Ultimamente ho ripreso a leggere. Una pausa forzata perché per anni non ho fatto altro mentre stavo seduto su una sedia dentro ad un museo senza visitatori e poi sono subentrate le serie tv. Ho acquistato un Kindle dopo esserne stato uno strenuo oppositore, “eh ma l’odore della carta signora”, invece devo dire che è perfetto. Tutti i libri che vuoi, puoi girare la pagina con un solo dito, puoi leggere in tutte le posizioni più comode perché non pesa nulla, ha lo schermo retroilluminato e posso usarlo di notte a luce spenta. Anche se non riesco a farlo per molto. Ero disabituato alla lettura e quindi adesso mi causa ancora sonnolenza immediata. Così leggo il pomeriggio. Quando esco dall’ufficio mi reco in un piccolo bar che affaccia su una strada poco trafficata di Vienna, all’ombra di una torre antiaerea della seconda guerra mondiale, oggi resa un acquario. Il mio acquario preferito perché ci sono anche delle scimmiette piccolissime dentro (non nell’acqua morte che galleggiano per dio, non siate così macabri, c’è una stanza che ricrea una foresta e le scimmiette saltellano in giro baldanzose). Mi siedo sempre al solito posto e ordino sempre il solito terribile espresso con ghiaccio. Esatto. La prima volta ho chiesto un caffè con gelato (Eis in tedesco) e me lo hanno portato con cubetti di ghiaccio (Eiswürfel). La volta dopo devo aver fatto colpo sul personale perché sono diventato “quello che si siede, legge, non parla con nessuno e ordina il caffè con i cubetti di ghiaccio”. Uno schifo immane ma chi sono io per cambiare la considerazione che le persone hanno di me? A me basta avere la mia ombra, la sedia comoda e il silenzio del parco poco distante. Il caffè fa schifo ovunque vai qua, almeno questo è fresco. Mi piace essere solitario. Non la solitudine, quella è un’altra cosa. Inizialmente mi sentivo scemo a sedermi da solo e a stare ore da solo a leggere senza parlare. Ho pure pensato a quelle cose che si leggono qua su Tumblr, di quelle persone che si conoscono mentre leggono al bar. Cazzate, io se sono al bar e sto leggendo nessuno deve venire a cacarmi il cazzo. Se volevo fare conoscenze ordinavo un cocktail con l’ombrellino e non questo schifo di caffè. Infatti nessuno mi si siede vicino o prova a parlare. Tranne oggi. Vuoi che la giornata fosse più piena di persone rispetto al solito, vuoi che il tavolo dove alloggiavo fosse dotato di più sedie del dovuto. Mi si sono sedute vicino due ragazze, una penso austriaca, l’altra credo di no. Parlavano inglese e mi distraevano. Ero convinto di farcela a proseguire ma così non è stato. Le ho guardate. Niente di che. L’inglese parlato era elementare, forse amiche da poco. I vestitini abbastanza estivi, le braccia scoperte. Le braccia della bionda erano molto scoperte. L’avambraccio destro era pieno di cicatrici, quelle tipiche dell’autolesionismo. Questo mi ha fatto mettere da parte il Kindle e concentrare su i loro discorsi. La bionda raccontava di quanto il nuovo lavoro la rendesse felice. Cosa fai chiede l’amica (non sono allora amiche di vecchia data, proprio come sospettavo). Aiuto la gente, un aiuto generico, sento parlare di pannolini cambiati ma non capisco se si tratta di bambini o di anziani molto anziani. Io volevo solo stare in pace a leggere e invece mi tocca appassionarmi della vita di questa. Noto un’altra cosa, il vestitino estivo leggero ha uno strano rigonfiamento nella parte del basso ventre. Un pendaglio dorato con un sonaglino cavalca quella rotondità che pare essere la preparazione di un futuro essere vivente. La bionda è incinta. Lei, il suo carico di cicatrici autoinflitte, il suo nuovo lavoro che la rende felice e poi questa, chi se lo sarebbe mai aspettato? La conosco da venti secondi e a parte la sua voce fastidiosa e il suo inglese sconclusionato, mi sta già molto simpatica. Però ha interrotto la mia lettura, lei e la sua rompipalle di amica che continua a fare domande, così mi alzo e me ne vado. Mi piace il senso di minuscolezza che riesce a darti solo una grande città con milioni di abitanti. Ieri ad esempio sono andato ad un festival che definirò di rap contemporaneo. Da solo. Ero restio all’idea di andare da solo ad un festival perché la vedevo come una cosa triste ma poi mi sono guardato allo specchio e mi sono detto “ma tu sei una cosa triste, con un buon senso dell’umorismo ma di base resti una cosa triste”. Così ho comprato il biglietto, mi sono preparato per confondermi a dovere tra i giovani che sicuro ci sarebbero stati e mi sono recato sul luogo predefinito per vedere questo rapper che mi piace tanto: Tyler, the creator. Come avevo immaginato la quasi totalità dei partecipanti era sotto i 20, molti sotto i 18. C’erano però i genitori ad accompagnarli, mi sono messo in quell’angolo con loro buono buonino ad aspettare e mi sono mescolato alla perfezione. Troppo adulto per sembrare un avventore giustificato, troppo giovane per simulare un figlio 13enne accompagnato al primo grande concerto. L’ho chiamato Kevin e ho fatto finta fosse andato sotto al palco per ascoltare meglio. Ogni tanto lo indicavo e salutavo e dicevo di stare attento. Kevin, uguale a sua madre come una goccia d’acqua, con quel suo modo di fare sbruffone e l’ostinarsi a non esistere. Le prime band erano esattamente come il caffè che bevo in quel bar, uno schifo colossale, ma avevo con me il Kindle e quindi ho potuto leggerle via. Incredibilmente, non mi distraevano tanto quanto le due ragazze di oggi. Decibel su decibel di orrore musicale e riuscivo a leggere liscio come l’olio. Poi è arrivato Tyler, mi sono alzato, sono andato sul balconcino laterale, l’ho ascoltato con piacere cantando le parole e partecipando ai cori (io li capivo, i restanti genitori no) e una volta concluso mi sono concesso una cena a base di patatine fritte e birra. Ovviamente mangiando solitario, Kevin era sparito chissà dove con quei suoi strani amici immaginari più di lui. Sarei andato avanti a leggere ma mi era impossibile farlo data la troppa maionese e ketchup versata. Avrei sporcato tutto e rovinato il Kindle. Non è male andare ai festival da soli, non devi pensare a nulla se non a goderti la musica e non devi darti puntello ad una certa perché ci si perde, sotto qualcosa di appariscente tipo l’uomo gonfiabile della birra. Puoi offrirti sempre il prossimo giro risparmiando. Puoi andare a casa quando ti sei rotto. Ovvero subito dopo Tyler. Ridimensionare se stessi e l’importanza dello stare da soli è il regalo più grande che mi ha fatto Vienna, le perdono quasi il caffè. Poi adesso ho tutti i libri che voglio da leggere, cazzo me lo fa fare di conoscere gente nuova.
Ah, Kevin, se mi leggi, non tornare a casa per favore, mi sei sempre stato sulle palle.
Il mio lavoro si suddivide tra il noioso e il molto noioso. Ogni tanto con qualche sprazzo di vitalità quando siamo in procinto di un’asta, la maggior parte del tempo è in una condizione di interminabile attesa. I frequentatori di una casa d’aste specializzata in francobolli sono, come potete immaginare, per il 99% uomini anziani. Entrano, odorano dello stesso odore dei francobolli che vogliono comperare, ed escono e forse non li vedrò mai più. Questo perché non c’è ricambio. Difficilmente un giovane oggi diventa appassionato filatelico. Io per primo me ne fotto di questo mondo e non ci capisco un cazzo. Ma è lavoro, mi piacciono le grafie, mi piace avere a che fare con poca gente e spesso gli anziani sanno essere educati. Ogni giorno apro la cassetta delle lettere e prendo qualche nostro catalogo che ci torna indietro. Può essere che il cliente abbia cambiato indirizzo. C’è un adesivo sopra, in questo le poste funzionano molto bene e varie caselline vengono barrate a seconda dell’eventualità riscontrata. Può essere che il cliente non si sia fatto trovare in casa e poi non sia andato a ritirare il catalogo in posta. Può capitare, ti assenti per tanto, magari il viaggio di una vita che avevi sempre voluto fare e decidi che non ti interessa tornare indietro per andare a prendere uno stupido catalogo per la tua stupida collezione. Ma siamo realisti, sono anziani che si stanno estinguendo e la maggior parte delle volte il catalogo torna indietro perché il destinatario è morto. Così oggi sono andato sul tavolo dei cataloghi tornati indietro, li ho raccolti e ho iniziato a depennare i clienti deceduti nel corso dell’anno.
Deve essere successo qualcosa perché un numero così alto di cataloghi rispediti al mittente non l’avevo mai visto. Mentre depennavo gli scomparsi, cliccando sull’apposita casella deceduto che abbiamo nel sistema, non potevo fare altro che pensare alla vita di queste persone, che persone per me non sono, sono solo nomi in una lista. Hanno avuto un funerale decente? Sono morte sole? Qualcuno le ha piante? Avevano ripensamenti? Nipoti? Come sono morte? In maniera brutale? Di morte naturale? Qualcuno è stato ucciso? Qualcuno era in una qualche strage di quelle che si sentono sempre? Qualcuno ha magari simulato la sua morte per poter scappare in Thailandia con la badante moldava? Così ad ogni nome appioppavo una storia. Lui era morto salvando una famiglia di gattini da un uragano mai visto (mai visto perché era del molise questo cliente). Lui era morto soffocato dall’abbondanza della sua mistress durante uno dei loro soliti giochi (è morto felice lo posso assicurare). Lui non è morto, ha il sonno molto profondo e sarà un casino quando si sveglierà nella bara ma cazzi suoi, così impari e ringrazia non ti abbiano cremato. Lui è morto per fortuna e se lo meritava perché nelle storie, soprattutto quelle mentali che ti crei, devi sempre avere un nemico e lui è il nemico. Meno male che è morto. La sua casella la clicco tre volte perché se lo merita. Dicevo il mio lavoro potrà anche essere noioso ma è la mia noia, solo mia, e ci faccio quello che voglio con la mia noia. La rendo il mio mondo.
Oggi ho chiesto a Jimmy Fontana, il mio nuovo studente, di separare la ratta incinta dal resto del gruppo. Gli ho detto “la riconosci perchè è incinta e quindi avrà la pancia grande”. La prendi e la metti in una gabbia a parte.
Quando ho controllato, nella gabbia c’era un ratto, maschio, con la pancia grande.
Io: e quel topo?
Jimmy Fontana: ha la pancia grande.
Io: magari di birra, ma non credo sia incinta.
Jimmi Fontana: come fai a dirlo senza test?
Io: è un maschio.
Jimmy Fontana:…
Io: vedi Jimmy, i mammiferi maschi ruttano, scureggiano e consumano inutilmente ossigeno, proprio come qualcuno che ora mi sta molto vicino, ma non restano incinta.
Jimmy Fontana:…
Io: Adesso esci! E non tornare mai più, almeno fino a che non sarai contrito, pentito e redente.
Sicché niente, l’amico cantante mi raccontava di una serata fatta ad una festa dell’unità dove s’è permesso di dire che al referendum costituzionale vincerà poi chi ha più voti, ma sarebbe stato carino se tutte le inesauribili energie spese sul tema dai vari politici fossero state investite in passato nell’applicare la costituzione vigente. E mi chiedeva: ti pare così turpe? Mica ho detto votate no o votate sì, ho detto che buona parte dei principi costituzionali vengono regolarmente disattesi. E no, non mi pareva così turpe. Poi il giorno dopo sente l’organizzatore che l’aveva chiamato a suonare per sapere com’era andata la serata e “tutto bene… però quelli della nuova guardia del PD non hanno molto gradito le tue osservazioni sulla costituzione”