Tracce di Tesee sul Tumblr_1 Quanto era vicina la Cina?
Già dal primo post di questa serie occorre avere ben chiara una cosa: sono stata, sono tutt’ora e sarò in futuro perennemente in ritardo con la pubblicazione. Il motivo è presto detto: poiché sono amante del camminare scalza in una valle di Lego, sto attualmente scrivendo questa serie di post con un LaTex editor. Per android. Storia lunga.
In fondo ho pensato: quale occasione migliore per imparare ad usare questa meraviglia della tecnica? Perché metterci 5 secondi a piazzare un’immagine quando posso impiegare ben un quarto d’ora per imparare a scrivere il codice giusto? Eh, bella domanda.
Ah, poi sono anche pigra eh.
Disclaimer: questo raccontino non ha la minima pretesa di scientificità, se vi interessa la questione trattata in maniera più seria trovate della bibliografia.
Comunque! Cominciamo!
Una piccola introduzione storica, tanto per capire a che punto siamo.
Prima del 1800, i paesi occidentali cagavano la Cina quasi esclusivamente per importare seta, porcellane e chincaglieria varia, e al contempo esportare missionari cattolici, da sempre impegnati in prima linea per salvare le anime di gente a cui importava il giusto. La Cina, che invece amava molto starsene sulle sue, tollerava questi commerci coi barbari finché non s’allargavano troppo. Non avevano fatto i conti, però, con i piani della Perfida Albione…
Iniziano i cazzi amari per la Cina.
Già dal XVIII secolo il Regno Unito si sentiva un po’ strettino nella sua colonia indiana e mirava ad espandere ulteriormente i propri commerci in Oriente. La Compagnia delle Indie sostanzialmente monopolizzava il commercio nella zona, sia scambiando merci ”legali” (cotone, metalli, argento, lana, tè…) sia attraverso un allegro contrabbando di oppio. I commerci con la Cina erano limitati, però, al porto di Guangzhou, e a specifici periodi dell’anno: inutile dire che, alla Perfida Albione, la cosa non piaceva più di tanto. Allo stesso modo, non apprezzò particolarmente l’esito negativo di due ambasciate che avrebbero dovuto “far ragionare” i cinesi e permettere l’apertura di più porti, rispedite al mittente senza tante cerimonie dal governo Qing.
La controffensiva britannica.
Chiaramente, i fastidiosi lacciuoli imposti dal governo locale non impedirono alla Compagnia delle Indie di continuare a conttrabbandare sul suolo cinese una quantità d’oppio tale da diventare una vera e propria emergenza sociale. Simpatico è notare come l’importazione d’oppio in madrepatria fosse severamente proibita (così come il governo Qing ne proibiva l’uso e il commercio in Cina), però al contempo nulla vietava di coltivarlo in Bengala e spacciarlo in Cina e nel sud-est asiatico 😉
Ad un certo punto un mandarino di Guangzhou, Lin Zexu, si ruppe i maroni di tutta questa ddrocah: decise di schiaffare in galera un buon numero di spaccini locali, costrinse i fornitori foresti nel loro distretto di Guangzhou e buttò nel fiume tutte le scorte di oppio che riuscì a trovare. Seguirono giorni di pescato locale piuttosto spaesato.
Chiaramente la Perfida Albione colse l’occasione per inviare la propria marina militare a “liberare i cittadini britannici”, prendendo allegramente a cannonate il porto di Guangzhou nella prima Guerra dell’Oppio. Dopo la rapida resa dell’Imperatore, i britannici ne approfittarono per aprire i porti di Xiamen, Shanghai, Fuzhou e Ningbo, oltre ad accaparrarsi la succulenta isola di Hong Kong. Fu stabilito inoltre che i sudditi della Regina Vittoria godessero del principio di extraterritorialità rispetto alle leggi cinesi: in pratica potevano considerarle come “suggerimenti non vincolanti”, mentre dovevano rispondere esclusivamente alle autorità consolari di Sua Maestà.
I trattati ineguali.
Visto il successo della Perfida Albione nella Prima Guerra dell’Oppio, ben presto si pensò di girare il sequel: dopo un attacco ad una nave inglese nel porto di Guangzhou si trovò il pretesto perfetto per una Seconda Guerra dell’Oppio, a cui partecipò anche la Francia perché era troppo una bella occasione per lasciarla passare così, davanti al naso, senza neanche approfittarne.
A poco a poco anche le altre potenze occidentali si accorsero che, con una sola cannoniera, potevano far fuori qualche migliaio di cinesi armati di lance senza nemmeno sporcarsi la divisa: arrivarono quindi ai cosiddetti “Trattati ineguali” in cui l’Impero Qing sostanzialmente era costretto a calare le braghe davanti alle potenze straniere, cedendo concessioni extraterritoriali e permettendo una serie di trattamenti di favore nei confronti di cittadini e imprese straniere. Umiliazione nell’umiliazione: una clausola, detta della “nazione più favorita”, sanciva che ogni nazione firmataria dei trattati avrebbe automaticamente avuto tutti i benefici della nazione che era riuscita ad estorcere più cose (quindi sostanzialmente del Regno Unito), così, perché fanculo, perché no?
Ai cinesi questa cosa piaceva poco, ma se la dovettero mettere via dopo una simpatica esibizione di muscoli della spedizione anglo-francese del 1860 in cui, per rimarcare il concetto, fu occupata ed incendiata Beijing e saccheggiati Città Proibita e Palazzo d’Estate: quest’ultimo fu inoltre dato allegramente alle fiamme perché pareva una cosa intelligente da fare. Ottimo lavoro ragazzi.
Un simpatico (e assolutamente NON razzista) cartoon del “Le Petit Journal” del 16 gennaio 1898 che descrive la situa. Un mandarino leggermente stereotipato osserva con sgomento le potenze che si spartiscono la Cina, da sinistra: La regina Vittoria, il re Guglielmo II, lo tzar Nicola II, l’allegoria della Francia Marianne e un altrettanto leggermente stereotipato samurai.
Il Secolo dell’Umiliazione.
Questa serie di batoste sono conosciute in Cina come il “Secolo dell’Umiliazione”, a cavallo tra Ottocento e Novecento, un trauma collettivo che perdura anche nella società cinese contemporanea.
Ovviamente la popolazione non era particolarmente entusiasta di questo spadroneggiare degli occidentali a casa loro: iniziarono a nascere sentimenti anti-occidentali e xenofobi, alimentati non ufficialmente anche dall’incapace governo Qing che sperava in un aiuto popolare per ribellarsi agli stati occupanti. Nacque quindi la Rivolta dei Boxer: si trattò di un movimento popolare che praticava un tipo di boxe spirituale, secondo la quale coloro i quali avessero un animo puro avrebbero goduto della possessione benevola di uno spirito, che avrebbe garantito loro l’immunità dalle armi occidentali.
Seh.
Certo.
Composti principalmente da contadini, questi gruppi armati originari dalle provincie di Zhili e Shandong attaccarono le aziende e le proprietà straniere in terra cinese, a cui si aggiunse l’uccisione di molte migliaia di missionari e di cinesi convertiti al cristianesimo.
L’imperatrice Cixi, in un primo momento opposta al movimento, ebbe successivamente la brillante idea di appoggiarlo in maniera ufficiale e di dichiarare guerra alle potenze straniere.
Come sarà mai andata a finire?
…
Nella prossima puntata: Italia e Cina, eroismo, la Regia Marina Militare e il Risorgimento!
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Sicuramente la conoscerai già, ma ti consiglio una bellissima serie a fumetti della Bonelli, autoconclusiva e ambientata in quel periodo, che si chiama Shanghai Devil 🙂