unassassinofischiettava:

Sapete cosa hanno in comune queste due foto?
Sono state entrambe scattate da due fotografi che erano lì per caso, due persone a cui nessuno aveva mai detto di mettere a rischio la loro vita e di esporsi per fare delle foto. Loro, tuttavia, in quel momento hanno posto i loro ideali al di sopra delle loro vite. Ai loro sogni, progetti e speranze, all’affetto dei loro cari e al proprio futuro hanno anteposto quelle foto, quelle immagini che avrebbero permesso alle persone di calarsi nella situazione e di sentire quelle parole scritte sui giornali più reali. 

Bill Biggart

Era una bella giornata a New York. La calma del mattino fu interrotta dalle urla di un tassista: un aereo aveva colpito il World Trade Center. Bill corse a casa, afferrò tre macchine fotografiche e si diresse verso il WTC. Camminando e fotografando si mosse velocemente verso il fumo e le fiamme.
Come le sue immagini ci mostrano, Bill stava fotografando gli edifici in fiamme. Era poco distante dalla prima torre quando questa cadde. Appena la nube di polvere si abbassò, iniziò a fotografare la devastazione che gli stava attorno. Wendy, sua moglie, lo raggiunse al telefono poco dopo la caduta della prima torre. Le disse di non preoccuparsi, le disse che l’avrebbe incontrata 20 minuti più tardi al suo studio. “Sono al sicuro”, la rassicurò, “sono coi vigili del fuoco”. Quella fu l’ultima volta in cui si parlarono. 20 minuti più tardi, Bill venne travolto dal crollo della seconda torre. Il corpo di Bill fu ritrovato tra le macerie solo quattro giorni più tardi.
Le 10e 28 e 24 secondi dell’11 settembre 2001, questo è stato il secondo preciso dell’ultimo scatto di Bill Biggart. Pochi secondi più tardi la Torre Nord del WTC è crollata su di lui. Quattro giorni più tardi vennero trovate le sue tre fotocamera, sei rullini di pellicola e una piccola compact flash con 150 immagini digitali. Questo è quello è tutto ciò che rimaneva di una giornata orribile e una vita straordinaria.  

Burhan Ozbilici
Di Burhan Ozbilici fotografo dell’Associated Press, invece, abbiamo il suo racconto diretto. Lui è sopravvissuto ma in quel momento non poteva saperlo.
I colpi di pistola, almeno otto, sono rimbombati nella galleria d’arte prima silenziosa. È scoppiato il caos. La gente urlava, si nascondeva dietro le colonne e sotto i tavoli, e si stendeva a terra. Ero spaventato e confuso, ma ho trovato un riparo dietro un muro e mi sono messo a fare il mio lavoro: scattare foto.[L’ambasciatore] Parlava con calma e – per quel che mi sembrava – con amore per il suo paese, fermandosi di tanto in tanto per lasciare parlare il traduttore. Ricordo di aver pensato quanto sembrasse calmo e umile. Poi sono arrivati i colpi di proiettile rapidamente uno dopo l’altro, e si è diffuso il panico tra le persone in sala. Il corpo dell’ambasciatore era a terra, a pochi metri da me. Non c’era sangue attorno, ho pensato che forse era stato colpito di schiena. Mi ci sono voluti un po’ di secondi per capire cos’era successo: un uomo era morto davanti a me.Ovviamente avevo paura ed ero consapevole del pericolo che l’attentatore si girasse verso di me. Ma mi sono avvicinato un pochino e l’ho fotografato mentre terrorizzava tutti. Pensavo: “Sono qui. Anche se vengo ferito o ucciso, sono un giornalista. Devo fare il mio lavoro. Potrei correre via senza fare nessuna foto, ma che cosa potrei rispondere alle persone che poi mi chiederebbero: “perché non hai fatto nessuna foto”?Mi sono anche venuti in mente gli amici e i colleghi che sono morti mentre facevano foto nelle zone di guerra, in questi anniHo scaricato le foto e sono rimasto scioccato nel vedere che l’aggressore era esattamente dietro l’ambasciatore mentre parlava. Come un amico o una guardia del corpo

Fonti:
Bill Biggart: Traduzione personale da www.billbiggart.com
Burhan Ozbilici: Traduzione ripresa da www.ilpost.it/2016/12/20/attentato-ankara-fotografie