ESA: Announcement of Opportunity per lo Space Rider

Qualcuno si ricorda di IXV, il piccolo shuttle italiano simile all’

X-37B (usato però per scopi militari dagli Stati Uniti), che nel 2015 ha compiuto con successo il suo primo volo suborbitale di test?

Finanziato prevalentemente dall’Agenzia Spaziale Italiana, costruito quasi interamente in Italia dalla Thales Alenia Spazio e dalla Avio, lanciato con un razzo Vega (anch’esso costruito in Italia dalla Avio) dallo spazioporto europeo di Kourou, e’ un piccolo spazioplano riutilizzabile di 2 tonnellate, lungo 5 metri, con una stiva centrale e un portellone apribile sul dorso, come lo shuttle. Può

essere pilotato da remoto, rientrare autonomamente planando nell’atmosfera con gli alettoni posteriori, e atterrare su una normale pista di aeroporto.

Bene, oggi lo IXV si chiama Space Rider, esce dalla fase protipale, e si avvia a diventare un mezzo per l’uso effettivo.

L’Announcement of Opportunity che la ESA ha aperto per le future missioni commerciali Space Rider, in pratica e’ la vendita di biglietti per i prossimi viaggi in orbita.

I clienti paganti potranno stoccare nella stiva fino a 800kg di payload e svolgere missioni rimanendo in orbita fino a un massimo di due mesi. Le missioni potranno essere di diverse categorie

telecomunicazioni, osservazione sole, osservazione terra, osservazione spazio esterno, biologia, scienze fisiche, tecnologia, esplorazione ed educazione

e potranno specificare i requisiti necessari desiderati: 

esposizione al vuoto, esposizione alle radiazioni ed eventuale scudo protettivo, durata della missione, limiti di scambio termico, telemetria e comunicazione durante il volo, eventuale rilascio dallo Space Rider ed eventuale rientro a bordo, qualità della microgravità richiesta, altitudine raggiungibile, potenza elettrica necessaria, eventuale orientamento ottico verso la Terra o lo spazio esterno, necessità di un controllo d’assetto accurato e livello di pulizia e sterilizzazione necessari.

ESA: Announcement of Opportunity per lo Space Rider

periferiagalattica:

(se pensate di essere sfortunati, vi invito a riflettere sulla vicenda di quel fotone che è partito da una stella di classe M, ha compiuto un viaggio attraverso lo spazio durato 35 mila anni, e in una calda notte estiva ha attraversato la nostra atmosfera per andare infine a colpire, un attimo prima di diventare segnale bioelettrico, l’occhio di Gasparri)

I razzi nei parchi giochi dell’Unione Sovietica

Le esplorazioni nello Spazio non fanno parte solo della storia e dell’industria, ma anche della cultura popolare dell’Unione Sovietica: l’esaltazione dei cosmonauti e delle loro imprese era onnipresente sui giornali, in tv, nei monumenti e nei parchi delle città, e anche per questo probabilmente tantissimi bambini sognavano di diventare cosmonauta. Così desiderava da piccolo anche Ivan Mikhailov, nato a Novočeboksarsk nel 1981 e diventato poi fotografo. La sua città era «un enorme cosmodromo», pieno di parchi giochi ognuno con il suo piccolo razzo: ce n’era anche uno vicino a casa sua e «spesso di notte mi ci arrampicavo, guardavo le stelle, pensavo a pianeti lontani e avventure nello spazio», racconta.

Ora quei razzi e parchi sono arrugginiti e abbandonati, frequentati soprattutto da senzatetto, tossicodipendenti e alcolisti: e da Mikhailov, che notte dopo notte li ha fotografati per il suo progetto Playground: «È un una storia nostalgica della mia infanzia, forse un tentativo di scappare dalla realtà in un mondo di sogni. Per questo progetto ho passato molte notti nei parchi giochi: guardo ancora le stelle e penso ancora ai pianeti lontani. Ma adesso mi sembrano decisamente più lontani».

I razzi nei parchi giochi dell’Unione Sovietica

Spazioporto in Italia, Virgin Galactic al decollo nel 2020

Lo spazioporto in Italia sembra sempre più probabile, dopo che la statunitense Virgin Galactic ha sottoscritto un accordo d’intesa con la torinese Altec per individuare gli aeroporti italiani da cui ci si potrebbe imbarcare per i voli spaziali.

Del progetto per uno spazioporto se ne parla già da luglio, quando Roberto Battiston, numero uno dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), aveva candidato il Belpaese come un luogo ideale in cui stabilire uno spazioporto.

Per l’occasione sottoscrisse un contratto con la Federal Aviation Administration e l’ENAC relativo proprio al “Commercial Space Transportation”, che a sua detta era propedeutico a perseguire obiettivi ambiziosi come appunto la costruzione di uno spazioporto nel nostro Paese. Battiston – spiegando il progetto – aveva citato anche il turismo spaziale, e alla luce degli sviluppi degli ultimi giorni è evidente che aveva vedute ben più ampie del fermarsi a candidare l’Italia come primo paese europeo per questo tipo di opzione.

La novità delle ultime ore è che la controparte più probabile per la concretizzazione del progetto sembra essere Virgin Galactic, un’azienda nata dall’estro del magnate inglese Richard Branson, fondatore del Virgin Group che controlla oltre 400 aziende. Il suo progetto per il turismo spaziale prevede l’impiego di veicoli capaci di effettuare voli suborbitali con cui trasportare fino a 500 turisti all’anno in “crociera” a quote superiori a 100 Km di altezza.

I test hanno subito una battuta d’arresto il 31 ottobre 2014, quando un incidente è costato la vita al co-pilota Michael Alsbury e ha ferito gravemente il pilota Peter Siebold. A febbraio 2016 però Virgin Galactic ha annunciato ufficialmente il nuovo veicolo SpaceShip Two, concepito facendo tesoro dei problemi che hanno causato l’incidente del primo velivolo. Dovrà affrontare la fase di test, se la supererà alla fine potrà trasportare sei passeggeri più due piloti, raggiungerà un’altitudine di circa 15.000 metri collegato all’aereo madre WhiteKnightTwo, quindi si staccherà e accenderà il suo motore a razzo per raggiungere lo spazio suborbitale.

Da qui i passeggeri potranno vedere la curvatura della Terra in contrasto con il nero dello Spazio, sperimenteranno l’esperienza dell’assenza di peso e quindi rientreranno a Terra, il tutto per un costo di circa 250.000 dollari a testa (per la cronaca sembra che le prenotazioni vadano a gonfie vele).

Ricordiamo che Virgin Galactic non è l’unica azienda impegnata nei test per il turismo spaziale, a titolo di esempio citiamo anche Blue Origin.

Al momento tuttavia l’interesse per l’Italia è stato espresso solo da Branson. Vediamo nel dettaglio in quali termini. L’azienda di Richard Branson e Altec, che è una partecipata di ASI e Thales, hanno sottoscritto un protocollo d’intesa che nella prima fase prevede da parte di Altec l’individuazione di un aeroporto militare da cui potrebbero decollare (e atterrare) i voli suborbitali.

Al momento di parla di siti in Veneto, Puglia o Sardegna. Il requisito è che la pista sia sufficientemente lunga da consentire il decollo del White Knight, e che ci siano le condizioni meteo e di vento adatte per l’atterraggio in planata dello SpaceShip Two. Inoltre dovrà essere lontano da centri densamente popolati e ci dovrà essere la disponibilità di enti locali per la costruzione delle infrastrutture necessarie, compreso l’hangar.

Insomma non sarà facile trovare il sito giusto, ma una volta stabiliti i criteri di selezione non sarà difficile scegliere. Nel frattempo sarà necessario stabilire una normativa italiana per la regolazione dei voli da e verso lo Spazio: in Italia al momento non c’è, ma grazie all’accordo sottoscritto con la FAA da Battiston si potranno studiare le normative statunitensi e trarre gli insegnamenti del caso.

Ricordiamo che Battiston a luglio accennò anche al fatto che uno spazioporto in Italia sarebbe stato anche propedeutico ad obiettivi ambiziosi e a uno sviluppo economico derivante dalle attività spaziali (la cosiddetta Space Economy). A questo proposito l’intesa con Virgin Galactic prevede che una volta partito il progetto i componenti dello SpaceShip Two (la cui proprietà intellettuale è statunitense) potranno essere rimpiazzati via via da pezzi progettato e costruiti in Italia.

Stando alle fonti riportate da La Repubblica “la navetta a stelle e strisce diventerà, nell’arco di cinque o sei anni, tutta tricolore”, con un conseguente indotto per le aziende italiane. Intanto, sempre nel fine settimana, Virgin Galactic ha effettuato il quinto test con una seconda navicella spaziale, la VSS Unity, che ha effettuato un volo libero nel deserto del Mojave.

Se tutto andrà secondo i piani, i primi voli dovrebbero decollare dall’Italia nel 2020. Qualcuno vuole prenotare un biglietto?

Spazioporto in Italia, Virgin Galactic al decollo nel 2020

ESA finanzia il motore che rivoluzionerà i voli spaziali

L’Agenzia Spaziale Europea (ESA) sta collaborando con l’azienda inglese Reaction Engines per lo sviluppo dei nuovi motori a razzo che potrebbero rivoluzionare la tecnologia dei razzi e cambiare il modo in cui si arriva nello Spazio.

Stiamo parlando del motore SABRE (Synergistic Air-Breathing Rocket Engine), che è progettato per usare l’aria atmosferica nelle fasi iniziali di volo,
prima di passare alla modalità razzo convenzionale per la spinta finale
verso lo Spazio. Se tutto andrà secondo i piani questo nuovo razzo
potrebbe essere pronto per i primi voli di prova fra quattro anni circa.

Per capire la rivoluzione di SABRE bisogna sapere che i razzi
convenzionali si servono di ossigeno liquido, che si combina con un
combustibile nella camera di combustione del razzo. Possono essere
necessarie più di 250 tonnellate di ossigeno liquido, e una volta
superate le prime fasi, quello che avanza viene scartato, con alti
sprechi e costi non indifferenti.

SABRE prospetta una soluzione promettente, anche se non è facile da ottenere: comprimere l’ossigeno atmosferico a circa 140 atmosfere e introdurlo quindi nelle camere di combustione del motore.
La difficoltà sta nel fatto che comprimere l’ossigeno a quel livello ne
innalza la temperatura, rischiando di compromettere seriamente i
motori.

È quindi necessario raffreddare l’aria con uno scambiatore di calore,
e solo successivamente indirizzarla in una turbina basata su tecnologia
standard. Se tutto dovesse funzionare, mentre SABRE si trova ancora
nell’atmosfera terrestre dovrebbe sfruttare l’aria per bruciare il combustibile a idrogeno,
anziché l’ossigeno liquido. Una volta raggiunta una quota di circa 25
km, dove l’aria è più sottile, SABRE passerebbe poi alla modalità di
funzionamento come razzo standard.

Senza dubbio si stratta di una sfida ingegneristica, la cui parte più
complessa è lo sviluppo degli scambiatori di calore. Si tratta di
componenti piuttosto comuni nel settore industriale, salvo il fatto che
in questo caso specifico dovranno raffreddare l’aria in entrata
da 1000 gradi Celsius a -150 Celsius in meno di 1/100° di secondo, e
devono farlo evitando la formazione di brina o ghiaccio
.

Inoltre devono essere estremamente leggeri, per la precisione circa
100 volte più leggeri rispetto a quelli in standard, per poter essere
utilizzati nel settore aerospaziale.

Secondo Reaction Engines questi scambiatori di calore avranno
sui sistemi di propulsione aerospaziali lo stesso impatto che hanno
avuto i chip di silicio sul computing
. Questa tecnologia
made-in-Europa infatti potrebbe portare alla realizzazione di motori a
basso costo, affidabili e riutilizzabili, e di aerei come per esempio lo
Skylon di cui vi abbiamo parlato tempo fa.

Ecco il motivo per il quale l’ESA ha sottoscritto un nuovo accordo da
10 milioni di euro per finanziare le prossime fasi dello sviluppo di
SABRE, che porteranno i primi prototipi ad effettuare voli di prova nel
giro di quattro anni circa. Una cifra che si va ad aggiungere ai 50
milioni di sterline erogati dall’Agenzia spaziale del Regno Unito.

Ce la faremo alla fine a vedere uno Skylon funzionante? Dai, dai dai !

ESA finanzia il motore che rivoluzionerà i voli spaziali

Altro che ET, il segnale Wow! forse viene dalle comete

Un ex analista del Dipartimento della Difesa statunitense potrebbe aver risolto un “cold case” astronomico vecchio di 40 anni. Parliamo del celeberrimo segnale Wow! che per molti anni è stato ricondotto agli alieni, e che invece potrebbe non avere nulla a che vedere con ET.

Se non sapete di che cosa si tratta, per spiegarvelo dobbiamo tornare
indietro nel tempo fino al 1977, quando – oltre all’uscita di Star Wars
– accadde qualcosa di straordinario: l’astronomo Jerry Ehman rilevò un
segnale inaspettato con il radiotelescopio Big Ear della Ohio State University mentre cercava segnali provenienti da civiltà extraterrestri.

Puntando un gruppo di stelle chiamato Chi Sagittarii registrò una potente esplosione di onde radio della durata di 72 secondi. Sulla stampata cerchiò il codice identificativo 6EQUJ5, che descrive la variazione di intensità del segnale, e accanto annotò “Wow!”, da qui il nome del codice che molti conoscono.

L’analisi del segnale dimostrava che sembrava provenire dallo spazio
interstellare, e per questo divenne subito popolare fra i partecipanti
del programma SETI e fra tutti coloro che sono attivi nelle attività di
ricerca di intelligenze extraterrestri.

Successivamente ci furono molti tentativi per “riacchiapparlo”, ma il segnale non fu mai osservato una seconda volta
e per 40 anni la sua natura rimase inspiegata. Almeno fino a quando il
professor Antonio Paris del St Petersburg College, in Florida, ha deciso
di occuparsene.

Paris è un astrofisico con un passato di analista presso il Dipartimento della Difesa statunitense, per questo possiede un background investigativo
che lo ha portato ad analizzare la questione come un caso da risolvere.
È tornato sulla “scena del crimine” alla ricerca di indizi che erano
stati trascurati o non visti, si è messo a spulciare i database
astronomici alla ricerca di oggetti “sospetti” che potevano essere stati
presenti sulla scena 40 anni prima.

Con grande delusione di molti, quello che ha trovato non sono stati gli alieni, ma due comete, e in particolare la 266P/Christensen e la 335P/Gibbs,
che furono scoperte rispettivamente nel 2006 e nel 2008, quindi erano
sconosciute all’epoca
del lavoro di Ehman. Paris ha scoperto che erano
entrambe in prossimità di Chi Sagittarii il giorno in cui fu rilevato il
segnale Wow!.

Una coincidenza importante perché le comete sono circondate da nubi
di gas di idrogeno con diametro fino a oltre 1 milione di chilometri. Il
segnale Wow! fu rilevato da Ehman a 1.420 MHz, che è una frequenza
radio emessa naturalmente dall’idrogeno.

Prima di chiudere il caso Paris vuole testare la sua ipotesi, e avrà
presto modo di farlo perché la cometa 266P/Christensen passerà
nuovamente in prossimità di Chi Sagittarii il 25 gennaio 2017, mentre
335P/Gibbs farà il suo passaggio il 7 gennaio 2018. Paris intende
osservare questi eventi e questa volta andare alla ricerca di una
recidiva del segnale misterioso con cognizione di causa.

Altro che ET, il segnale Wow! forse viene dalle comete

L’Internet per il Sistema Solare debutta sulla ISS

La NASA ha compiuto un importante passo verso la creazione di una rete Internet per il Sistema Solare installando sulla ISS il servizio Delay/Disruption Tolerant Networking (DTN),
che servirà per automatizzare e migliorare lo scambio dati tra le
stazioni a Terra e gli astronauti sulla ISS e si tradurrà in un utilizzo
più efficiente della larghezza di banda.

DTN funziona fornendo una rete “store and forward” affidabile, capace
di memorizzare pacchetti di dati nei nodi lungo il percorso di
comunicazione, e di inoltrarli o ritrasmetterli al nodo successivo solo una volta che questo è disponibile
.
Una catena che permetterà di raggiungere luoghi isolati, che essi siano
una stazione di Terra, un veicolo spaziale robotico nello Spazio
profondo o, un giorno, una base degli esseri umani che vivono su altri
pianeti.

Un sistema di comunicazione differente dai protocolli Internet
tradizionali che impieghiamo sulla Terra, che richiedono che tutti i
nodi del percorso di trasmissione siano disponibili nello stesso periodo
di tempo affinché la trasmissione dati avvenga con successo.

DTN è stato installato sul Telescience Resource Kit (TReK), una suite
di software per la trasmissione e la ricezione dei dati tra i centri
operativi terrestri e i playload a bordo della ISS. La Stazione Spaziale
è diventata in questo modo un nodo di un’ampia infrastruttura Internet
che la NASA intende estendere a tutto il Sistema Solare.

Nell’immediato permetterà sulla ISS di migliorare le applicazioni di
supporto alla missione e di rendere più efficiente il trasferimento file
da e verso la Terra.

Oltre a questo importante traguardo, la NASA sottolinea che potremo beneficiare del DTN anche in casi particolari qui sulla Terra,
come per esempio nel caso di catastrofi o in quelle situazioni
d’emergenza in cui le comunicazioni sono temporaneamente inaffidabili.

Per raggiungere questo obiettivo l’Agenzia ha lavorato a stretto contatto con Vinton Cerf,
secondo cui “la nostra esperienza con DTN sulla ISS porterà a benefici
anche alle applicazioni terrestri, e in particolare alle comunicazioni mobili nelle aree in cui le connessioni sono irregolari e discontinue”.
Accenna poi ai casi in cui un dispositivo si scarica e deve posticipare
le comunicazioni a quando la batteria sarà nuovamente carica: una
prospettiva importante nell’ottica dell’Internet delle Cose.

Per garantire un’adozione su larga scala del servizio DTN la NASA ha
lavorato inoltre con l’Internet Research Task Force (IRTF), la
Consultative Committee for Space Data Systems (CCSDS) e l’Internet
Engineering Task Force (IETF) per la standardizzazione internazionale.
Per finire, molte implementazioni di DTN sono pubblicamente disponibili come codice open-source,
e saranno accessibili al crescente numero di persone che collaborano
con la ricerca spaziale fra cui ricercatori universitari, di CubeSat, e
aziende coinvolte nei progetti della ISS.

L’Internet per il Sistema Solare debutta sulla ISS

Russia: una base e 12 cosmonauti per conquistare la Luna

Il piano della Russia per l’esplorazione lunare inizia a prendere forma, e dopo l’annuncio dell’agenzia spaziale russa (Roscosmos) dell’intenzione di lanciare una missione umana sulla Luna nel 2029, adesso si apprende che l’intenzione è di costruire una base permanente capace di ospitare fino a 12 cosmonauti sulla superficie lunare

Si tratterà di un avamposto destinato sia alla ricerca sia all’estrazione mineraria. Come ricorda Izvestia
(Google Translate) una base lunare è un obiettivo strategico del
programma spaziale russo, nonostante la difficile situazione economica.
Nel prossimo decennio lo Stato dovrà sostenere i programmi per
dispositivi di comunicazione e telerilevamento satellitare, per questo
Vladimir Putin ha dovuto fare tagli al Programma Spaziale Federale
(FCP).

La base lunare tuttavia è sopravvissuta, e lo TsNIIMash (Istituto
Centrale di Ricerca Russo per lo sviluppo di missili balistici a lungo
raggio) sta portando avanti gli studi prendendo in prestito anche alcune
idee originariamente sviluppate in USSR fra la fine degli anni ‘60 e
l’inizio degli anni 70.

Secondo le fonti “nella fase iniziale la base lunare sarà presidiata da non più di 2-4 persone,
ma il loro numero salirà successivamente a 10-12 persone”. Lo spazio
abitabile per ciascun astronauta sarà di circa 20 metri cubi e sarà
predisposto anche un rifugio antiatomico sotterraneo
che servirà a proteggere l’equipaggio dalle radiazioni. Ci sarà inoltre
una centrale elettrica per l’approvvigionamento di energia; la durata delle missioni sarà di almeno 30 giorni.

A quello che si apprende, al momento non è ancora stata decisa l’area
in cui erigere la base lunare. Olga Zharov di TsNIIMash ha spiegato
alla stampa che la maggior parte delle proposte verte sulla costruzione
di una base in prossimità del Polo Sud della Luna, e che il primo requisito è che ci sia un punto di approdo sicuro per le navicelle spaziali con equipaggi e rifornimenti.

Secondo l’agenzia di stampa russa TASS sarebbe già iniziato il lavoro
di costruzione del lander Luna 25 e Roscosmos starebbe sviluppando
anche il razzo vettore Angara-A5V che servirà per spedire sulla Luna i
materiali necessari alla costruzione della base lunare. La Russia
dovrebbe usare più lanci separati, ciascuno dei quali poterà sulla Luna
un nuovo modulo per l’avamposto, che poi dovrà essere assemblato. Un po’
come si è proceduto con la costruzione della ISS per intenderci.

Il primo volo con equipaggio dovrebbe decollare nel 2029 e ricordiamo che l’Agenzia Spaziale Europea ha offerto la sua collaborazione
alla Russia in qualità di “socio minoritario”, mettendo a disposizione
le sue competenze tecniche. La Cina invece è stata interpellata come
principale partner russo per la creazione della stazione scientifica
lunare.

Gli unici a restare alla finestra per ora sembrano essere gli Stati
Uniti, intenti a capire se valga la pena investire in missioni lunari o
sia meglio concentrarsi solo su Marte. La chiara presa di posizione
russa potrebbe accelerare una decisione?

Russia: una base e 12 cosmonauti per conquistare la Luna

Lussemburgo investe nell’estrazione mineraria da asteroidi

Deep Space Industries, il
governo lussemburghese e la Société Nationale de Crédit et
d’Investissement (SNCI – l’istituto bancario nazionale del Lussemburgo),
hanno siglato un accordo che formalizza la loro collaborazione per l’esplorazione, lo sfruttamento e la commercializzazione delle risorse spaziali da parte dell’iniziativa lussemburghese spaceresources.lu.
[…]

In buona sostanza il governo lussemburghese lavorerà con Deep Space Industries per cofinanziare e sviluppare progetti di ricerca e sviluppo
mirati a sviluppare la tecnologia necessaria per l’estrazione di
risorse dagli asteroidi
. Il cofinanziamento sarà attuato nell’ambito del
programma spaziale lussemburghese LuxIMPULSE. […]

Il progetto inaugurale di questa partnership è Prospector-X, un dimostratore tecnologico che agirà nell’orbita bassa terrestre (LEO),
progettato per testare le tecnologie che poi dovranno essere utilizzate
nello Spazio. Avrà a bordo tecnologie chiave per il successo delle
prime missioni di esplorazione alla ricerca di risorse spaziali.

Lussemburgo investe nell’estrazione mineraria da asteroidi

Scoperti tre esopianeti a 40 anni luce dalla Terra

Finora non erano mai stati individuati pianeti in orbita intorno a una nana ultra-fredda, che è un tipo di stella molto comune nella nostra galassia. Questo significa che – come ha spiegato uno dei ricercatori – “se fosse dimostrato che pianeti simili alla Terra sono comuni intorno a questo genere di stelle, allora i candidati potenzialmente abitabili potrebbero essere molti di più di quanto si sia mai creduto”.

[…]

Ulteriori osservazioni hanno confermato che gli oggetti in transito erano pianeti con dimensioni simili alla Terra e a Venere. I due più interni orbitano attorno alla stella in un periodo equivalente a 1,5 e 2,4 giorni. Il terzo pianeta potrebbe orbitare attorno alla stella in un intervallo di tempo compreso fra quattro a 73 giorni. Data la loro dimensione e la vicinanza alla loro stella, tutti e tre i pianeti potrebbero avere regioni con temperature all’interno di un intervallo adatto per sostenere la presenza di acqua liquida.

Gli scienziati hanno determinato che tutti e tre i pianeti sono probabilmente in rotazione sincrona. I due più vicini alla stella potrebbero avere temperature troppo calde di giorno e troppo fredde di notte, che non sono ideali per ospitare eventuali forme di vita. In entrambi i casi però ci potrebbe essere una regione con temperature relativamente miti, compatibili con le condizioni adatte per la vita. Il terzo pianeta, lontano dalla sua stella, potrebbe invece essere del tutto incluso nella zona abitabile.

Dato che il sistema è a soli 40 anni luce dalla Terra, secondo il coautore Julien de Wit gli scienziati saranno presto in grado di studiare la composizione atmosferica dei tre pianeti, di poter valutare la loro abitabilità e l’esistenza eventuale di vita in questo sistema planetario.

Scoperti tre esopianeti a 40 anni luce dalla Terra