Fine del sogno Tumblr – Rivista Studio

itcouldbeworseitcouldberaining:

axeman72:

noneun:

gigiopix:

aliceindustland:

riacciuffatevi:

Adesso devo capire se c’è un modo (funzionante, efficiente) per fare il backup.

i soldi hanno sempre rovinato tutto, sempre

ah @catastrofe sei stato nominato

Piu che fare il backup (ci sara’ sicuramente qualche plugin per esportare su wordpress, immagino) comincerei a pensare alle alternative. Non e’ che ce ne siano tantissime eh.

A me la frase “Verizon, il gigante delle Tlc, è interessato soprattutto all’advertising, pochissimo ai contenuti e ancora meno alla felicità degli utenti di un social dall’animo sensibile.” sembra una cazzata colossale, per numerosi motivi.

Comunque appena trovi un plugin e una alternativa, @gigiopix, mi fai sapere? Grazie.

Ci faremo un tumblr tutto nostro, con black jack e squillo di lusso. 

(e poi staremo a vedere, come al solito… )

Karpuccio bello ha 1,1 miliardi di dollari sotto il materasso, suppongo che una volta raggiunta una quotazione sufficientemente bassa ricomprerà la baracca e invierà alla Meyer questa gif

Originally posted by haidaspicciare

LOL 😀

Rebloggone immantinente per la gif 😀 E speriamo che anche la previsione sia azzeccata.

Fine del sogno Tumblr – Rivista Studio

Nessun essere umano può decidere quando nascere; né può stabilire, a parte casi disperati, per quanto tempo vivere. È facile ignorare la presenza della morte nella nostra vita, e cercare di vivere facendo finta che non esista. La morte è qualcosa che ti segue in ogni momento. Per me sarebbe innaturale pensare alla vita e alla morte come a due elementi differenti. Io penso di essere sempre costantemente pronto al suo arrivo, senza naturalmente essere attratto o, ancor peggio, ossessionato dalla faccenda. Piuttosto credo che chi è ossessionato dalla morte abbia di conseguenza lo stesso atteggiamento anche per la vita.

Takeshi Kitano (via rizomatica)

Cinnerie #2

autolesionistra:

Scelte

E a questo punto la domanda che aleggia è: c’è qualcosa che non va?
A meno che uno non sia affetto da ignavia cronica o idiosincrasie sanitarie personali inizia quindi l’ordalia degli esami medici. Stile temporale estivo, prima con pochi goccioloni sporadici.

Per i maschi questa cosa include tipicamente almeno un simpatico spermiogramma, che suona male ma comunque meglio di “vai a farti una pippa in uno stanzino e portami il risultato”.
Unendo le esperienze di un paio di amici che hanno avuto problemi analoghi nel giro un lustro abbiamo testato praticamente tutte le sale-pippa del nord-est; ad un certo punto c’era venuta voglia di fare un sito per lasciare voti e recensioni, una sorta di PippAdvisor™.
Ma non è che ci si possa lamentare, perché nel frattempo alla compagine femminile va decisamente peggio, a livello di numero di esami, costi, e gradevolezza (tipo salpingografia, per dirne una poco invasiva) e inizia a delinearsi abbastanza chiaramente il fondamentale ruolo maschile in questa fase di approfondimento

Bon. Fra prenotazioni, effettivi esami, eventuali approfondimenti sul qualcosa poco chiaro (perché c’è sempre un qualcosa poco chiaro) passa un lasso di tempo considerevole, che sommato a quello dei tentativi precedenti inizia a rendere sempre più definitivo un certo scollamento sociale. Come se il resto dei tuoi amici andasse avanti mentre tu resti impelagato tipo artax nelle paludi della tristezza, e sapendo esattamente com’è finito artax la metafora non ti aiuta particolarmente. E in questa fase ancora magari uno non s’è sbottonotato molto con amici & parenti, quindi esposizione massima a “e voi? quando fate un figlio?” “ah, da quando è nato Gigino non dormo una minchia, beati voi” e simili amenità. (poi tutto è relativo, eviterò di scrivere sei volte a post che al mondo esistono sfighe ben peggiori)

Qui generalizzare diventa difficile, ma è facile che dopo un certo numero di esami (che comunque tende sempre ad infinito) ci sia una situazione mezza chiara, che sia qualcosa sulla conta spermatica, qualcosa sull’ovulazione, ma a parte casi rari che non auguro a nessuno difficile che un qualche medico si vesta da arbitro da baseball e vi urli “eliminati!”.
E’ più probabile che parta l’equivalente medico di un non è escluso che ci riusciate, però è difficile. Che volete fare?

Il menu prevede sostanzialmente tre macro categorie mutualmente esclusive:

1) The medical way 
Che include sia ammazzarsi di altri esami che fecondazione assistita, omologa, eterologa, pubblica, privata, italica, estera

2) Percorsi di adozione o affido
Che include passare da un’istruttoria con un certo numero di persone che valuta che voi siate “affettivamente idonei a educare, istruire e mantenere i minori che intendono adottare”. E chiariamoci, tutelare chi ha evidentemente già passato dei problemi è sacrosanto. Però magari il giorno del colloquio con il giudice del tribunale dei minori incroci un truzzo con la polo col colletto all’insù che tira un ceffone al suo figlioletto per futili motivi, e ti viene da pensare dei cinni quello che da una ventina d’anni pensi dei capelli. Che spesso ce li ha chi non se li merita.

3) Niente
Questione spinosa: a questa categoria appartengono approcci molto diversi che vanno dal farsene una ragione, al voler tirare il fiato senza pensarci per un po’ e vedere che succede, all’allergia conclamata a entrambe le prime due strade. L’unica cosa da tenere ben presente (e ci ho messo un po’ a capirlo) è che questa è a tutti gli effetti una scelta quanto le prime due.

Queste tre opzioni prevedono impegni e ripartizioni di pesi completamente diversi, ed è un po’ come se uno ti chiedesse “che facciamo per le ferie? ti porto in braccio sul monte bianco, andiamo in pedalò a cipro o si va a gabicce?
Poi la scelta a questo trivio non è definitiva e anzi, tenderà a riproporsi a intervalli regolari, ma oltre ad essere ostica e molto molto personale prevede anche di scegliere la stessa cosa in due, tema tutt’altro che scontato.
Saltiamo quindi altri mesi di elucubrazioni, incontri, scontri, pensate, ripensate, tripensate.

Non è escluso che ci riusciate, però è difficile. Che volete fare?

Apriamo la busta 1, Mike

つづく

Fine del sogno Tumblr – Rivista Studio

aliceindustland:

riacciuffatevi:

Adesso devo capire se c’è un modo (funzionante, efficiente) per fare il backup.

i soldi hanno sempre rovinato tutto, sempre

ah @catastrofe sei stato nominato

Piu che fare il backup (ci sara’ sicuramente qualche plugin per esportare su wordpress, immagino) comincerei a pensare alle alternative. Non e’ che ce ne siano tantissime eh.

Fine del sogno Tumblr – Rivista Studio

Questo genio del male ha costruito una specie di carillon meccanico programmabile a sferette d’acciaio. Ogni linea verticale corrisponde a una nota, e piazzando  le sferette nelle giuste posizioni, ricrea la musica voluta. E’ un musicista e un ingegnere, e per sua stessa ammissione, con questa macchina “il lato ingegneristico ha raggiunto lo stesso livello di quello musicale“.

E’ bellissima e geniale !

Le vite nell’armadio.

andsomefoolishstuff:

È ormai da un anno che sto portando avanti un’operazioni tediosa. Svuoto gli armadi in camera di mia madre. Una di quelle cose che si fanno solo quando una persona muore. Ma mia madre non è morta, solo che non tornerà mai più a casa, se non che per l’ulitmo viaggio. E questa considerazione non fa altro che rendere la cosa più tediosa.

Alle volte apro le ante e, solo guardando la quantità di vestiti e oggetti ( “Cristo Dilma! Tieni da conto anche i pidocchi” ostiava mio padre con mia madre ) stipati lì dentro, mi passa la voglia; mi prende lo sconforto. Non è la mole di lavoro che mi aspetta a spaventarmi. È la consapevolezza di tutte le storie che quegli oggetti costudiscono; sono le piccole storie che insieme fanno la storia di una famiglia che in qualche modo non c’è più. Di sicuro non nella forma in cui c’era prima. È la consapevolezza che molte di quelle storie per me sono dolorose; che, alle volte, anche i ricordi più dolci possono male come pugni allo stomaco.

E svuotando mi passano per le mani oggetti, cose senza alcun valore se non quello dato dai ricordi che le accompagnano. Spesso mi capita di trovare quella cosa, ricordare la storia che ha dietro. E a quel punto mi siedo e piango. E non riesco a continuare.

È per quello che ci sto mettendo così tanto. Mia zia, la sorella di mio padre, mi disse che la cosa migliore era prendere tutto e donarlo alle associazioni per i senzatetto. Tutto quanto, senza stare a guardare cosa. Ma io non ce la faccio; ci sono cose che non riesco a lasciar andare così, senza guardarle ancora una volta. Sarebbe come perderle per sempre. E io non voglio perderle. Anche se mi hanno fatto male e se me ne fanno ancora.

E forse lo faccio anche un po’ per chiudere i conti. Per tirare dei bilanci su una vita che portruppo non è stata soddisfacente come avrei voluto. Per capire cosa è successo. Per poter passare oltre e ricominciare a vivere.

Ed è così che ritrovi quel cappello, quello di panno degli Ottawa Senators. Lo portavi mentre accompagnavate tuo fratello a Gallarate a prendere il treno che lo avrebbe portato in Svizzera ad inseguire le sue aspettative. E ti ricordi quel viaggio di venti minuti in macchina; un viaggio terribile per te. Venti minuti di tragedia, al modo tipico della casa. Tuo padre che inveiva contro tuo fratello: “Tu ci abbandoni! Proprio ora che avremmo più bisogno di un aiuto da parte tua. Sei un codardo, cazzo! Un ingrato. Un pezzo di merda.” E tuo fratello, 23 anni, grande e grosso nel tuo immaginario ( gli amici lo chiamavano Bufillo ), che si tratteneva a stento dal piangere. E ti immagini come deve essersi sentito. Partire verso l’ignoto di una vita lontano da casa ed essere insultato per la voglia di costruire qualcosa con le proprie mani. Arrivare alla stazione e vederlo scendere con la faccia stravolta; vederlo girarsi a salutare: “Beh, ciao allora”, e tuo padre: “Vaffanculo, pezzo di merda!” e ti vieta di accompagnarlo al binario. E tua madre che piange disperata.

E passi oltre, continui a svuotare; la camicia di seta che tua madre metteva solo nelle occasioni importanti: matrimoni, cresime, battesimi… e ti ricordi come era bella quando si agghindava per quelle occasioni, e piangi pensando che non si truccherà più in quel modo leggero e semplice, con un velo di ombretto e un filo di rossetto pallido, che la faceva tornare ragazzina.

E continui e trovi il tuo diario di quinta superiore, intonso; non una pagina segnata. E ti torna in mente quell’anno dove le cose hanno cominciato a cambiare davvero. Dove è iniziata la tua insofferenza verso le regole della casa. Le persone che ti hanno fatto cambiare. Un anno scolastico tremendo, il primo veramente difficile da vivere; quello che ti ha fatto perdere l’interesse nello studio. Urbano che ti dimostra coi fatti che se sei convinto di quello che fai non devi nasconderti. Il professor Siri, l’unico uomo che ti abbia mai mostrato rispetto sino ad allora e forse l’unico per cui ancora oggi nutri stima incondizionata. Le prime uscite serali, la prima ragazza e il primo bacio che le hai dato, che ti ha dato. Tutte le cazzate che hai fatto per tenertela stretta e che non sono servite a niente. L’amarezza del ricordo di tuo padre che le parla di come tu sia un debosciato, un essere senza puntiglio né autostima, incapace di sacrificio. Senza sapere quale sacrificio ti costi il non saltargli addosso e riempirlo di botte. Senza immaginarlo nemmeno.

E le camicie da notte e le lenzuola del corredo che la nonna aveva fatto per tua madre, il modo in cui le accarezzava quando le tirava fuori per fartele vedere. La dolcezza e la nostalgia che le cambiavano i lineamenti del viso.

E i disegni di tuo fratello più piccolo all’asilo. E quelli dei nipoti. E le foto di tua madre e tuo padre poco più che ventenni, belli, nella casa di Milano. Con tuo fratello maggiore appena nato, mentre lo tenevano in braccio e andavano verso un futuro che non si immaginavano neanche, con un sorriso e uno sguardo che… quelle foto che tua madre si chiuse in camera a guardare, quando la facesti piangere poco dopo la morte di tuo padre. E non ti ricordi cosa dicesti per farla piangere, ma stai male come un cane solo a pensarci.

E ripensi a tutto quello che hai fatto e che l’ha delusa e, in fondo, anche a quello che ha deluso tuo padre; anche se credi che non meriti la stessa considerazione ti fa star male lo stesso. Anche se tuo padre era sempre deluso. Di default. E allora ripensi alle volte che ti ha ferito e torna la rabbia, quasi adolescenziale, di tutte le volte che ti sei sentito dare del subnormale, dell’handiccappato, del mongoloide. Delle volte che ti ha detto di tapparti naso e bocca e lasciarti morire, dei ceffoni, Di quando ti disse: “Se avessi una pistola ti ammazzerei io con le mie mani”. Il senso di abbandono di fronte ai problemi, tua madre che ai tuoi 15 anni ti dice che non può festeggiare il compleanno di un figlio come te. Che lei non ha cresciuto un figlio così… e se ne va senza finire. L’affetto e la comprensione negati. L’invidia per tuo fratello più piccolo che ancora a trent’anni poteva abbracciarla sentendosi accettato.

E ti chiedi come puoi sopportare tutto questo e continuare a vivere, essere intero qui e ora, senza perderti nel passato che ti dilania da sempre.

E finalmente, forse, capisci.

Certe cose sono passate: non se ne andranno mai, ma sono passate. E non devono più farti male. Devi imparare a perdonare come vorresti essere perdonato. Le persone non fanno quello che fanno per ferirti, non con intenzione. Fanno cose perché si sentono feriti loro prima di tutto. E lo stesso fai tu. Perché sei umano. Perché loro sono umani. E l’unica cosa che può salvarti è comprendere. E perdonare.

Perdonare per permettere alle ferite di smettere di sanguinare e cicatrizzarsi, e poter passare oltre.

Ma non è facile.