipoti. Uccisero i paesani ed uccisero gli sfollati, i tanti saliti, quassù, in cerca di un rifugio dalla guerra. Uccisero Anna, l’ultima nata nel paese di appena 20 giorni, uccisero Evelina, che quel mattino aveva le doglie del parto, uccisero Genny, la giovane madre che, prima di morire, per difendere il suo piccolo Mario, scagliò il suo zoccolo in faccia al nazista che stava per spararle, uccisero il prete Innocenzo, che implorava i soldati nazisti perché risparmiassero la sua gente, uccisero gli otto fratellini Tucci, con la loro mamma. 560 ne uccisero, senza pietà in preda ad una cieca furia omicida. Indifesi, senza responsabilità, senza colpe. E poi il fuoco, a distruggere i corpi, le case, le stalle, gli animali, le masserizie. A Sant’Anna, quel giorno, uccisero l’umanità intera.
La strage di Sant’Anna di Stazzema desta ancora oggi un senso di sgomento e di profonda desolazione civile e morale, poiché rappresenta una delle pagine più brutali della barbarie nazifascista, il cancro che aveva colpito l’Europa e che devastò i valori della democrazia e della tolleranza. Rappresentò un odioso oltraggio compiuto ai danni della dignità umana. Quel giorno l’uomo decise di negare se stesso, di rinunciare alla difesa ed al rispetto della persona e dei diritti in essa radicati.

chiarire

kon-igi:

sabrinaonmymind:

scarligamerluss:

firewalker:

kon-igi:

uds:

il mio post sull’uso del romanesco non è un post contro i romani. o tutti i romani. o buona parte dei romani. o dei romani su tumblr.

è un post contro chi non si rende conto che esistono registri diversi per situazioni diverse. e situazioni ufficiali/serie/professionali/stocazzo tra persone di diversa provenienza e diversi gradi di confidenza richiedono l’italiano.

non è una esclusiva dei romani. mi infastidisce, perché sono un vecchio lamentoso, chiunque lo faccia, che sia di bolzano o di ragusa.

recentemente mi è capitato con persone provenienti da roma, punto. potrei fare anche un post sul disagio che mi provocano quelli che al tg regionale veneto rispondono in dialetto al giornalista, e magari prima o poi lo farò.

voglio dire, corrado augias è romano. il giorno in cui avrò qualcosa da ridire sulla scelta del registro linguistico adottata da augias vi autorizzo a spararmi.

“alcuni romani calcano molto espressioni tipiche del proprio vernacolo in situazioni ove sarebbe più consona la lingua italiana” non mi pare una considerazione eccessiva.

dai oh, è tumblr. sticazzi, de che stamo a parlà?

abbracci a tutti.

Abbracci a tutti? Cos’è, un tentativo di imporre la tua presenza invadendo lo spazio vitale altrui? Lo trovo veramente molto scorretto e offensivo.
Considerando, poi, che non è nemmeno troppo nascosta una valenza sessuale patriarcale, non so se ti rendi conto che il tuo è un mansplaining sottomissivo a tutti gli effetti (guarda caso, non hai usato nemmeno un pronome femminile ma la parola ‘cazzo’ compare ben due volte).

‘Vecchio lamentoso’ denota la spregevole considerazione che hai degli anziani, evidentemente per te solo un peso per la società (immagino che il tuo prossimo post sarà ‘utilizzo dell’eutanasia nella terza età’) e inoltre vedo che ‘Bolzano’ e ‘Ragusa’ (ti ricordo, due nomi propri di città) li hai scritti con l’iniziale minuscola… non è che hai qualcosa contro le province autonome e i meridionali? Io credo proprio di sì, visto il tono razzista del tuo post e l’accenno al tuo essere veneto, mettendoti così un gradino sopra gli italiani.
Maiuscole dimenticate (?) anche a inizio periodo e dopo segni di interpunzione, un chiaro spregio al corretto utilizzo della lingua italiana… non è mica che stai facendo il verso a qualcuno? Io credo di sì e penso se ne siano accorti anche gli altri.
Non è che poi usando l’iperbole dello sparare, ti rendi più simpatico… tutt’altro: è un altro riferimento non troppo velato a quello che tu credi sia l’unico metodo per trattare con quelli che non sono d’accordo con te e che tu reputi quindi inferiori.
Ti ricordo che già un’altra persona 70 anni fa ha cominciato con questi discorsi in Germania e poi guarda cos’è successo.

Ringrazia che io non sia un tipo che si offende facilmente @uds

L’uso del romano in contesti formali o semiformali deve essere centellinato, è un colpo di fioretto in un contesto preciso e impeccabile. “Annamo a magnasse ‘na pizza” alla fine di un convegno di biologia molecolare con premi nobel come relatori e altri premi nobel nel pubblico è meraviglioso, fa ridere e rialza lo spirito. “Annamo a magnasse ‘na pizza” con gli amici è banale. “Annamo a magnasse ‘na pizza” come risposta a una domanda di un giornalista che poi andrà a finire – scollegato da qualsiasi contesto – in un telegiornale è volgare.

Va saputo usare. E io, modestamente, lo saputo.

Romano = coatto

Milanese = lord inglese

Sinceramente non avevo capito cosa cazzo intendesse uds.
Comunque qui nel nobilissimo Veneto perseverano a parlarti in dialetto anche quando devono spiegarti come funziona la fisica del plasma, ma lo fanno anche con me che sono l’esotica del laboratorio. Poi vai in banca a chiedere il mutuo e continuano a parlarti in dialetto, vai al mercato idem, vai a parlare con quelli della nettezza urbana uguale.
Quindi di cosa stiamo parlando?

Giusto.

Si riferiva a questo:

http://uds.tumblr.com/post/164034104877/carissimi-amici-romani-eredi-di-un-patrimonio

Salve, volevo solo dire che sono da una settimana a Vicenza dai genitori di @tsuki-nh ed é una settimana che non capisco un cazzo. Capivo di più alla messa cantata in ucraino-polacco a Danzica. Le relazioni coi suoceri si possono sintetizzare nella procedura standard del viaggiatore che non capisce un cazzo all’estero: “of course, of course”, sorrisino e annuire.

hollywoodparty:

attraversando il paesaggio toscano

I cipressi che a Bolgheri alti e schietti
van da San Guido in duplice filar,
quasi in corsa giganti giovinetti
mi balzarono incontro e mi guardar.
Mi riconobbero, e “Ben torni ormai”,
bisbigliaron vèr’ me co ‘l capo chino
“Perché non scendi ? Perché non ristai ?
Fresca è la sera e a te noto il cammino.”

il liberismo ha i giorni contati.

yesiamdrowning:

Quando un ragazzino compie
tredici anni,
chiudilo in un barile e dagli da
mangiare dal buco.
Quando ne compie sedici, tappa il
buco
”.
Mark Twain

Questa
frase è un buon consiglio ma poco praticabile, a cominciare dal
fatto che oggi i barili in giro sono molti di meno. Qualche giorno fa
ho sentito una vecchia amica. Gli Arab Strap erano in tour in Italia,
così ci siamo parlati telefonicamente per vedere un’ipotetica data
assieme. Lei è felicemente sposata, ha un figlio poco più che
adolescente ma non disdegna, di tanto in tanto, qualche concerto per
cui valga la pena.  Mi ha raccontato che suo figlio un mese fa ha
chiamato a casa per avvertire che restava fuori, a dormire a casa di
un suo amico. E fino a qui non c’era nulla di strano, il ragazzo ha
compiuto da un po’ i diciott’anni ed è da quando ne ha sedici che è
abituato a fare e disfare le sue giornate in piena e totale libertà.
La cosa strana di cui sua madre non si da pace e non riesce a darsi
una ragione valida o almeno plausibile è che questo figlio non è
stato a dormir dal suo amico ma è stato avvistato dalla figlia di
una collega a duecento chilometri di distanza. E anche fino a qui
sarebbe poco male se lo si fosse visto fumare hascisc
in una comunità di neo-hippy oppure giocarsi l’intera paghetta a
strip-poker o magari per raggiungere il raduno di qualche gruppo
Facebook dal nome sprezzante e sarcastico. Invece è stato visto a un
pienissimo quanto innocuo festival pop volto a premiare quanta più
monnezza possibile nel
corso di un’unica sera. Però quando è tornato non ha detto niente.

La mia
amica ha educato questo suo figlio in modo senza dubbio liberale e
permissivo per andare a contestargli l’accaduto. A patto poi sempre
che ci sia (stato) un accaduto. Così, non ha mai posto in
discussione l’argomento e non ha mai fronteggiato il fuggitivo
mettendolo di fronte alle sue azioni. Ma, come dicevo, ci si sta
facendo una malattia e suo marito con lei, soffrendo entrambi nella
vana ricerca di dare una spiegazione solida per questa evasione tanto
più inspiegabile in quanto normale, anzi normalissima, sotto
qualsivoglia profilo fatta eccezione per quello culturale che invece
rasenta quello medio-borghese-del-cazzo. Se lo immaginano lì,
intrattenuto da due conduttori che di musica non capiscono un’acca,
che leggono quel che devono dire dal gobbo e solitamente sono un
mucchio di stronzate, se lo immaginano lì, a sentire Rovazzi in
playback e i
Thegiornalisti e non si danno più pace. Soprattutto lei mi chiede
lumi e, visto che siamo quasi coetanei e la stessa disgrazia sarebbe
potuta capitare anche a me, c’è da comprenderla. Come mi spiego
questo inquietante episodio? Non sono uno psicanalista e anche la mia
psicologia di vita a volte è parecchio “rudimentale” ma tento lo
stesso di formulare un’ipotesi.

Non
vedo questo ragazzo da quasi cinque anni ma conosco bene come è
stato cresciuto. Compiuti i quattordici anni ha avuto come solenne
investitura l’uso delle chiavi di casa. Quando i genitori se ne
uscivano la sera, avvertendolo a volte un giorno prima, il ragazzino
organizzava sovente festicciole con sgamabilissime ripassate ai
liquori del babbo. A quindici, aveva già libero accesso alla
libreria e discografia domestica. Nonostante l’episodio in cui rovinò
irrimediabilmente la copertina di Ten dei
Peral Jam della mamma e quella copia di Lolita
che non si capì mai che fine fece. A sedici, il padre gli portò
dalla farmacia una scatola di preservativi e nello stesso anno la
madre gli mise davanti una confezione di contraccettivi, spiegandogli
per filo e per segno i perché e per come del loro utilizzo. A
diciassette anni il padre cominciò ad allungargli due sigarette se
lo incrociava sulla porta di casa, piuttosto che lo faccia di
nascosto e si compri chi sa che porcheria, gli do le mie che hanno di
sicuro meno catrame. Con i soldi seguirono lo stesso criterio, meglio
creargli un budget suo
in un apposito cassetto che faccia debiti o peggio freghi qualcosa a
casa per venderselo. Lo stesso per la scuola, ricordo una volta che
mi disse: “Domani andiamo a vedere i Muse, alcuni suoi
compagni di classe ci vanno e sembra dispiacergli essere l’unico del
gruppo a non andare, piuttosto che faccia sega a scuola per ripicca,
glielo porto io no? Si tratta di una sola assenza e l’anno è ancora
lungo”.

Mi
immagino questo ragazzetto che non ha mai falsificato una firma nel
libretto delle assenze, che si è sparato la prima sega leggendo un
romanzo di
Nabokov, che non ha mai portato una ragazza al parco
perché
i suoi non gli lasciavano casa libera, che non ha mai mandato in
avanscoperta l’amico con più peluria di tutti sotto al naso per
accaparrarsi una copia di Le Ore, un pacchetto di MS o una lattina di
birra, che ha studiato una vita intera col meglio e il peggio (che
poi sono interscambiabili) della scena grunge
statunitense proveniente in sottofondo dal salotto, che si è visto i
Muse in terza superiore più per una paranoia di sua madre che per
reale interesse, che non ha nemmeno provato l’imbarazzo di girare
dieci minuti attorno al distributore di preservativi prima di avere
campo libero per fare l’intimo acquisto. E me lo immagino all’arena
di Verona respirare finalmente un respiro di sollievo: avere una
reazione, una botta di reni e andarsi a sentire la sua musica di
merda

preferita. Per giunta di nascosto da mamma e papà e dalla loro orgia
di tolleranza. Io non ci trovo nulla di strano. Anzi, per certi versi
spero perseveri, recuperando la clandestinità e l’anarchismo perduto
– che Rovazzi e i Thegiornalisti non sono mai stati così punk.