
Giorno 6. Lokomasama First Aid Point Emergency (Sierra Leone).
“Ne uccide più la strada dell’ebola” ci spiega Milos (l’infermiere serbo con i modi da fratello maschio che chi non ha un fratello maschio sogna), solo che l’ebola è finita, le strade no. Sono arrivate le imprese cinesi, hanno asfaltato e costruito, collegato Freetown al resto del paese, ma sembra che il risultato sia solo che la gente muoia più velocemente. C’ho messo un paio di giorni a capire come funziona la guida: nonostante siano stati una colonia inglese, tengono la destra ma sempre a destra superano. Vanno velocissimi, soprattutto in moto, con protezioni improbabili, dal caschetto da cantiere al casco da rugby al cappellino da baseball. “Si rompono tutto, sono forti, muscolosi, ma mangiano poco, poche proteine e le ossa si spezzano facilmente”. In ospedale passano 20.000 incidentati ogni anno, sono le vittime di una modernità con il piede sull’acceleratore alla quale la gente non sembra preparata. Il 50% della popolazione ha meno di quindici anni e i figli imparano prestissimo a occuparsi degli altri fratelli e soprattutto dei genitori. La sensazione è di un paese ingenuo anche se antico, un paese stanco e bambino. È un mondo al contrario che non riesce a diventare adulto perché fa fatica anche solo a sopravvivere, con grandi muscoli e ossa fragili proprio come i suoi abitanti.
Enrica Tesio e Ilaria Urbinati