Sholom Ber Solomon & His Daughter Zoe.
This is goddamn adorable
My heart like
Voglio essere un padre così
Categoria: Senza categoria
– voglio svegliarmi ogni mattina al tuo fianco
– mi alzo alle 2
– allora fa lo stesso
Quando gli USA usavano la bomba atomica contro i propri stessi cittadini
Rileggiamo, nel contesto di tensione sulla penisola coreana, un vecchio articolo di Vittorio Zucconi, uscito su ‘La Repubblica’ nel 1993. Un ritratto drammatico della marea di vittime dei test atomici
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LAS VEGAS – Era il 1951 e tutti nel mondo dormivamo il sonno della ragione, rimboccati sotto la coperta nucleare della Guerra Fredda. Dormiva anche Martha Laird, in una notte di quel 1951. Una giovane mamma di 26 anni addormentata accanto al marito, ai due figli piccoli, alle sue pecore e ai suoi cavalli nelle colline del Nevada a ovest di Las Vegas, in un villaggio minuscolo chiamato Twin Springs, sorgenti gemelle.“Ci svegliò un lampo di luce che ci scaldò il viso come se il sole fosse esploso davanti alla finestra” racconta adesso. “Dopo qualche secondo sentimmo arrivare da lontano il ruggito, come di un terremoto. La casa cominciò a tremare, le finestre si sbriciolarono, la porta volò via come un vecchio giornale. I bambini piangevano. Mio marito e io ci stringemmo uno all’altra, fino a quando il rombo si calmò e il sole di notte si spense. Non capimmo niente”.
Cominceranno a capire più tardi, quando il bambino più grande si ammalò di leucemia, il più piccolo di cancro alle ossa, il marito al pancreas e il neonato che Martha portava in sè nacque prematuro, di sei mesi, “con due strane appendici nere e contorte che gli penzolavano sotto la pancia, al posto delle gambe”. Visse cinque ore prima di morire anche lui, come i fratelli, come il padre, come i puledri deformi usciti dal ventre delle giumente che galoppavano via con gli occhi da matte, come se avessero paura di quel che avevano partorito. “Allora non sapevamo di essere i ‘downwinders’, il popolo-cavia che viveva ‘sottovento’ rispetto agli esperimenti nucleari nel poligono atomico del Nevada” dice Martha.
Ora, 40 anni dopo, lo sanno. Lo sa anche il governo americano che ha versato pochi giorni or sono a questa donna, e a migliaia di ‘sottovento’ come lei, 50 mila dollari a testa, per “risarcimento danni da radiazioni” secondo una legge finanziata con un fondo speciale voluto da Clinton di oltre 200 miliardi di lire annui.
Soltanto oggi, dopo anni di querele, cause, processi, inchieste e soprattutto morti orribili su morti orribili, la verità sulla guerra segreta condotta contro il popolo dei “Sottovento” comincia a venire a galla, sciolta dall’omertà della Guerra Fredda. Le 104 bombe all’idrogeno fatte esplodere all’aria aperta nel deserto del Nevada fra il 1951 e il 1963, quando Kennedy firmò la messa al bando degli esperimenti atmosferici, e poi le oltre 800 detonate nelle caverne sotterranee fino a ieri hanno fatto più vittime di Chernobyl, qui nell’enorme regione fra l’ Arizona, lo Utah e il Nevada coperta dalla nuvola del ‘fallout’ nucleare.Il loro numero esatto è ancora un segreto di Stato. Forse 50 mila, come in Vietnam.
…L’impronta di quella guerra interna sta nei 100 mila indiani della nazione Navajo impiegati come minatori d’ uranio per scavare il minerale necessario alle bombe, sterminati dai tumori al polmone e morti senza neppure poter dare un nome a ciò che li uccideva: in lingua Navajo non c’è una parola che esprima il concetto di ‘radioattività’. La chiamavano la “morte che consuma”.Per anni, il silenzio ufficiale fu assoluto, feroce. Nel paese di St. George, un villaggio fra i mormoni dello Utah, un medico del posto scoprì a metà degli anni ’60 quantità mostruose, inspiegabili di tumori, 25 volte più della media nazionale… perchè? chiese alle autorità, perchè tanta mortalità fra questa gente sana, in uno degli angoli più belli e vergini d’ America? Come risposta gli arrivò a casa un agente dello FBI: lei non è per caso un comunista? Una spia russa? Il medico lasciò perdere.
Non ci sono monumenti, medaglie, eroi di quella guerra segreta di Americani contro altri Americani. Solo cimiteri. Solo il nulla sinistro e gigantesco di roccia e deserto che fu il ‘Nevada Test Site’, il poligono atomico. Di quell’inferno oggi resta soltanto un cartello – “Warning! Attenzione! State entrando nel poligono nucleare del Nevada!” – a poco più di un’ ora d’auto da Las Vegas. Non è proibito entrarci, ma molti dicono che sia stupido. La polvere che ricopre la strada è forse ancora ‘calda’, radioattiva e lo sarà per 400 anni.di Vittorio Zucconi
Quando gli USA usavano la bomba atomica contro i propri stessi cittadini
di Vittorio Zucconi
“LaRepubblica” il 21 giugno 1993(…)
A bassa voce, per non disturbare i turisti, i vecchi del posto ti suggeriscono di viaggiare coi finestrini della macchina ben chiusi, la ventilazione bloccata e le mascherine di carta sulla bocca per non respirare la ‘morte che consuma’.
…Allora non sapevamo quel che sappiamo ora, si difendono le autorità, eravamo sprovveduti, ingenui. Ma non è vero. Sapevano benissimo. Quando il vento spirava dal poligono in direzione di Las Vegas e di Los Angeles, rimandavano gli esperimenti. Aspettavano che il vento girasse e portasse la polvere verso le Montagne Rocciose, a est, nelle zone poco abitate, verso i disgraziati che vivevano sparsi nei villaggi sottovento, come Martha e i suoi figli.Il Pentagono le chiamava “popolazioni marginali”. Diciamo pure la parola: cavie. Sapevano, eccome sapevano. Da Las Vegas si vedevano benissimo i ‘funghi’ stagliarsi contro l’orizzonte ad appena 100 chilometri. I giocatori si alzavano dai tavoli del ‘Blackjack’, si staccavano dalle slot machines per correre sui tetti a vedere ‘the mushroom’, il fungone. Le scuole distribuivano pasticche di iodio ai bambini per combattere l’effetto delle radiazioni. Dicevano ai genitori che erano “vitamine”. Ai soldati che in 250 mila vennero piazzati a pochi chilometri dal ‘ground zero’, il punto della detonazione, veniva data paga doppia, come agli scienziati che lavoravano agli esperimenti. Dunque il rischio era ben noto.
“Li pagavano profumatamente e gli dicevano che era un lavoro patriottico, indispensabile per difendere l’America dalle bombe dei comunisti” racconta la vedova di un cow-boy del Nevada. Suo marito aveva il compito di portare vacche vicino alla bomba per studiare gli effetti. Alle bestie usciva una schiuma purpurea dalle narici, gli occhi si gonfiavano fino a cadere dalle orbite. Qualche volta anche ai vaccari. E le vedove zitte. “Non una parola con nessuno, mi disse mio marito vomitando abbracciato alla tazza del cesso, dopo un esperimento”. Morì sei mesi dopo.
Lungo la ‘Frontiera della Bomba’ oggi non c’è più niente di vivo. Deserto doppio. Vedo, dal finestrino ben chiuso della mia macchina, la carcassa di un vecchio carro armato bianco, calcinato dall’esplosione. Rottami di autobus, macchine, tronconi sbriciolati di ponti in cemento armato, pezzi di rotaia divelti, usati per misurare l’effetto-bomba, tutti coperti da quella polvere candida e finissima che viaggiava per centinaia, per migliaia di chilometri. A volte ricadeva fitta come neve sui villaggi e i bambini correvano fuori a tuffarvisi dentro, ridendo e respirando. La notte vomitavano, la mattina apparivano le prime piaghe e i capelli cominciavano a cadere 48 ore dopo. Le madri pregavano per loro. Prima perché guarissero. Poi perchè morissero in fretta.
La gente si fidava. La propaganda funzionava e la ‘Bomba’ non dispiaceva affatto. Quel fungo enorme contro il cielo terso del West era una bandiera, un segno di trionfo. Era l’America. Miss Nevada 1953 vinse il titolo indossando un costumino da bagno fatto di bambagia a forma di fungo atomico. Parve una gran trovata. Il due pezzi rivelatore non si chiamava forse ‘Bikini’ , l’atollo della prima Bomba H? Nel deserto del Nevada, spuntavano gli ‘Atomic Bar’ , ‘Atomic Restaurant’ , ‘Atomic Casinò’ . Le prostitute di Reno offrivano ai clienti ‘The Atomic Fuck’ , la scopata atomica. Le famiglie andavano a fare i pic-nic sulle colline per guardare il ‘sole a mezzanotte’ attraverso gli occhiali affumicati. L’esercito distribuiva e proiettava nei paesi sottovento del Nevada, dell’Arizona, dello Utah un filmino rassicurante intitolato “Il Cappellano e la Bomba”. Anno: 1956. Recitava il cappellano: “Domani assisterai in prima linea a un esperimento nucleare, hai paura?”. Il soldato: “Un po’ sì, Padre”. “Non averne, figliolo. Non c’ è alcun pericolo. Vedrai un grande lampo, sentirai il calore sul viso come quando prendi il sole al mare, avvertirai la terra tremare, il vento alzarsi. E poi vedrai un fungo di colori meravigliosi volare verso i cieli, verso il Signore. Sarà bellissimo”. “Sì padre, ora sono tranquillo”.
“Poco prima di morire mio figlio alzò la testa dal letto dove stava tutto avvolto in un guscio di gommapiuma perchè le sue ossa erano ormai diventate così fragili per il tumore che si spezzavano solo a muoversi. Mugolava come un cane… mamma sento il vento arrivare… mamma ferma il vento… Credevo che delirasse”. Martha ha messo in cornice l’ assegno del governo. Giura che non incasserà mai quei soldi portati dal vento del Nevada, come la morte senza nome che consumò tutti i suoi figli.
Alle 17:13, in lab, a parte lo studente sfigato (come giusto che sia), non c’era già più nessuno. Domani, oltre che da magnà, me porto pure da beve. Superalcolici.
Posso avere la cittadinanza austriaca e i Lederhosen?
Ok, mi hai convinto. Comincio a studiare tedesco.
‘We don’t have anything’: landlords demand rent on flooded Houston homes
Che merde disumane.
‘We don’t have anything’: landlords demand rent on flooded Houston homes
Immagino che la maggiorparte dei genitori che si lamentano per la violenza del buondì motta abbiano più o meno la mia età e siano pertanto cresciuti come me con la tenera storia dell’uomo tigre che per far piacere ai suoi piccoli amici dell’orfanotrofio strusciava gli occhi degli avversari sulle corde del ring fino a farglieli sanguinare
L’avanzata del mare. Spesi 4,5 miliardi di euro in 50 anni: ma l’erosione cresce
ROMA. La lotta contro l’erosione delle
spiagge italiane, che continuano ad assottigliarsi mentre il mare
avanza, è un fallimento che si può riassumere con pochi numeri. In mezzo
secolo, dal tempo della Commissione De Marchi per la difesa del suolo,
abbiamo costruito 1.300 chilometri di barriere di protezione e abbiamo
mosso 35 milioni di metri cubi di sabbia. Risultato: il danno è più che
raddoppiato. Negli anni Ottanta i chilometri di spiaggia in arretramento
erano 600, oggi sono diventati 1.300. Un disastro costoso, visto che
per realizzare questo clamoroso autogol abbiamo speso 4,5 miliardi di
euro. E colposo, visto che i campanelli d’allarme avevano cominciato a
suonare più di 30 anni fa.I dati emergono dall’analisi condotta da un gruppo di esperti del
settore. “Sono stati fatti interventi spot che hanno finito per
aggravare il problema. Molti sindaci hanno costruito un pennello di
cemento a difesa della loro spiaggia, spesso danneggiando quella vicina:
forse loro hanno guadagnato qualche voto, tutti abbiamo perso molto”
commenta Diego Paltrinieri, cofondatore dell’Osservatorio sull’erosione
costiera.
Ecco un paio di esempi citati nell’analisi. Sul litorale di Ostia, dopo
aver speso 50 milioni di euro in interventi vari, tra il 1990 e il 2015
l’erosione è passata da 50 mila metri quadrati a 120 mila. Nella Baia di
Giardini Naxos la costruzione del molo di un porto, mai ultimato, ha
cambiato l’equilibrio su cui si fondava una delle più belle spiagge
della Sicilia innescando un processo di erosione non fermato dalle
barriere frangiflutti realizzate negli anni Ottanta: solo negli ultimi 5
anni il trend si è invertito grazie all’apporto di nuova sabbia.“L’errore è pensare di fronteggiare un quadro in continua evoluzione con
sistemi rigidi che finiscono per peggiorare la situazione ” commenta
Giovanni Randazzo, docente di geologia ambientale all’Università di
Messina. “Invece di murare il mare bisogna intervenire con sabbia
estratta da depositi marini. Costa di meno e funziona: la spiaggia di
Miami, quella di Montecarlo e quella di Copacabana sono tutte
artificiali. A Miami hanno portato 10 milioni di metri cubi di sabbia
per avviare il processo e ne spostano un milione all’anno per la
manutenzione. A Sant’Alessio, invece, tra Messina e Taormina, negli anni
70 è stato costruito un lungomare sulla linea delle dune che ha
cancellato buona parte della bellissima spiaggia e le massicciate fatte
subito dopo per frenare l’erosione l’hanno accelerata”.Ai danni degli interventi sbagliati si aggiungono quelli prodotti
dall’assalto al territorio. Come ricorda Sebastiano Venneri,
responsabile mare di Legambiente, metà delle coste è stata stravolta
dall’urbanizzazione e il risultato di questa moltiplicazione di porti,
moli, barriere è una modifica del flusso delle correnti che moltiplica
l’effetto erosione. Sulla necessità di un cambiamento di rotta concorda
Silvia Velo, sottosegretario al ministero dell’Ambiente: “Il Tavolo di
lavoro ministero – Regioni costiere ha messo a punto linee guida che
serviranno a dare efficacia all’impegno contro l’erosione e le sue
diverse cause, compresa la riduzione dell’apporto fluviale di sabbia e
materiali in sospensione causata dalle dighe e dagli interventi sugli
alvei”.E infatti la storia dell’erosione delle nostre coste coincide con quella
di uno sviluppo industriale ignaro dell’impatto ambientale delle sue
azioni. Lo spiega Enzo Pranzini, docente di Dinamica e difesa dei
litorali all’Università di Firenze: “Il processo è cominciato a Nord con
la costruzione delle grandi dighe che hanno bloccato l’apporto di
sedimenti alla foce dei fiumi. Poi, man mano che le autostrade, le
ferrovie, le cave scendevano verso Sud, l’erosione ha seguito. Ormai il
42 per cento delle spiagge italiane arretra: i muraglioni a pennello
possono proteggere un piccolo golfo, ma se si tratta di difendere lunghi
tratti di costa sabbiosa spesso spostano il problema invece di
risolverlo. E a questo dato bisogna sommare il danno paesaggistico
prodotto dalla cementificazione del mare”.I problemi non finiscono qui. Il caos climatico ha portato la velocità
di crescita del mare a superare i 3 millimetri l’anno, con proiezioni
Onu a fine secolo che arrivano a sfiorare il metro e altre stime ancora
più allarmanti. “Da sempre le spiagge si spostano seguendo la
fluttuazione degli oceani, ma oggi il mare si trova di fronte un muro di
case e strade: dunque questa volta le spiagge rischiano non di
arretrare ma di
sparire”, continua Pranzini. “L’unica soluzione è ridurre le cause del
problema, dalla gestione sbagliata del territorio al cambiamento
climatico, e contemporaneamente accompagnare i processi naturali
spostando quantità di sabbia sufficienti a difendere le spiagge”.
L’avanzata del mare. Spesi 4,5 miliardi di euro in 50 anni: ma l’erosione cresce
Vorrei consigliare a chiunque sia appassionato di spazio, esplorazione spaziale, et similia, una bellissima trasmissione inglese della BBC, chiamata “Astronauts – Do You Have What It Takes?“, condotta da Chris Hadfield. Mostra in dettaglio la procedura di selezione di un astronauta, le prove che deve affrontare durante l’addestramento, e le abilita’ che deve sviluppare o dimostrare di avere.
Si trova sul sito della BBC, ma puo’ essere vista solo dalla Gran Bretagna, per cui o vi attrezzate con un proxy o una vpn, oppure ne cercate i torrent (si trovano anche coi subs). Per adesso siamo alla terza puntata. Io finora ho visto solo la prima, e l’ho trovata veramente spettacolare.
If NASA had the US military’s budget
America is spending way to much fucking money on the military. That shit stupid. $600 billion military budget – WTF?!! Chill!















