LHC del CERN bloccato per giorni, colpa di una faina

Nei giorni scorsi un piccolo mammifero ha provocato un corto circuito nel Large Hardon Collider del CERN,
che si è dovuto fermare per due giorni. L’acceleratore di particelle si
è spento all’improvviso e ci sono volute un paio d’ore per capire che
ad avere causato il blocco è stata un’incauta faina intrufolatasi in un trasformatore da 66kV, che ha pagato con la vita la sua avventura.

Potevano essere le origini di un nuovo supereroe, e invece e’ stata la grigliata del 1 maggio.

LHC del CERN bloccato per giorni, colpa di una faina

Abbiamo trovato le onde gravitazionali

In
due conferenze stampa in contemporanea organizzate a Washington, Stati
Uniti, e a Cascina (Pisa), i ricercatori degli esperimenti LIGO e VIRGO
hanno annunciato
di avere rilevato e verificato l’esistenza delle “onde gravitazionali”,
una scoperta fondamentale per la fisica e che probabilmente varrà il
Nobel ai suoi autori. Ipotizzate per la prima volta da Albert Einstein
un secolo fa e da tempo in attesa di una osservazione diretta, le onde
gravitazionali hanno la capacità di allungare e restringere lo
spazio-tempo man mano che si diffondono nell’Universo. Per decenni gli
scienziati hanno cercato indizi di vario tipo per dimostrarne
l’esistenza, ma finora i loro tentativi erano stati viziati da
interferenze di vario tipo e dalla mancanza di strumentazioni sensibili a
sufficienza.

Meanwhile, dietro casa…

Abbiamo trovato le onde gravitazionali

Il Giappone conquista Venere, buona la seconda!

La sonda spaziale giapponese Akatsuki è riuscita a entrare nell’orbita di Venere cinque
anni dopo il primo tentativo fallito a causa di un guasto al motore
principale. La Japanese Aerospace Exploration Agency (JAXA) ne ha dato
conferma il 9 dicembre. Nel 2010 Akatsuki (che significa “alba” in
giapponese) avrebbe dovuto entrare in orbita per studiare nubi, clima e
atmosfera del pianeta per almeno due anni, in modo da capire meglio i
motivi che hanno portato Venere a diventare così caldo e inospitale.

Il motore principale della sonda però si bloccò durante la manovra
cruciale di inserimento in orbita e Akatsuki fu spinta di nuovo in
orbita attorno al Sole. Da allora gli ingegneri giapponesi hanno usato i
motori secondari che erano stati progettati per piccole correzioni
d’assetto. Domenica 6 dicembre c’è stata la seconda occasione e questa
volta è andata bene. Il motore principale non si è più ripreso, ma la
manovra con quelli secondari è durata 20 minuti e ha permesso ad
Akatsuki di raggiungere il suo obiettivo.

Adesso finalmente i funzionari JAXA possono affermare che “il periodo di orbita è di 13 giorni e 14 ore, che l’orbiter sta volando nella stessa direzione di quella di rotazione di Venere ed è in buona salute”.

La sonda sta seguendo un’orbita che la porta a 400 chilometri dalla
superficie di Venere nel punto di massimo avvicinamento e di 440.000 km
in quello più distante. Come intuibile si tratta di un’orbita molto ellittica,
ben più di quella che Akatsuki avrebbe dovuto raggiungere cinque anni
fa, e che avrebbe dovuto avere un periodo di 30 ore e un apogeo (il
punto più lontano da Venere) di 80.000 km circa.

Entro aprile 2016 la sonda dovrebbe avere corretto parzialmente
l’orbita ed essere riuscita a posizionarsi su un percorso meno
ellittico, con un periodo di circa 9 giorni e un apogeo di circa 310.000
km.

Nel frattempo i tecnici attiveranno e testeranno tre dei sei strumenti presenti sulla sonda,
per accertarsi che siano funzionanti – degli altri tre si sa già che
sono in buone condizioni.  Nonostante il ritardo e l’orbita non ideale
Akatsuki dovrebbe essere comunque essere in grado di portare a termine
la maggior parte dei suoi obiettivi scientifici.

Il Giappone conquista Venere, buona la seconda!

La conquista della Luna diventa business: due aziende in pole position per il 2017

Il primo sbarco di un’azienda privata sulla Luna potrebbe avvenire fra due anni, o forse meno.
Moon Express, la società statunitense che vuole organizzare missioni
commerciali sulla Luna e contribuire allo sfruttamento delle risorse, ha
firmato un contratto con Rocket Lab per cinque lanci, di cui i primi due si terranno nel 2017.

La conquista della Luna diventa business: due aziende in pole position per il 2017

Red Dragon è una missione fantascientifica di andata e ritorno da Marte

I ricercatori vorrebbero usare una versione modificata della capsula
cargo Dragon, ossia quella che ha già fatto sei missioni di rifornimento
alla Stazione Spaziale Internazionale. La variante Red Dragon dovrebbe
includere anche un braccio robotico, un maggior numero di serbatoi di
carburante, un Mars Ascent Vehicle (MAV) alimentato a razzi e un Earth
Return Vehicle (ERV).

Red Dragon verrebbe lanciato verso Marte in cima a un razzo Falcon
Heavy, che dovrebbe prendere il volo per la prima volta il prossimo
anno. Dopo il viaggio nello spazio profondo, la capsula dovrebbe atterrare vicino al rover Mars 2020
(il cui sito di atterraggio non è ancora stato scelto). Gonzales ha
sottolineato che “Red Dragon può andare ovunque possa essere il rover” e
che i ricercatori sono fiduciosi di poter atterrare davanti al rover e
guidarlo fino alla capsula.

È a questo punto che entrerà in gioco il braccio robotico di Red Dragon, che preleverà i campione dal rover
e li trasferirà in un recipiente di contenimento sigillato a bordo
dell’ERV, situato in cima al MAV. Se qualcosa durante lo scambio dovesse
andare storto Red Dragon potrebbe sempre raccogliere il materiale da
terra usando il braccio robotico.

Finita la fase di carico il MAV dovrebbe uscire dalla capsula e,
usando il razzo di bordo, riportare l’ERV verso la Terra. Per terminare
la missione manca ancora un passaggio: un altro veicolo spaziale,
probabilmente un’altra Dragon, dovrebbe caricare al suo interno l’ERV
dopo il rendez-vous in un’area esente da contaminazioni e portare il
prezioso carico sulla Terra.

Red Dragon è una missione fantascientifica di andata e ritorno da Marte

DARPA progetta gli scali spaziali per astronavi, gestiti da soli robot

A quanto pare l’ispirazione arriva dalle “grandi città portuali marinare del mondo”,
dove ovviamente ci sono moli di attracco, cantieri navali e tutti i
servizi per le imbarcazioni. La differenza è che “il porto di scalo
sarebbe a 36.000 chilometri”. Una distanza che equivale a quella –
rispetto alla Terra – a cui ci sono i satelliti in orbita geostazionaria
(GEO), compresi la maggior parte di quelli per le telecomunicazioni.

[…]

Sugli hub spaziali però non potrebbero lavorare gli astronauti,
perché i livelli di radiazioni in orbita geostazionaria sono troppo
elevati per essere tollerabili a lungo senza correre rischi. Ecco perché l’impianto dovrebbe essere interamente gestito da robot, come ha sottolineato Melroy.

È a questo punto che entra in gioco la robotica spaziale, e in particolare “bracci robotici molto simili a quello che è stato utilizzato per costruire la Stazione Spaziale Internazionale, ma con maggiori livelli di automazione e sicurezza” spiega Melroy. Siamo davvero all’alba di una nuova era spaziale?

DARPA progetta gli scali spaziali per astronavi, gestiti da soli robot

Dopo il flyby di Plutone la sonda New Horizons pronta a un’altra missione

 La scelta è caduta su 2014 MU69, un KBO (Kuiper Belt
object) che si trova a circa 1,6 miliardi di chilometri da Plutone, che
a sua volta al momento è a circa 4,8 miliardi di chilometri dalla Terra
(la distanza cambia a seconda dell’orbita).

Gli scienziati del team di New Horizons avevano come opzioni 2014
MU69 e 2014 MT70, entrambi corpi celesti molto differenti da Plutone. La
decisione è caduta su MU69 perché data la sua posizione è la scelta che
permette di ottimizzare al meglio i consumi di carburante.

Un eventuale
flyby avverrebbe nei primi mesi del 2019

Dopo il flyby di Plutone la sonda New Horizons pronta a un’altra missione

ISS rischia la collisione con il detrito di un satellite russo, bisogna ripulire lo Spazio

Ieri pomeriggio i membri dell’equipaggio della Stazione Spaziale Internazionale si sono rifugiati nel modulo Soyuz attraccato alla ISS in conformità alla procedura di emergenza prevista nel caso di una potenziale collisione.

È una precauzione stabilita dal protocollo della NASA che viene
attivata quando i radar di Terra individuano un detrito alla deriva con troppo ritardo per correggere la rotta della ISS e scongiurare il pericolo di collisione.

ISS rischia la collisione con il detrito di un satellite russo, bisogna ripulire lo Spazio

La NASA finanzia il sottomarino per Titano

Andremo su Titano, la luna di Saturno, ed esploreremo uno dei suoi laghi di idrocarburi liquidi. Poche ore fa, commentando il successo della missione New Horizons,
John Grunsfeld, amministratore associato del Science Mission
Directorate della NASA, ha promesso “missioni che sveleranno i misteri
di Marte, Giove, Europa e mondi intorno ad altri soli”.

A quanto pare non scherzava. È proprio di ieri la notizia che la NASA ha assegnato i finanziamenti per sette concept di esplorazione spaziale, tra cui quello del sottomarino che esplorerà i laghi di idrocarburi della luna di Saturno, Titano.

La NASA finanzia il sottomarino per Titano