Domanda ai tumbleri che hanno studiato

sovietcigarettesandstuff:

sabrinaonmymind:

marsigatto:

yoghiorso:

masoassai:

marsigatto:

Ma da voi, al lavoro, si parla l’Italiano? (la polemica non è con voi, ma coi miei colleghi…)

un filino dialettale, a volte, ma: sì.
e ‘un si pole mi’a esse’ perfetti, dio ccangi

col pubblico “elevato” (tipo colleghi esterni, imprese, amministrazioni) si parla in italiano colorito da qualche nota di colore, va… francesismi ecco (ofordiani)
col pubblico “basso” (l’utenza) più si parla come mamma c’ha fatto e più ci si intende, diciamo ecco che il rapporto francesismi – italiano si ribalta
tra colleghi d’ufficio… va bene anche un fischio

Ma che belle persone che siete, ma che fate stasera? ^_^

Giuro che ho millemila email in cui mi si dice ‘apposto’ invece che ‘a posto’, ‘entrambe’ al posto di ‘entrambi’, mi tocca sentire anglicismi sgallettati degni della peggiore adolescenza borgatara, e cose che mi farebbero accendere un cero al mio angelo custode per finire in luoghi di lavoro come i vostri…

Quando lavoravo a Cagliari nessuno mi parlava in dialetto per spiegarmi il funzionamento del trasformatore trifase, mentre qui in veneto pure la fisica nucleare te la spiegano tranquillamente in dialetto.

@sabrinaonmymind: come disse il mio prof di economia, “il veneto no xè un dialeto, xè na malatia” (venetissimo anche lui, ovvio).

Io qui ho una collega italiana, e le parlo in mezzo inglese/triestino/polacco.

(se vale lo stesso, con i colleghi si parla e si smadonna in inglese e in polacco). 

Da noi si parla abbastanza italiano, con inflessioni piu’ o meno dialettali a seconda della persona con cui si sta parlando. Abbiamo siciliani, sardi, romagnoli, genovesi, e toscani di diverse provenienze, dai fiorentini, ai pisani, lucchesi e perfino livornesi.

In genere viene abbastanza automatica la scelta del tipo di linguaggio da usare. Se con un siciliano o un genovese magari mi esce un “É andato di nuovo in crash. Ci sono ancora troppi bug per poterlo rilasciare“, con un toscano mi ci puo’ scappare un “Ale’, ha durato quanto un gatto sull’aurelia. Ma cosa vói rilascia’ che un regge un coomero alla scesa?“

Ovviamente mi riferisco al linguaggio di tutti i giorni tra colleghi. Coi clienti magari parliamo un italiano abbastanza neutro.

Quando invece c’é gente che non parla italiano, passiamo tutti all’inglese piú o meno maccheronico.

tsuki-nh:

Oggi sono alle prese con le odiate pulizie di primavera e Cianci ha deciso di “aiutare”.

Eccolo dall’altra parte della stanza mentre aspetta che abbia finito di passare il cencio per camminare sul pavimento bagnato:

E mentre si nasconde tra i panni appena lavati per lasciare un tappetino di pelo:

-.-

Gato ala Visentina.

Buongiorno! Per lavoro sto tirando a mano righe parallele a 1,5mm di distanza per coprire un’area di un A5. Sono a metà e vorrei uccidere violentemente tutti oltre a che mi si stanno incrociando letteralmente gli occhi. È normale? È considerato training da jihadista?

heresiae:

gigiopix:

heresiae:

brondybux:

kon-igi:

Se ucciderai qualcuno invoca l’attenuante dell’ipnosi da catena di montaggio.

ma sono 140 righe, ci metti 15 minuti °_°

sì, ma quando arrivi alla settantesima è meglio se nessuno cominci a fare cose irritanti intorno a te.

140 righe sono circa 8 comandi offset esponenziali su autocad, oppure un solo comando copia in serie di 140×1. E un comando estendi fino ai limiti del cartiglio. Saranno al massimo 5 minuti (compresa l’impostazione della pagina), non 15.

ma l’anon ha scritto “a mano”. quindi io mi immagino matite, squadre e righelli.

Ok, mi sa che sto un po’ perdendo il contatto con la realtà 😀
Avevo inteso “a mano” nel senso “non voglio usare lo strumento tratteggio” 😀

Buongiorno! Per lavoro sto tirando a mano righe parallele a 1,5mm di distanza per coprire un’area di un A5. Sono a metà e vorrei uccidere violentemente tutti oltre a che mi si stanno incrociando letteralmente gli occhi. È normale? È considerato training da jihadista?

heresiae:

brondybux:

kon-igi:

Se ucciderai qualcuno invoca l’attenuante dell’ipnosi da catena di montaggio.

ma sono 140 righe, ci metti 15 minuti °_°

sì, ma quando arrivi alla settantesima è meglio se nessuno cominci a fare cose irritanti intorno a te.

140 righe sono circa 8 comandi offset esponenziali su autocad, oppure un solo comando copia in serie di 140×1. E un comando estendi fino ai limiti del cartiglio. Saranno al massimo 5 minuti (compresa l’impostazione della pagina), non 15.

Uno dice è il tuo primo giorno, sei uscito dall’accademia l’altro ieri, stai zitto. E infatti sono stato zitto. Poi però quello che è successo lo sappiamo tutti.

Insomma esco per la mia prima missione sul campo, il pattugliamento di un astroporto. Insieme a me un superiore, con alle spalle già qualche anno d’esperienza. Non l’avevo mai visto prima; le assegnazioni sono casuali, non ho capito perché, secondo me è una stupidaggine.

Si trattava di un pattugliamento mirato: c’erano due droidi in fuga che bisognava assolutamente catturare. Vai a sapere i motivi. Così ci danno la descrizione dei droidi, e penso che due così, se sono scappati, sono state fatte delle belle cazzate, e qualcuno di certo ci aveva rimesso i gradi.

Così iniziamo il nostro giro in questo postaccio caldo (non ci avevano ancora dato le armature estive, oltretutto), polveroso e maleodorante, un covo di feccia come pochi se ne vedono nella galassia. Se ci fossimo messi a fermare tutti quelli che incrociavamo e a controllarli, avremmo arrestato mezza città. Droidi in giro non se ne vedevano molti, e comunque nessuno corrispondente alla descrizione che avevamo.

Insomma ci aggiriamo con le nostre belle armi ben in vista, con le nostre regole d’ingaggio piuttosto favorevoli, portatori del potere imperiale, e quindi temuti, in un certo senso, non dico rivestiti di un’aura di autorità, ma quasi, nel senso che molti, incrociandoci, abbassavano lo sguardo o si scansavano, quando a un certo punto passiamo davanti a questo bar piuttosto famoso, nel senso di malfamato. Da dentro veniva una musica indiavolata, tipica dei criminali e dei giovani scapestrati.

Proprio mentre siamo lì, arrivano questi due. Un vecchio mezzo imbacuccato in una pesante tunica (immagino si stesse sudando l’anima) e un ragazzino, vestito come se stesse andando a un raduno di deficienti, non so nemmeno se maggiorenne, che solo a vederli insieme su quel catorcio che li trasportava venivano subito delle idee un po’ raccapriccianti. Ma ok, siamo in uno spazioporto, ci può stare. C’è pure di peggio. Solo che insieme a loro, sul veicolo, e non ci sono due droidi perfettamente corrispondenti all’identikit?

Il mio superiore, sveglio, professionale, inquadra subito la situazione e si fa avanti verso ‘sti due. Io, come da protocollo, resto un passo indietro. Penso subito prima missione primo successo, wow, e mi vedo già la carriera spalancata. Il mio superiore ferma questi tizi e va per controllarli. Un lavoretto facile, pulito.

Sono lì che già immagino i complimenti dei colleghi, gli elogi dei superiori, quando il vecchio, senza scomporsi, fa un gesto leggero con la mano e dice al mio capo “Questi non sono i droidi che state cercando”. Sì, stocazzo, mi dico io, come no. E mi aspetto che il capo punti l’arma e riporti i due coi piedi per terra. Invece quello cosa fa? Dice “Questi non sono i droidi che stiamo cercando”, si volta verso di me e lo ripete, poi guarda i due, anzi i quattro, e gli dice di circolare, e quelli se ne vanno per i fatti loro.

Me ne sono rimasto zitto, perché oltretutto le regole d’insubordinazione sono abbastanza rigide. Gli ho solo chiesto “Non erano loro?”, per sicurezza, appena un attimo dopo, e lui “No no, non erano i droidi che stavamo cercando”. E vabbè, ho pensato, lui è il superiore, pace.

Invece, la storia la sapete, erano proprio loro, quei droidi che cercavamo.

E dopo tutto il casino che sappiamo, infatti, mi hanno spedito qui, su questa luna umida, a controllare non ho capito cosa, perché ci sono solo alberi enormi dappertutto e robe pelose che non si capisce niente quando parlano, oltre a una specie di antenna. E mi faccio due palle che non vi dico.

yomersapiens:

Lascio il posto agli anziani anche se non gli ho chiesto di invecchiare io ma lo faccio, sono carini.
Lascio il posto alle donne incinte anche se non le ho messe incinte io ma lo faccio, talvolta sono carine.
Lascio il posto ai bambini anche se non gli ho chiesto di nascere io ma lo faccio, hanno occhi grandi e alcuni poi smettono di fare rumore.
Lascio il posto un po’ a tutti e lo faccio in silenzio, senza chiedere. Mi alzo e me ne vado. Che è un po’ la tecnica che utilizzo nei rapporti umani. Quando sento di essere di troppo, mi alzo e me ne vado. Non serve dire nulla. Alzati e vattene.
Il mio lavoro negli ultimi tempi consiste nel mettere in ordine migliaia e migliaia tra lettere e francobolli. Non ha molto senso, dici. Non è stimolante. Non ha futuro. Ma per me è il contrario. Mettere in ordine mi aiuta a dare un senso al caos attorno. In quella stanza, tutto si sistema come dico io. Ogni album, scatola, cartone, si posiziona dove per me è logico che sia e non c’è niente di più eccitante per un maniaco dell’ordine. Vedere ogni cosa andare al proprio posto. Non mi interessa del futuro, mi interessa del presente e allo stato attuale tutto è in ordine dentro la mia stanza. Fuori può regnare chi vuole ma qua comando io.
Perché non posso controllare i miei occhi e fanno il cazzo che gli pare e peggiorano sempre.
Non posso controllare i miei capelli e fanno il cazzo che gli pare e mi abbandonano sempre.
Non posso controllare il tuo umore e fai pure il cazzo che ti pare, mi trovi nella stanza dove tutto è in perfetto ordine. Se vuoi entra, ti lascio il mio posto così capisci anche tu quanto è bella questa sensazione. Anche se è il mio posto speciale e non lo lascio volentieri. Non lo lascerei ad anziani o a donne incinte o a bambini, ma a te sì e forse mi sforzerei pure ad evitare di andarmene subito dopo.
Non tanto per te, ma perché non mi fido, metti che tocchi qualcosa e scombini il mio ordine?
Meglio restare, per sicurezza.

Lo stampo e lo appendo alla parete.