Una rivoluzione agritech vuole rimettere in piedi l’economia del Brasile

San Paolo (Brasile). Tra le bancarelle del Mercado Municipal chi maneggia la frutta lo fa con rispetto. I prodotti dell’agricoltura brasiliana oggi trainano l’economia nazionale, ma a San Paolo gli anziani uomini dietro le casse sanno che con il cibo non è andata sempre così. Quarant’anni fa sarebbe stato impossibile per il Brasile immaginare di poter diventare un paese esportatore di beni alimentari e solo all’inizio del secolo la fame spaventava ancora la fascia più povera della popolazione. Nel 2000 i brasiliani denutriti erano il 12%, meno di vent’anni dopo la percentuale è crollata al 2,5% su oltre 205 milioni di abitanti.

Le cose sono cambiate velocemente grazie alle azzeccate scelte strategiche e agli investimenti sostenuti dalle imprese che hanno scommesso sulla tecnologia per invertire la rotta. L’innovazione ha permesso di far schizzare la produttività dei terreni e la ricerca ha aiutato a scoprire nuove frontiere, scatenando la voglia di sperimentare dei contadini.

“Possiamo contare su oltre 300 specie di colture e siamo in grado di esportare più di 350 diversi prodotti in 180 paesi”, spiega Marcelo Boechat Morandi, direttore generale di Embrapa Enviroment, l’agenzia governativa che lavora per trovare nuove soluzioni agli antichi crucci agricoli del Brasile.

I risultati non mancano. Nel Duemila, per rendere l’idea, il raccolto brasiliano di prodotti agricoli ammontava a 80 milioni di tonnellate, nel 2017 ne sono state messe insieme poco meno di 240 milioni. Quello che Embrapa chiama “productivity gain” risulta ancora più evidente quando si guarda lo sfruttamento della terra. Erano 40 milioni gli ettari coltivati nel duemila, ora ne sono stati messi a frutto poco più di 60. Il settore è esploso: indotto compreso, l’agribusiness vale il 22,5% del prodotto interno lordo, il 52% dell’intero export e garantisce il 37% dei posti di lavoro.

Blairo Maggi è il ministro dell’Agricoltura in Brasile. Ingegnere agronomo di professione, di terreni e innovazione se ne intende: in tempi non sospetti scelse di coltivare soia in un Mato Grosso all’epoca semi-desertico, diventando decenni dopo uno dei produttori agricoli più influenti del Paese. “Se siamo ciò che siamo – dice – è perché abbiamo saputo gestire al meglio il nostro territorio: grandi produttori di cibo in una immensa riserva naturale” che, norme sul tavolo, viene strenuamente difesa.

La svolta ambientalista è arrivata a inizio secolo e oggi l’indice di deforestazione dell’Amazzonia è crollato del 76% rispetto al 2004. Da cinque anni è invece attivo il Forest Code che impone severi limiti alle coltivazioni e determina le scelte degli imprenditori: il 66,6% del territorio non può essere toccato, inaccessibile a coltivazioni e pascoli; il 21,2% è destinato al bestiame; appena il 9% è a disposizione degli agricoltori. Solo il 3,5% è per le città che ospitano 180 milioni di persone in migliaia di grattacieli.

Gli investimenti esteri diretti

La stretta ambientalista non ha frenato gli investimenti esteri diretti. Il Brasile ne ha estremo bisogno e ogni anno riesce a raccogliere capitali che servono a sostenere l’economia nazionale. Nel 2017, certifica l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), sono piombati sul terreno 62,7 miliardi di dollari, una cifra monstre che ha permesso al Brasile di risalire al terzo posto tra i mercati più attraenti al mondo, alle spalle solo di colossi come Stati Uniti e Cina. “L’agricoltura – spiega Maggi – ha drenato il 28% degli investimenti complessivi”, quasi 18 miliardi di dollari in un solo anno.

A Piracicaba, piccola cittadina paulista dalle discrete ambizioni, si lavora per far fruttare questa montagna di denaro. La presenza in città della facoltà di Agraria dell’università di San Paolo ha aiutato a fomentare il mito locale di una ‘Silicon Valley dell’agritech’ e giovani imprenditori provano a scovare le soluzioni giuste per aumentare ancora la produttività dei terreni.

Grazie alle biotecnologie, all’analisi dei dati e al monitoraggio in tempo reale delle risorse, un Paese che sopravvive in una perenne estate può tamponare gli effetti nefasti di temperature medie mai al di sotto dei 24 gradi.

La Valley dell’agritech

Una delle realtà più promettenti della Valley è Agrosmart, società fondata nel 2014 da due brillanti giovani brasiliani, Raphael Pizzi e Mariana Vasconcelos. L’obiettivo è razionalizzare lo sfruttamento delle risorse. “Digitalizziamo completamente l’azienda agricola e attraverso sensori e immagini satellitari monitoriamo tutti i fattori esterni che condizionano la produttività di un campo”, spiega Vasconcelos.

Vento, terreno, pioggia e temperatura vengono misurati minuto per minuto e i dati finiscono direttamente sullo smartphone degli agricoltori che prendono le scelte migliori per azzerare gli sprechi. “Possiamo personalizzare tutti i parametri e lavorare sia in zone tropicali che in Europa o Africa, continenti sui quali riponiamo molta fiducia per i prossimi anni. L’importante è cambiare i settaggi dei sensori in base alle coltivazioni”, aggiunge la cofondatrice. Il resto lo fa la macchina e la promessa è affascinante: “Possiamo far aumentare il raccolto del 20%, riduciamo l’uso di acqua del 60% e risparmiamo energia per il 40%”.

Nel 2016 la società ha chiuso un round da 1 milione di dollari e ora è stabile sul mercato. Tutto l’armamentario tecnologico ha un costo per ettaro che viaggia su una forchetta molto ampia – “da 10 a 300 dollari”, dice Vasconcelos – perché tanto dipende da quanti fattori esterni si vogliono monitorare e per quanto tempo. “Il ticket medio – ammette – si aggira intorno ai 15-25 mila dollari all’anno”, ma “nel giro di una sola stagione già si può calcolare quanto sia fruttato l’investimento. Agli agricoltori interessa poco la tecnologia, ciò che importa è aumentare la produttività e risparmiare”. Lo sa bene lei, figlia di un imprenditore agricolo di Mina Gerais per anni alla ricerca di una strada per risparmiare acqua e concime.

Come è cambiata l’insoddisfazione

Sebbene il Brasile continui a restare parecchio indietro nei ranking internazionali sull’innovazione, la dura recessione tra il 2015 (-3,55% del Pil) e il 2016 (-3,47%) non ha frenato una certa vivacità imprenditoriale. Nel 2017 è tornata la crescita (+1%) e le speranze adesso sono anche più rosee per 2018 (+1,95%) e 2019 (+2,48%).

“Siamo in una posizione diversa rispetto al passato e anche i bisogni delle persone sono cambiati“, dice Roberto Jaguaribe, presidente di Apex Brazil. “Le priorità, per fortuna, non sono più primarie e legate alla sopravvivenza. Anche l’insoddisfazione non è più la stessa, adesso è molto più sofisticata”, sottolinea la guida della struttura governativa che si occupa di promuovere l’export e di attirare investimenti nel Paese.

Jaguaribe si ricorda di quando il Brasile era messo davvero male. “Dall’essere un povero paese importatore siamo diventati uno dei principali player internazionali del cibo: numeri uno nell’esportazione di succo d’arancia, caffè, soia e zucchero“, spiega, parlando con giornalisti europei a margine del Brazilian Business Forum 2018 tenuto nella capitale paulista: “Restiamo l’insieme di diverse realtà ed è vero che ci sono tanti squilibri, sia geografici che sociali”. Ma segnali di speranza arrivano proprio dall’agricoltura e dalla capacità di migliorare le performance dei terreni grazie all’attenzione per l’ambiente e all’innovazione. Secondo il numero uno di Apex, “la rivoluzione agricola è strettamente legata agli investimenti in tecnologia ed è per questo che riusciamo a produrre più di prima in modo sostenibile”.

Rapporti con l’Europa

Per lasciare che le speranze di ripresa restino intatte si scongiurano i pericoli rappresentati da dazi e barriere. “In pochissimo tempo il mercato è molto cambiato, adesso è decisamente più chiuso rispetto al passato”, aggiunge il ministro dell’Agricoltura Maggi. E il problema, dal punto di vista sudamericano, non è solo nell’effervescenza di Donald Trump: “Nell’Unione Europea – spiega – c’è una certa pressione per difendere la produzione interna e limitare le importazioni”.

Bruxelles, sostiene, “attua politiche decisamente protezionistiche quando si tratta di agricoltura e per noi sudamericani è necessario trovare un equilibrio tra le diverse posizioni”, perché di mezzo ci finiscono le grandi comunità di oriundi che producono nel continente e commerciano con la terra d’origine.

Le elezioni politiche sono in agenda e a ottobre il Brasile avrà un nuovo governo. L’esecutivo attuale non è mai stato davvero amato. A fine maggio uno sciopero dei camionisti ha bloccato il paese e messo in ginocchio il governo. Michel Temer, il presidente, non intende ricandidarsi, la sua epoca finisce due anni dopo aver sostituito Dilma Rousseff alla guida della Repubblica. Per evitare che la timida ripresa sfoci come nel 2014 in una nuova crisi economica, Maggi insiste sulla priorità numero uno del Brasile: “Continuare ad attirare imprenditori dall’estero”. È un po’ l’eredità che viene lasciata a chi verrà, dopo aver capito quando sia difficile per chi è così grande fare bene se da soli: “Ma dobbiamo imparare a semplificare: tagliare burocrazia e correggere un sistema fiscale, fin troppo complicato anche per noi brasiliani”.

Una rivoluzione agritech vuole rimettere in piedi l’economia del Brasile

È assurdo pensare di ritrovarsi un giorno colti, quando non si è letto un libro, o rispettati, se ci si è sempre comportati ingiustamente. Questi sono miracoli che non possono succedere, così come dal giallo con l’azzurro nascerà sempre il verde, non il rosa o il marrone: è verde. Verde matematico.

Andrea Pazienza, “Verde Matematico

kon-igi:

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SKEGGOX – THE ULTIMATE RESTORING

Intanto devo ringraziare del regalo il mio amico @salfadog che mi ha letto nel pensiero dopo che ho notato nel suo giardino, appoggiata a un muro, un’ascia barbuta norvegese, dotazione standard dei carpentieri nordici ma praticamente sconosciuta nel nostro paese.

Per prima cosa ho tolto il vecchio manico in legno di pino e dopo aver ripulito dalla ruggine la testa con un disco a fili d’acciaio (con cui ho ottenuto l’effetto spazzolato) mi sono imbarcato nella peggiore scelta della mia vita: tagliare a mano il manico da un vecchio paletto di castagno da 20 anni piantato nella mia vigna.

(non sono masochista, solo povero di spazio e di potere di convincimento: forse dovrei essere su Patreon per il vostro generoso finanziamento finalizzato all’acquisto di una sega a nastro a cui la mia compagna non potrebbe dire di no)

Una volta cavato anche l’altro occhio di Odino a forza di bestemmie e augurato a Freya un figlio con la testa enorme, ho disegnato la sagoma del manico a spalla larga e concava sotto la barba, pancia convessa e apice a piede di cerbiatto con calcagno stondato e quindi ho tagliato di nuovo con una Kijima (più flessibile e precisa del saracco)

Spopolato ancora il Valhalla a suon d’insulti e ottenuto una sagoma grezza, ho usato tre raspe a denti via via più sottili per ottenere forma e spessore giusti, dopodiché ho levigato con disco e con carta vetrata, prima per legno e poi per metallo. 

Inserita la testa e fissatala con cuneo a spacco longitudinale, ho usato abbondante olio paglierino e inciso a pirografo un Icovellavna dell’Eternità di protezione contro gli Wendol su entrambe le spalle.

Ora sono pronto…

Ecco, là io vedo mio padre,
ecco, là io vedo mia madre,
le mie sorelle e i miei fratelli,
ecco, là io vedo 
tutti i miei parenti defunti,
dal principio alla fine,
ecco, ora chiamano me
e mi invitano a prendere posto
in mezzo a loro,
nella sala della Valhalla,
dove l’impavido
può vivere per sempre.

È bellissima 🙂

lalumacavevatrecorna:

comunque pensavo che è assurdo come cambiano i tempi velocemente, alla generazione dei miei genitori (almeno al sud da me) contadini e operai regalavano tutti la casa a figli quando si sposavano, ho visto i miei cinque zii e innumerevoli cugini sistemarsi così, mentre io mi devo accollare il mutuo dei miei genitori perché loro coi loro contratti e “stipendi” non possono

(fortuna che almeno non mi sposo)

Ciao Doc Perché bestemmi Dio se non credi che esiste?Se invece credi che esiste perché lo chiami porco?

heresiae:

kon-igi:

kon-igi:

kon-igi:

Il problema non è che io non credo in lui, è lui che mi ferisce non credendo in me.

obisme ha detto: 

Dalla tua risposta posso quindi concludere che sei un credente incazzato che come Giobbe vede il fatto come un affronto personale. Ma sei tu che hai dato l’idea per scrivere questa canzone di Fornaciari? zucchero.it/testi/p…

Per amor di sintesi avevo dato una risposta breve, ma visto che sembra interessarti la ragione specifica di questa acrimonia, ti racconterò l’episodio…

Praticamente eravamo

io e Dio

in una cantina di Ixtlán del Río e c’era questo messicano ubriaco vicino al nostro tavolo che continuava a fissarci in malo modo e Dio, il solito sbruffone, gli dedicava versi strani ciucciando il limone della tequila.
Smettila subito – gli faccio – sennò finisce come quella volta che eravamo in macchina e mostravi il dito medio a quei bambini sulla scuolabus… i genitori ci hanno circondato la macchina e tu hai dovuto tirare fuori la storia dell’angelo della morte e del primogenito per non farti gonfiare di botte.
Sì, ma questa volta è diverso – mi fa Dio, tenendo in bocca una fetta di limone e fischiando la Cucaracha e, poi, a voce alta – questo messicano puzza così tanto da farmi pensare che si sia impomatato i baffi con piscio di mulo!
Io sapevo che Dio era un attaccabrighe spaventoso e infatti la sua biografia era piena di infantili attacchi di protagonismo e di isteria da prima donna, ma quando sentii tutte le sedie della cantina muoversi e vidi una trentina di messicani incazzati mettere mano ai navajas, pensai con rammarico che Nietzsche avrebbe avuto finalmente ragione.
Deténgase, por favor! – faccio io alzando le mani e poi a bassa voce rivolto a Dio – E adesso stai zitto! Fai parlare me una volta tanto e forse questa volta ce la caviamo senza farci rattoppare! 
– Amigos agricultores, mineros, carpinteros, criadores – indico tutti gli avventori della cantina – debe perdonar mi compadre que è muy dolorido por la muerte di su hijo… el su niño… (parlottio) que se llamava, ehm, Jesus (cenni di assenso e di comprensione)…ehm… e su madre es ademas dolorida… – i coltelli rientrano nei foderi e a questo punto i clienti sembrano essersi calmati e fanno per mettersi a sedere, quando Dio si alza in piedi e urla – … E ANCHE QUEL CORNUTO ROTTINCULO DI GIUSEPPE FA L’ADDOLORATO MA TANTO LO SO CHE GLI BRUCIA ANCORA  PERCHÉ GLI HO TROMBATO LA MOGLIE! E A DIRLA TUTTA SONO VENUTO IN QUESTO POSTO DI MERDA PER BERE TEQUILA E PER TROMBARE ANCHE LE VOSTRE… E LA TEQUILA E’ APPENA FINITA!
Ci facemmo ricucire da un barbiere di Fresnillo e fu così che da quel giorno giurai a Dio che non avrei più creduto a una sola parola di quello che sarebbe uscito dalle sue labbra.

Ma da dove diamine tiravo fuori queste storie?

Ti prego continua a scriverle

Cos’è il “Quantitative Easing”, spiegato bene

obscure-object:

gigiopix:

Siccome di economia non ci capisco una fava, quando leggo che Draghi vuole rinnovare e potenziare il programma di Quantitative Easing dell’Unione Europea, cerco su google per vedere se trovo qualche articolo che spiega in modo semplice cosa sia. Ma tipo io che spiego gli algoritmi di scheduling dei processi alla mi’ nonna, proprio.

E trovo questo articolo dl 2015, che da profano, mi sembra molto ben scritto.

Pero’ non ho capito un passaggio:

La deflazione è molto rischiosa perché innesca un circolo vizioso
dannoso per l’economia: consumatori e aziende rimandano i loro acquisti
non indispensabili perché vedono che i prezzi continuano a scendere e si
aspettano quindi altri cali, di conseguenza la domanda si mantiene
debole e i produttori di beni e servizi riducono ulteriormente i prezzi,
sperando che qualcuno acquisti. Le imprese di conseguenza registrano
meno ricavi, avviano tagli e provano a ridurre i costi partendo da
quelli che più influiscono sui loro bilanci, che di solito sono i
dipendenti. Smettono inoltre di chiedere prestiti alle banche, perché
non vogliono fare altri investimenti e avendo meno ricavi non saprebbero
come pagare gli interessi.

Ecco, sara’ che non sono un economista, ma da consumatore semplice, di solito quando rimando gli acquisti non indispensabili, non e’ perche’ vedo calare i prezzi e aspetto che scendano ancora. E’ proprio perche’ non c’ho i soldi, porcoddio.

Ma sicuramente saro’ io ad essere una anomalia statistica.

No, non immaginarti di dover acquistare pane o riso. Immagina invece di dover investire 500k euro per comprare dei nuovi macchinari di Produzione, ammortizzati in 5 anni. Li compreresti ugualmente se sapessi che tra 6 mesi li puoi pagare 400k? O aspetteresti? E se poi a quel punto puntassi a ritardare di un intero anno per pagare 300k?

Ahime’, il circolo vizioso è tutto lì.

@gigiopix

Non mi immaginavo pane o riso, si riferisce chiaramente a beni non indispensabili.

No, la mia osservazione era un’altra. Magari sono stato un po’ troppo sarcastico, provo a chiarire il concetto seriamente: quanto
e’ significativo il calo di domanda dovuto ai consumatori che
tengono traccia dell’andamento dei prezzi, rispetto all’aumento di
domanda dovuto a quelli che in seguito al calo dei prezzi causato dalla deflazione, possono finalmente comprare cose che prima non
si potevano permettere?

O detto in un altro modo: sono più quelli che non possono
permettersi di comprare qualcosa per i prezzi troppo alti, o quelli che
possono permetterselo, ma aspettano che il prezzo cali ancora? E
soprattutto, nel momento in cui la deflazione fa scendere i prezzi sotto
la soglia che permette a un consumatore nella prima categoria, di poter
passare alla seconda, quel consumatore, che finora non si era mai
potuto permettere quella cosa, aspetterà ancora a lungo che cali
ulteriormente il prezzo, prima di comprarla ?

Facciamo l’esempio della macchina da 500k euro. Mettiamo che prima costasse 700k, e che molte ditte non se la potessero permettere. Il prezzo scende a 500k, e si inizia a verificare l’effetto che hai descritto te. Ma quante aziende che non se la potevano permettere a 700k, adesso possono? E quante potranno quando il prezzo scendera’ a 300k? E soprattutto: se un’azienda aveva bisogno di quella macchina da tanto tempo, per potenziare la produzione, ma non se l’era mai potuta permettere, nel momento in cui il prezzo scende a un livello da rendere possibile l’acquisto, continua ad aspettare sperando che scenda ancora? O ne approfitta subito per potenziare la produzione, in modo da aumentare il fatturato e ridurre il tempo necessario ad ammortizzarne il costo?

Mettiamo che l’azienda guadagni 500k all’anno. Con la macchina, possono raddoppiare la cifra portandola a 1 milione. Tolti i 500k del costo della macchina (che si ammortizza in 6 mesi), alla fine del primo anno guadagneranno come prima, 500k. Alla fine del secondo anno avranno guadagnato 1000k. Adesso immaginiamo che la ditta decida invece di aspettare, sapendo che tra un anno quella macchina costera’ 400k. Alla fine del primo anno avranno guadagnato i soliti 500k, alla fine del secondo avranno guadagnato 1000-400=600k. Totale per i due anni: 1500k nel primo scenario, 1100k nel secondo.

Chiariamoci, non sto dicendo che la deflazione e’ la soluzione a tutto. Solo che da perfetto ignorante in economia, e che quindi analizza il problema solo in termini di logica, quella spiegazione sul perche’ e’ il male, mi sembra un po’ troppo semplicistica, diciamo.

Cos’è il “Quantitative Easing”, spiegato bene