Oggi ho rivisto Kon-Igi e l’ho trovato veramente stanco da un lungo periodo impegnativo. Questo post è per invitare tutti coloro che lo conoscono di persona e non ad inviargli un pensiero, un incoraggiamento, affetto e affettati incondizionati.
Hey @kon-igi , a questo link (https://youtu.be/IvUU8joBb1Q) trovi la mia tecnica segreta per aprire la nona porta del chakra, la porta dei sorrisi immotivati. Fanne buon uso (e soprattutto tienitelo per te ❤).
Che cosa ne dite di un razzo con motore elettrico che è realizzato con la stampa 3D? Non è il prossimo giocattolo per i vostri figli o per i bambini cresciuti, è un vettore a tutti gli effetti, capace di trasportare piccoli carichi nello Spazio.
L’idea è stata dell’azienda Rocket Lab che ha progettato Electron, un piccolo razzo che domenica scorsa ha preso il volo dalla Nuova Zelanda portando in orbita tre satelliti, ciascuno non più grande di una scatola da scarpe, che mapperanno la superficie terrestre e monitoreranno i sistemi meteorologici. Si è trattato del secondo volo del razzo Electron: il primo, a maggio, aveva raggiunto lo Spazio ma non era riuscito a raggiungere l’orbita terrestre bassa a causa di un guasto tecnico.
Il motivo di tanto interesse attorno a questa missione è che tutte le aziende private impegnate nel settore aerospaziale cercano di abbassare i prezzi dei lanci in orbita per essere concorrenziali. SpaceX ha proposto con successo i razzi riutilizzabili, come il Falcon 9; Rocket Lab ha scelto di battere una pista che potrebbe rivoluzionare una nicchia (nemmeno troppo piccola) del settore, ossia quella del lancio di mini satelliti.
Il razzo Electron è usa e getta, è realizzato in materiale composito di fibre di carbonio e dispone di motori stampati in 3D per ridurre i costi e i tempi di assemblaggio. È lungo 17 metri (circa un quarto del Falcon 9 di SpaceX), e può trasportare in orbita satelliti delle dimensioni massime di un van. Grazie a queste soluzioni ciascun lancio di Rocket Lab costa circa 5 milioni di dollari, contro i 62 milioni di dollari stimati per un lancio di SpaceX.
Bastano questi pochi dati per capire come gli esperti del settore abbiano adocchiato l’idea di Rocket Lab come un’opportunità capace di tagliare drasticamente i costi di accesso allo Spazio.
Il razzo fra l’altro è stato lanciato da una rampa costruita all’interno di una fattoria di 8.000 acri popolata da pecore e bovini, sulla pittoresca penisola di Mahia, al Nord della Nuova Zelanda, sganciandosi dai vincoli economici e organizzativi imposti dagli spazioporti istituzionali. Brad Tucker, astrofisico presso la Australian National University, ha commentato che “una società privata che lancia satelliti multipli dalla propria rampa privata è tecnicamente un primato mondiale. […] fino ad ora le agenzie governative o i gruppi privati hanno utilizzato le infrastrutture governative”.
Il lancio stesso è stato un successo, perché la consegna del payload è avvenuta con successo.
Rocket Lab via Twitter parla dell’inizio di una nuova era nell’accessibilità allo Spazio, in cui i giochi non sono più in mano ai governi ma alle aziende commerciali. Gli fa eco Tucker, secondo cui quanto accaduto “è un altro segno che le aziende private stanno diventando una forza sempre più grande nel settore spaziale” e che maggiore è il loro numero, più i lanci di satelliti in orbita saranno più economici e veloci, riducendo il costo dei nuovi prodotti e delle tecnologie al servizio dei consumatori.
Rocket Lab sta pianificando un terzo volo di prova nel corso di quest’anno, in una data ancora da definirsi. È da precisare che si tratta ancora di voli di prova, ma sono molti i fornitori di servizi satellitari disposti a rischiare i propri prodotti facendoli decollare su razzi di prova sia per i prezzi convenienti, sia perché spesso la lista d’attesa per i lanci è molto lunga e causa essa stessa delle perdite sul piano economico.
Proprio sulle liste d’attesa Rocket Lab può beneficiare anche di un altro vantaggio notevole: dalla sua postazione fuori dall’ordinario è autorizzata ad effettuare un lancio ogni 72 ore dato che l’area è esente da traffico aereo e marittimo. La fattoria neozelandese quindi non è stata una scelta casuale, come ha spiegato Peter Beck, fondatore e amministratore delegato di Rocket Lab: “la frequenza è un elemento chiave, e per raggiungerla la scelta del sito di lancio è strategica”.
Beck quindi non ha lasciato nulla al caso: ha fondato l’azienda nel 2008 ad Auckland, nel 2013 ha trasferito la sede legale negli Stati Uniti per poter accedere ai finanziamenti e garantire che i suoi razzi siano conformi ai regolamenti statunitensi. Ha incassato fra gli altri finanziamenti da 200 milioni di dollari da società del calibro di Lockheed Martin e Bessemer Venture Parners. Quando si dice avere le idee chiare.
“è stato lanciato da una rampa costruita all’interno di una fattoria di 8.000 acri popolata da pecore e bovini“
Adesso voglio lo spazioporto toscano di Lajatico o di Monteverdi Marittimo. E se una peora s’avvicina troppo alla rampa di lancio, si chiama @soggetti-smarriti colle fornacelle.
e’ stato eletto membro dell’assemblea costituente che a partire dal 25 giugno 1946 ha steso la Costituzione, e da allora rimasto in parlamento fino al 6 maggio 2013 (data della sua morte). Le elezioni di marzo saranno le prime dopo la sua morte, e quindi le prime senza di lui.
Marco Travaglio in una recente intervista, attaccando la legge Lorenzin, ha testualmente detto “.. il morbillo era considerato non la peste bubbonica come è considerata ultimamente ma era considerato quasi un tagliando che un bambino doveva fare assieme ad altre malattie”
Ecco, magari questa bella cosa del tagliando dovrebbe spiegarla a Simone Tezzon, che vedete qui in una foto in officina a causa di quello che Travaglio considera un semplice tagliando.
Qui il racconto di Tezzon Simone:
“Ho avuto il morbillo a 44 anni. Non ero vaccinato.[…]. Ora immaginate un uomo di 44 anni alle prese con problemi di tosse e febbre alta…e con una ditta da portare avanti…che fa? Si imbottisce di tachipirina e lavora. Finché un giorno di inizio anno scorso (2017) stramazza. Al p.s. fanno accertamenti e mi spediscono d’urgenza all’ospedale S.Anna di S.Fermo (CO). Immaginate il primario…che riceve una barella con sopra un uomo di 44 anni che ha subito nel tragitto due infarti polmonari…il collasso di un polmone e un embolia polmonare. Paziente comatoso…
Tutto questo per il morbillo…il paziente é, in pratica, morto. Ma quel primario…non ci sta, lui e la sua equipe non mi mollano un secondo. Quattro giorni per riportarmi in vita. Mi chiamano, scherzosamente, Lazzaro…ma sono vivo.
Peró scoprono che il morbillo ha mangiato i nervi delle mie gambe…e quindi finisco in sedia a rotelle. Tra terapie e corse dei medici, la mia dose di volontá di rimettermi in piedi…a fine giugno sono in piedi aiutato da un tutore alla deambulazione. Oggi cammino normalmente. Grazie ai dottori e gli infermieri che hanno fatto i miracoli, grazie a me che non mi arrendo.
GRAZIE AL C@XXO…CHE CON UN VACCINO GRATIS…TUTTA STA MENATA NON SAREBBE SUCCESSA.”
Quando io e Marco Travaglio eravamo bambini (ho due anni più di lui) il morbillo era considerato una cosa normale. Però anche girare in auto senza cinture oppure andare in Vespa senza casco era una cosa normale. E infatti ogni anno – lo dicono i dati ISTAT – morivano centinaia di bambini di morbillo, ai quali il vaccino salva la vita.
I metodi poco ortodossi di @tsuki-nh per cercare di migliorare il porridge della colazione.
Io vorrei dire a tutti questi giovinastri moderni che quando avevo 16 anni presi IL TRENO REGIONALE da Viareggio fino a Firenze (75 fermate e 2 ore e mezza di viaggio), andai da un amico dei miei genitori che TELEFONÒ a un suo collega di Roma che insegnava giapponese all’università e dopo aver appoggiato le cuffie del mio WALKMAN sulla cornetta mi feci tradurre pezzo per pezzo la sigla originale di DRAGON BALL che avevo REGISTRATO su una MUSICASSETTA mettendo il MICROFONO DELLO STEREO davanti alla TELEVISIONE.
Quindi, giovinastri moderni, il tempo che vi avanza dopo aver digitato su youtube ‘dragon ball opening sub ita’ vedete di usarlo molto ma molto bene. E soprattutto senza lamentarvi di non averne.
Con la tratta da Lucca a Firenze a BINARIO SINGOLO, per cui ad ogni stazione il treno si doveva fermare per lasciar passare quello che veniva dalla direzione opposta. La priorita’ con la quale si decideva quale dei due si doveva fermare e quale poteva passare a diritto, veniva regolata da una legge semplicissima: se tu eri a bordo di un treno, era sempre l’altro che passava. Il tuo si fermava SEMPRE.
C’ho fatto anni e anni di pendolare all’universita’ su quella tratta, coi treni piu scassati dell’universo.
E se beccavi il regionale per Aulla, ti toccava pure puppatti il treno diesel a due vagoni (tutti stipati come sardine) col fumo nerissimo della motrice che entrava dentro dai finestrini bloccati aperti. Diesel perche’ il treno elettrico non ce la faceva a fare la salita fino ad Aulla, e due vagoni perche’ piu di quelli non ce la faceva neanche il diesel.