A quanto pare l’ispirazione arriva dalle “grandi città portuali marinare del mondo”,
dove ovviamente ci sono moli di attracco, cantieri navali e tutti i
servizi per le imbarcazioni. La differenza è che “il porto di scalo
sarebbe a 36.000 chilometri”. Una distanza che equivale a quella –
rispetto alla Terra – a cui ci sono i satelliti in orbita geostazionaria
(GEO), compresi la maggior parte di quelli per le telecomunicazioni.
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Sugli hub spaziali però non potrebbero lavorare gli astronauti,
perché i livelli di radiazioni in orbita geostazionaria sono troppo
elevati per essere tollerabili a lungo senza correre rischi. Ecco perché l’impianto dovrebbe essere interamente gestito da robot, come ha sottolineato Melroy.
È a questo punto che entra in gioco la robotica spaziale, e in particolare “bracci robotici molto simili a quello che è stato utilizzato per costruire la Stazione Spaziale Internazionale, ma con maggiori livelli di automazione e sicurezza” spiega Melroy. Siamo davvero all’alba di una nuova era spaziale?
DARPA progetta gli scali spaziali per astronavi, gestiti da soli robot