Il nuovo Papa è dunque consapevole fin
dall’apparizione sulla Loggia di essere stato eletto in un rovesciamento
geografico del potere curiale, quasi a dire basta agli intrighi e ai
ricatti italiani del Palazzo, tanto che appena quattro mesi dopo la sua
elezione cerca di frenare il volo dei corvi e i piani dei loro
addestratori. Lo fa mettendo mano al codice penale vaticano, in
particolare al paragrafo sui “Delitti contro la Patria”, aggiungendo un
nuovo articolo, il 116 bis. “Chiunque si procura illegittimamente o
rivela notizie o documenti di cui è vietata la divulgazione, è punito
con la reclusione da sei mesi a due anni – dice la norma – Se la
condotta ha avuto a oggetto notizie o documenti concernenti gli
interessi fondamentali o i rapporti diplomatici della Santa Sede o dello
Stato, si applica la pena della reclusione da quattro a otto anni”.
Quando escono i due libri, l’indagine della Gendarmeria scopre una
“squadra operativa” che si è formata proprio nella Prefettura per gli
Affari Economici, con l’obiettivo di raccogliere materiali riservati e
diffonderli all’estero. Il Promotore di Giustizia, cioè il Pubblico
Ministero Vaticano, individua in Balda, Chaouqui e Maio il “sodalizio
criminale organizzato col presupposto di una missione da seguire per
realizzare la vera volontà del Papa”, attraverso la raccolta e la
diffusione di notizie e documenti sensibili. Con loro, finiscono a
giudizio i due giornalisti, prima con l’ipotesi di minacce sui
funzionari vaticani per avere i materiali, poi col sospetto di
pressioni, infine semplicemente – e incredibilmente – soltanto per aver
manifestato un interesse professionale alle notizie che dal Vaticano
venivano fatte filtrare. Non potendo bloccare i libri (che hanno autori
ed editori italiani, e sono tutelati e soggetti alle leggi italiane) si
accusano i loro due autori di “concorso” con i tre principali imputati,
accusati di “associazione criminale”.
Poiché in Vaticano soffia lo Spirito santo, ma non esiste la
Costituzione, non c’è nemmeno l’articolo 21 che nella nostra Carta
tutela la libertà di espressione dei cittadini, in quanto “tutti hanno
diritto a manifestare liberamente il proprio pensiero con parole,
scritti e ogni altro mezzo di diffusione”, mentre “la stampa non può
essere oggetto di autorizzazione o censura”. Nel tribunale vaticano,
così, lunedì i Promotori di Giustizia Gian Pietro Milano e Roberto
Zannotti hanno potuto accusare Nuzzi e Fittipaldi di concorso morale
nella divulgazione per “l’impulso psicologico” che con la loro “presenza
e disponibilità” ha “contribuito a rafforzare il proposito della
rivelazione delle notizie” nei funzionari vaticani. I Promotori hanno
precisato che “chi riceve notizie normalmente non è punibile”. Ma hanno
aggiunto: “Lo diventa se rafforza il proposito di chi le rivela. I
giornalisti sono stati una ragione essenziale per divulgare le notizie”.
Quindi siamo davanti a questo paradosso: due giornalisti sono portati
in Tribunale perché con la loro semplice “presenza e disponibilità”
hanno rafforzato la decisione di divulgare le carte da parte di un
“sodalizio criminale” già organizzato a tal fine in Vaticano; la pura
presenza diventa una colpa; la disponibilità a raccogliere notizie un
comportamento da censurare. E il mestiere di giornalista finisce sotto
accusa. Quasi una vendetta per il passato, e un monito per il futuro:
qui la libertà di stampa non esiste, fare giornalismo secondo le regole e
i comandamenti di ogni democrazia dietro le mura leonine può diventare
un reato. E infatti mentre per Fittipaldi il Promotore ha proposto l’assoluzione
per insufficienza di prove, per Nuzzi ha chiesto la condanna a un anno,
con sospensione condizionale. Per Chaouqui tre anni e nove mesi, per
Balda tre anni e un mese, per Maio un anno e nove mesi.
Così finisce lo strano processo in cui gli imputati non hanno potuto
avere copia del fascicolo che li riguarda, per la difesa hanno dovuto
obbligatoriamente scegliere due nomi nell’elenco presso la Santa Sede
degli avvocati rotali, mentre monsignor Balda ha negato in aula di aver
ricevuto qualsiasi minaccia dai giornalisti, nessuno ha presentato una
querela per affermazioni non veritiere nei due libri, le fonti erano
istituzionali. È l’ultimo paradosso di un processo in uno Stato
straniero che vede coinvolti tutti cittadini italiani (giudici,
Promotori e avvocati compresi) salvo il monsignore segretario della
Prefettura per gli Affari Economici. Tanto che Nuzzi ha chiesto al
premier Renzi “perché il governo italiano tace, visto che sono
intervenute organizzazioni internazionali a tutela della libertà di
stampa”.
Vatileaks, quei due libri alla sbarra in attesa di una sacra sentenza