È esistita una civiltà industriale pre-umana sulla Terra?Una delle conclusioni più inquietanti tratte dagli scienziati che studiano l’Antropocene – l’epoca della storia geologica della Terra in cui le attività dell’umanità dominano il globo – è quanto strettamente il cambiamento climatico indotto attualmente dalle attività industriali assomigli a condizioni osservate in periodi passati di rapido aumento della temperatura.
“Questi ‘ipertermali’, eventi di picco della temperatura della preistoria, sono la genesi di questa ricerca”, dice Gavin Schmidt, esperto di modelli climatici e direttore del Goddard Institute for Space Studies della NASA. “Non importa se il riscaldamento è stato causato dall’uomo o dalle forze naturali: le impronte digitali, i segnali chimici e le tracce che costituiscono le prove di ciò che è accaduto in quel periodo sono molto simili tra loro”.
L’esempio canonico di ipertermale è il Massimo Termico del Paleocene-Eocene (PETM), un periodo di 200.000 anni, situato temporalmente circa 55,5 milioni di anni fa, in cui le temperature medie globali aumentarono di 5-8 gradi Celsius.
Schmidt ha riflettuto sul PETM per tutta la sua carriera, ed era nei suoi pensieri anche quando un giorno dell’anno scorso l’astrofisico dell’Università di Rochester Adam Frank gli ha fatto visita nel suo ufficio. Frank era lì per discutere l’idea di studiare il riscaldamento globale da una “prospettiva astrobiologica”, vale a dire indagare se l’ascesa di una civiltà industriale aliena su un esopianeta avrebbe necessariamente innescato cambiamenti climatici simili a quelli che vediamo durante il nostro Antropocene terrestre.
Ma appena prima che Frank potesse descrivere in che modo cercare gli effetti climatici delle “esociviltà” industriali sui pianeti scoperti di recente, Schmidt lo interruppe con una domanda sorprendente: “Come sai che questa è la prima civiltà sul nostro pianeta?”
Frank rifletté un momento, prima di rispondere a sua volta con una domanda: “Potremmo mai dire che è esistita una civiltà industriale molto prima di questa?”
Il loro successivo tentativo di rispondere a entrambe le domande ha prodotto
sulla possibilità che la Terra abbia ospitato più di una società tecnologica durante i suoi 4,5 miliardi di anni di storia.
E se davvero una tale cultura fosse sorta sulla Terra nelle oscure profondità del tempo geologico, come farebbero gli scienziati di oggi a individuare i segni di quell’incredibile sviluppo? Oppure, come dice l’articolo: “Se sulla Terra fosse esistita una civiltà industriale molti milioni di anni prima della nostra era, quali tracce sarebbero rimaste? E quali sarebbero rilevabili oggi?”
Schmidt e Frank sono partiti dalla previsione delle impronte geologiche che l’Antropocene probabilmente lascerà dietro di sé, come i segni lasciati sulle rocce sedimentarie dalle temperature altissime e dal sollevamento dei mari.
Queste caratteristiche, hanno sottolineato i due, sono molto simili ai segni geologici del PETM e di altri eventi ipertermali. Hanno quindi considerato quali test potrebbero plausibilmente distinguere una causa industriale da cambiamenti climatici naturali. “Questi problemi non sono mai stati affrontati in alcun modo”, osserva Schmidt. E questo vale non solo per gli scienziati, ma evidentemente anche per gli scrittori di fantascienza, aggiunge: “Ho esaminato la letteratura di fantascienza per cercare una storia di una civiltà industriale non umana sulla Terra. La prima che ho trovato è in un episodio di Dottor Who”.
Quell’episodio del 1970 della classica serie televisiva riguardava la scoperta dei Siluriani, un’antica razza di umanoidi rettiliani tecnologicamente avanzati che avrebbero preceduto l’avvento degli umani di centinaia di milioni di anni. Secondo la trama, questi sauri altamente civilizzati prosperarono per secoli finché l’atmosfera della Terra entrò in un periodo di cambiamento catastrofico che costrinse Homo reptilia a entrare in letargo sottoterra per scampare al pericolo. Schmidt e Frank hanno reso omaggio all’episodio intitolando il loro articolo: “L’ipotesi siluriana”.
Persa negli strati geologici
Qualsiasi plausibilità dell’ipotesi siluriana deriva principalmente dalla vasta incompletezza delle registrazioni geologiche, che diventano sempre più rade più si va indietro nel tempo.
Oggi, meno dell’1 per cento della superficie terrestre è urbanizzata e la possibilità che una qualsiasi delle nostre grandi città rimanga per decine di milioni di anni è estremamente bassa, dice Jan Zalasiewicz, geologo dell’Università di Leicester. Il destino ultimo di una metropoli, osserva, dipende in gran parte dal fatto che la superficie circostante si abbassi (per essere sepolta nella roccia) o si sollevi (per essere erosa via dalla pioggia e dal vento). “New Orleans sta sprofondando; San Francisco si sta sollevando”, spiega. Sembra perciò che il quartiere francese abbia molte più possibilità di Haight-Ashbury di entrare nelle registrazioni geologiche.
“Per stimare le probabilità di trovare artefatti”, afferma Schmidt, “basta considerare che un calcolo approssimativo indica che emerge un fossile di dinosauro ogni 10.000 anni”. Le impronte di dinosauri sono ancora più rare.
“Dopo un paio di milioni di anni”, dice Frank, “è probabile che qualsiasi ricordo fisico della nostra civiltà sia svanito, quindi occorre cercare altri elementi, quali anomalie sedimentarie o rapporti isotopici”. Le ombre di molte civiltà pre umane, in teoria, potrebbero nascondersi in questi dettagli.
Ma quello che dovremmo cercare esattamente dipende in una certa misura dal modo in cui una cultura tecnologica terrestre, ma aliena, avrebbe scelto di comportarsi.
Schmidt e Frank hanno deciso che l’ipotesi più sicura sarebbe stata che qualsiasi civiltà industriale attuale o di centinaia di milioni di anni fa dovesse essere affamata di energia. Il che significa che qualsiasi antica società industriale avrebbe sviluppato la capacità di sfruttare intensamente i combustibili fossili e altre fonti di energia, proprio come abbiamo fatto noi oggi. “Dovremmo andare alla ricerca di effetti globalizzati che avrebbero lasciato tracce in tutto il mondo”, cioè tracce chimico-fisiche su scala planetaria dei processi industriali ad alta intensità energetica e dei loro rifiuti, dice Schmidt.
Segue la questione della longevità: più a lungo persiste e cresce il periodo ad alta intensità di energia di una civiltà, più evidente è la sua presenza nelle registrazione geologica.
Consideriamo la nostra stessa era industriale, che esiste solo da circa 300 anni, su milioni e milioni di anni di storia dell’umanità. Confrontiamo ora quel minuscolo arco temporale con il mezzo miliardo di anni in cui le creature hanno vissuto sulla terra.
L’attuale fase dell’umanità, caratterizzata da un uso smodato di combustibili fossili e dal degrado ambientale, dice Frank, è insostenibile per lunghi periodi. Col tempo finirà, o per scelta degli esseri umani o per la forza della natura, rendendo l’Antropocene meno un’epoca duratura e più un istante nelle registrazioni geologiche. “Forse una civiltà come la nostra c’è stata più volte, ma se ognuna è durata solo 300 anni, nessuno la vedrà mai”, dice Frank.
Tenendo conto di tutto questo, ciò che rimane è una gamma di tracce diffusi e di lunga durata compresi i residui di combustione di combustibili fossili (carbonio, principalmente), prove di estinzioni di massa, inquinanti plastici, composti chimici sintetici non presenti in natura e persino isotopi transuranici da fissione nucleare. In altre parole, ciò che avremmo bisogno di cercare nelle registrazioni geologiche sono gli stessi segnali distintivi che gli esseri umani stanno lasciando ora dietro di loro.
Segni di civiltà
Trovare i segni di un ciclo del carbonio alterato sarebbe un grande indizio dei precedenti periodi industriali, afferma Schmidt. “Dalla metà del XVIII secolo, gli esseri umani hanno rilasciato circa 500 miliardi di tonnellate di carbonio fossile a tassi elevati. Tali cambiamenti sono rilevabili nei mutato rapporto isotopico tra carbonio biologico e carbonio inorganico, cioè tra il carbonio incorporato in oggetti come le conchiglie e ciò che si trova invece nella roccia vulcanica senza vita”.
Un altro tracciante sarebbe uno specifico schema di deposizione dei sedimenti. I grandi delta costieri indicherebbero un aumento dei livelli di erosione e fiumi (o canali artificiali) ingrossati dall’aumento delle precipitazioni. Tracce rivelatrici di azoto nei sedimenti potrebbero suggerire l’uso diffuso di fertilizzanti, indicando come possibile responsabile l’agricoltura su scala industriale; picchi nei livelli di metalli nei sedimenti potrebbero invece indicare acque reflue di manifatture e altre industrie pesanti.
Tracce più uniche e specifiche sarebbero molecole sintetiche stabili, non naturali come steroidi e molti materiali plastici, insieme a inquinanti ben noti tra cui i PCB, i bifenili policlorurati tossici derivanti da dispositivi elettrici, e i CFC, i clorofluorocarburi che consumano ozono provenienti dai frigoriferi e dalle bambolette spray.
La strategia chiave per distinguere la presenza dell’industria dalla natura, osserva Schmidt, è sviluppare una firma multifattoriale. In mancanza di artefatti o marcatori chiari e convincenti, l’unicità di un evento può essere vista in molte impronte digitali relativamente indipendenti rispetto al coerente insieme di cambiamenti che sono considerati associati a una singola causa geofisica.
“Trovo incredibile che nessuno abbia mai lavorato prima a questo problema, e sono davvero felice che qualcuno abbia dato un’occhiata più da vicino”, dice l’astronomo della Pennsylvania State University Jason Wright, che l’anno scorso ha
esplorando l’idea poco intuitiva che il miglior posto per trovare le prove di una delle presunte civiltà preumane della Terra potrebbe benissimo essere fuori dal mondo. Se, per esempio, i dinosauri avessero costruito razzi interplanetari, presumibilmente alcuni resti di quell’attività potrebbero rimanere preservati in orbite stabili o sulla superficie di corpi celesti geologicamente più inerti come la Luna.
“200 anni fa, la domanda se ci potesse essere una civiltà su Marte era legittima”, dice Wright. “Ma una volta che sono arrivate le immagini dalle sonde interplanetarie, il problema è stato risolto per sempre. E questa idea si è radicata, al punto che questo non è un argomento valido per la ricerca scientifica; è considerato ridicolo. Ma nessuno ha mai posto realmente limiti scientifici su ciò che può essere successo molto tempo fa”.
Wright riconosce anche la possibilità che questo lavoro possa essere male interpretato. "Certamente, qualunque cosa dica, sarà interpretato come ‘Gli astronomi dicono che i Siluriani potrebbero essere esistiti”, anche se la premessa di questo lavoro è che non ci sono prove del genere”, dice. “Ancora una volta, l’assenza di prova non è prova di assenza”.
(L’originale di questo articolo è stato pubblicato su Scientific American il 23 aprile 2018. Traduzione ed editing a cura di Le Scienze. Riproduzione autorizzata, tutti i diritti riservati.)
Ultimi anni della guerra, mia nonna materna è a diverse centinaia di chilometri da casa in un’industria bellica, un giorno smobilitano tutto, gli alleati stanno avanzando e si temono bombardamenti (già in atto) più pesanti. Sono tutte donne, decidono di viaggiare a piedi di notte e nascondersi di giorno. Le serviranno quindici giorni per tornare a casa. Una notte però sul sopraggiungere dell’alba il suo gruppo viene intercettato da dei soldati tedeschi in ritirata. Lei e le ragazze temono di essere stuprate, ma i militari hanno altre intenzioni: le mettono con un gruppo di civili a scavare delle buche dove seppellire altri soldati tedeschi morti. Mentre sono lì che scavano vicino a un bosco, ad un certo punto mia nonna molla la pala e fugge verso la vegetazione. Presto si ferma atterrita, nota sotto una pianta, seduto contro un tronco, un militare tedesco con un mitra in mano, fissarla. Lei prova a parlargli, quello continua a fissarla. Lo implora di non spararle, lui non le risponde. Così lei si avvicina, continuando a parlargli lentamente in italiano e in dialetto. Solo da molto vicino si rende conto che qualcosa non va: il tedesco non si muove di un millimetro. Ha gli occhi aperti ma non parla nè si muove. Quando è ormai alla sua portata si decide a toccarlo e il cadavere di quello si accascia di lato. Era morto in quella posizione, con gli occhi aperti ed il mitra in mano. Mia nonna aveva visto molte persone morte (“per strada e per terra” diceva lei) e la cosa non l’aveva mai impressionata più di tanto. Ma quell’episodio la segnò per sempre e lo raccontò in continuazione durante tutto il resto della sua vita.
8 Marzo 1944. A Rieti girano voci di una sacca di resistenza partigiana asserragliata dietro le montagne di Poggio Bustone. Con la scusa di andare a fare una scampagnata, il comando fascista raduna così un po’ di ragazzetti tra i 16 e i 18 anni e sopra una camionetta si dirigono proprio verso il paese natale di Lucio Battisti.
La prima casa che s’incontra, nel paese, è quella dei mie nonni. Proprio quando i fascisti giungono in paese, da dietro la collinetta della casa, scendono Emo Battisti e il suo gruppetto di partigiani. È un attimo e partono i primi colpi d’arma da fuoco. I fascisti si asserragliano dentro casa dei miei nonni e fanno barricate di fortuna con materassi dietro le finestre. Fuori i partigiani circondano la casa e sparano a loro volta. Dentro quella casa ci sono la mia bis nonna Cecilia e la mia nonna con le sue figlie di 5 e un 1 anno; rispettivamente, mia madre e mia zia Beatrice.
Nonna: “Il camino in salone, hai presente? Beh, prima era molto più grande. Io ero rintanata li dentro. Stringevo tua madre a me, tenendola per mano e tua zia invece ce l’avevo in braccio. Poi mi resi conto che l’arco sopra porta del salone che dava all’orto, era fatta di vetro e così pensai “se sparano e rompono il vetro, ci prendono in pieno” e così con le bambine, ci spostammo dietro lo sgabuzzino. Un attimo dopo, fecero cadere una bomba a mano nel camino.”
Il 1° aprile del 1944 arrivarono i tedeschi.
Quel giorno mio nonno era in casa. I tedeschi entrarono con “i mitra spianati” e lo catturarono immediatamente come traditore. Il cognato Sergio (mio zio), con il fratello e altri due uomini del paese, saputo dell’arrivo dei tedeschi, riuscirono momentaneamente a scappare e si nascosero dentro il campanile della chiesa. Mio zio Sergio raccontava sempre questa scena “Eravamo io, mio fratello e altri due chiusi sopra il campanile. Ad un certo punto, a mio fratello venne da starnutire. Gli mettemmo tutti le mani sulla bocca e poi lo minacciai “non lo fare o ti soffoco”. Poi ricordo questo: i tedeschi entrarono nella chiesa ed un soldato venne a controllare il campanile. Da sotto la scala aprì la botola e guardò su. Io lo potevo vedere, ma lui, a quanto pare, no. O forse ci vide e decise di far finta di nulla. Non lo so, non l’ho mai capito.”
Tutti gli uomini del paese vennero comunque radunati davanti casa dei miei nonni. Sarebbero stati deportati a Roma, da dove ogni mattina li avrebbero presi e portati ad Anzio a scavare le trincee in vista dello sbarco degli alleati. Alcuni di loro sarebbero morti proprio durante quel lavoro infame.
Due cose, allora, raccontava mio zio Sergio. La prima era che erano rinchiusi dentro i capannoni di Cinecittà e quando sentivano gli aerei americani venire a bombardare la città (la stazione di San Lorenzo, principalmente), la paura era quella di finire come i sorci in trappola. La seconda, invece, era quando cantavano Lili Marleen ai tedeschi, con le parolacce. zio Sergio: “Sapevamo tutti il motivetto di Lili Marleen, ovviamente nessuno sapeva il tedesco, ma noi lo usavamo per bestemmiargli contro. Così loro cantavano convinti che noi stessimo cantando con loro, invece passavamo il tempo ad insultarli e ad augurargli la morte. In dialetto, ovviamente”.
Mio zio Sergio, così come mio nonno, sopravvissero a quella guerra.
Mio nonno, fin da giovane, aveva lo stesso problema mio: ipoacusia bilaterale grave, ci sentiva pochissimo da entrambi gli orecchi. Per “pochissimo” intendo che oggi probabilmente quella soglia sarebbe protesizzabile, ma allora non esistevano apparecchi acustici sofisticati come quelli di oggi, e anche i primi amplificatori da taschino con filo e auricolare, sarebbero arrivati solo molti anni dopo (troppo tardi per lui, che anche se avrebbe ripreso a sentire, dopo cosi’ tanti anni di isolamento sonoro, non sarebbe piu’ stato in grado di associare i suoni alle parole).
Per cui, anche se in realta’ riusciva a sentire i rumori molto forti e vicini, come scoppi o esplosioni, veniva considerato sordo, e anche se parlava abbastanza normalmente (aveva imparato a parlare prima di perdere l’udito, esattamente come me), capiva gli altri solo leggendo sulle labbra.
Faceva il manovale, ed era considerato molto bravo nel suo lavoro, soprattutto per il fatto di essere leggero e magrolino e di muoversi molto agilmente sui tetti, camminando in equilibrio sui travicelli. Ogni giorno pero’, doveva farsi 15-20 km a piedi (le biciclette erano considerate ancora un lusso all’epoca) per andare a lavorare nel paese vicino.
Un giorno, verso la fine della guerra, si imbatte’ in una pattuglia di tedeschi di guardia a un ponte, che perquisivano tutti quelli che attraversavano in cerca di partigiani. Mio nonno non parlava tedesco, ma aveva imparato qualche parola da ripetere in quelle occasioni, per dire chi era, da dove veniva, e di essere sordo. Pero’ purtroppo, parlava normalmente, e quei tedeschi, complice il fatto che al nostro paese c’erano altri partigiani che si nascondevano nei boschi, pensarono probabilmente a un qualche tipo di inganno per passare il posto di blocco.
Cominciarono ad urlare, lo fecero girare di spalle e mettere in ginocchio, sia lui che quelli che viaggiavano con lui, e gli piegarono la testa verso il basso a forza. Lui penso’ che era finita, che lo avrebbero fucilato. Invece gli misero la pistola accanto all’orecchio, e spararono a vuoto per terra, per vedere la sua reazione, per capire se era veramente sordo.
Nonno quel colpo lo senti’, uno sparo a pochi centimetri dall’orecchio e’ gia tanto se non ti sfonda il timpano, ma ebbe abbastanza sangue freddo da restare fermo e immobile. Poi fu fatto alzare e fu lasciato andare: gli avevano creduto.
Questa storia non me l’ha raccontata lui, non voleva parlare di quegli anni. Me la racconto’ solo mia nonna, dicendo che il suo essere sordo probabilmente gli salvo’ la vita, e se non fosse stato per quello, noi probabilmente non saremmo qua adesso.
Perche’ se non lo fosse stato, sarebbe andato con gli altri nei boschi. E dai boschi ne tornarono in pochi.
“Sono gia’ le 10 e non ho ancora visto in dash”, parte 2.
Moroso collabora con la velostazione Dynamo (sotto la Montagnola, per capirsi) per una serie di serate a tema: storie di viaggi, di migranti, di vita nomade.
La prima serata è dedicata al viaggio in Sudamerica di una coppia di ragazzi bolognesi, che in Sudamerica si sono trovati così bene da aprire un’attività in Honduras.
Giovedì 26 aprile, h 18:00. Dagli Appennini alle brande: un viaggio appassionato dal Pratello a Honduras.
Venite a fare un salto, se potete, o se non potete spargete la voce ❤
Ho fatto un sogno stranissimo. Non riesco a inquadrarlo.
Per qualche motivo lo ricordo ancora benissimo nei dettagli, anche se non hanno senso, e non ci capisco un cazzo.
Comunque: sono in una specie di Erasmus, però a Pisa. Abito in un palazzone d’epoca di quelli del centro, che sembra essere una via di mezzo tra un ex-convento di suore riadattato a dormitorio, e un ex-ospedale.
Sto tornando alla mia camera con i soldi per l’affitto (300 euro). Davanti alla camera c’è una fila lunghissima di gente che sta andando a pagare l’affitto di quel mese a una suora, che dalla cima alla coda guarda tutti con sguardo torvo. Uno dei miei due coinquilini però prende i soldi che ho portato, e li da a una ragazza in coda, che stava piangendo disperata perché non sapeva come pagare questo mese. Noi gli diciamo che è una fava, che ora lei è contenta, è vero, ma noi come cazzo si fa senza soldi?
Mentre siamo li a discuterne, arriva la nonna del mio coinquilino, con un neonato in braccio. Lui si mette a piangere commosso, dicendo che non aveva mai visto sua figlia, che gli tocca stare lontano da casa. Stiamo un po’ li a parlare della bambina, poi io esco e comincio a girare per le strade.
Sono contemporaneamente in zona Stazione, lungarni, piazza Santa Caterina e una decina di altri quartieri. Giro le strade a caso pensando a come siamo nella merda, senza i soldi per pagare l’affitto. Le suore non accettano mai ritardi, e ti buttano fuori se non paghi. Cosa faremo?
Mentre giro a casaccio, finisco in un quartiere pieno di ville di lusso in stile anni ‘80, con un sacco di parti in legno, di pini altissimi in giardino e di verande. Mi dico tra me e me “ma non dicevano che era un brutto quartiere questo? Guarda qua che roba, sembrano tutte ville di vecchi pieni di soldi...”
Man mano che vado avanti i pini cominciano ad essere sempre più fitti, ma anche più malati. Hanno la malattia dei pini che ha bruciato tutta la zona intorno al Monte Serra, e stanno seccando. Arrivo a un punto dove un sacco di pini caduti si accavallano e si intrecciano tra loro in modo da formare un arco di ingresso. Un cartello dice che è una famosa quercia secolare, però sono pini malati e caduti. Boh.
Entro, e mi trovo in una specie di piccolo parco divertimenti, sempre molto anni ’80, pieno di musica ed animatori. La gente però è triste o distratta, non ha voglia di divertisi, e si vede che nemeno gli animatori lo fanno con molta convinzione. Sembra che vadano avanti di inerzia: il parco è tenuto un po’ male, come se dagli anni ’80 non fosse più stata fatta manutenzione o ammodernamento delle strutture. C’è una specie di laghetto con una piccola spiaggia, dei giochi da bambini, e poco altro, ma la vernice è scrostata da tempo, e i colori sono sbiaditi dal sole.
Nel parco incontro un tizio che veniva alle medie con me. Non ho mai avuto contatti con questa persona, non lo vedo dalle medie, e non so che stia facendo adesso. Però nel sogno è li, cresciuto, e mi saluta come se fossimo amici. Io mi sento molto a disagio, e cerco di uscire dal parco.
Mentre faccio a ritroso la strada delle ville anni ’80, cercando di tornare verso la stazione, un tizio mi si avvicina, e mi chiede un accendino. Glielo passo, ma quando cerca di accendere non funziona. Mi accorgo che ci sono delle briciole incastrate sopra, e faccio per riprenderlo, in modo da suffiarci dentro, liberarlo, e restituirglielo. Faccio però un movimento molto brusco per riprenderlo, e lui si incazza. Dice che vuole rapinarmi, ma non ha la pistola. Io gli dico “auguri, non ho una lira, son messo peggio di te, non ho nemmeno i soldi per le suore”. Lui si allontana incazzato e frustrato, senza sapere bene cosa fare.
Riprendo a camminare, e poco piu avanti trovo un gruppetto di 4 ragazzini, sui 12-14 anni massimo. Anche loro vogliono rapinarmi, ma stavolta uno tira fuori una pistola, e per farmi vedere che è vera, spara per aria qualche colpo. Sono nervosissimi e più spaventati loro di me, si vede che non hanno mia fatto una rapina ne usato una pistola.
Io guardo con lo sguardo torvo quello con la pistola, e gli dico “ammazzami”. Poi senza dire altro, riprendo a camminare per la mia strada. Loro si guardano spaesati, senza sapere cosa fare, e scappano via.
Ritorno verso il dormitorio/convento/ospedale dove avevo la camera, senza sapere bene cosa farò. L’ingresso sembra un portone da pronto soccorso di quelli dove si entra con tutta l’ambulanza. entro e mi avvicino verso l’ascensore, e ritrovo il gruppo di ragazzini con la pistola. Dico loro “guarda chi si rivede”, sorridendo. Loro spaventatissimi entrano in ascensore, ma ci entro anche io.
Continuo a guardarli sorridendo in modo inquietante per tutto il tempo della salita. A un certo punto le luci dell’ascensore cominciano a tremolare, e loro spaventatissimi picchiottano sulla porta dicendo “vai, vai, vai”. Io li guardo sorridendo, e gli dico “oh bimbi, siete voi che c’avete la pistola eh, non io”. Quando si aprono le porte scappano via in preda al panico.
Torno verso la camera, e trovo il mio coinquilino con la bimba appena nata, @tsuki-nh , e altri ex-coinquilini di quando ero in Erasmus in Spagna. Ci mettiamo seduti sul muretto del balcone/corridoio interno/ballatoio, senza la minima idea di cosa o come faremo, senza soldi.
Dal fondo della coda la suora continua a guardarci male. I ragazzini passano di nuovo davanti spaventati, facendosi largo a spintoni tra la gente in fila, mentre dicono “vai, vai, vai, non ti fermare qua”.
E niente. Finisce così. Poi mi sono svegliato.
Non ho idea ne’ di di cosa possa significare, ne’ del perché lo ricordi in modo così vivido. Sogni normali mai, io, eh.