Le città di oggi se le dipingessero gli impressionisti.
Le opere di Jeremy Mann ritraggono il mondo moderno con gli stessi colori e forme di una volta.
Giorno: 28 luglio 2016
Quanto è libero il libero arbitrio?

Le vite nell’armadio.
È ormai da un anno che sto portando avanti un’operazioni tediosa. Svuoto gli armadi in camera di mia madre. Una di quelle cose che si fanno solo quando una persona muore. Ma mia madre non è morta, solo che non tornerà mai più a casa, se non che per l’ulitmo viaggio. E questa considerazione non fa altro che rendere la cosa più tediosa.
Alle volte apro le ante e, solo guardando la quantità di vestiti e oggetti ( “Cristo Dilma! Tieni da conto anche i pidocchi” ostiava mio padre con mia madre ) stipati lì dentro, mi passa la voglia; mi prende lo sconforto. Non è la mole di lavoro che mi aspetta a spaventarmi. È la consapevolezza di tutte le storie che quegli oggetti costudiscono; sono le piccole storie che insieme fanno la storia di una famiglia che in qualche modo non c’è più. Di sicuro non nella forma in cui c’era prima. È la consapevolezza che molte di quelle storie per me sono dolorose; che, alle volte, anche i ricordi più dolci possono male come pugni allo stomaco.
E svuotando mi passano per le mani oggetti, cose senza alcun valore se non quello dato dai ricordi che le accompagnano. Spesso mi capita di trovare quella cosa, ricordare la storia che ha dietro. E a quel punto mi siedo e piango. E non riesco a continuare.
È per quello che ci sto mettendo così tanto. Mia zia, la sorella di mio padre, mi disse che la cosa migliore era prendere tutto e donarlo alle associazioni per i senzatetto. Tutto quanto, senza stare a guardare cosa. Ma io non ce la faccio; ci sono cose che non riesco a lasciar andare così, senza guardarle ancora una volta. Sarebbe come perderle per sempre. E io non voglio perderle. Anche se mi hanno fatto male e se me ne fanno ancora.
E forse lo faccio anche un po’ per chiudere i conti. Per tirare dei bilanci su una vita che portruppo non è stata soddisfacente come avrei voluto. Per capire cosa è successo. Per poter passare oltre e ricominciare a vivere.
Ed è così che ritrovi quel cappello, quello di panno degli Ottawa Senators. Lo portavi mentre accompagnavate tuo fratello a Gallarate a prendere il treno che lo avrebbe portato in Svizzera ad inseguire le sue aspettative. E ti ricordi quel viaggio di venti minuti in macchina; un viaggio terribile per te. Venti minuti di tragedia, al modo tipico della casa. Tuo padre che inveiva contro tuo fratello: “Tu ci abbandoni! Proprio ora che avremmo più bisogno di un aiuto da parte tua. Sei un codardo, cazzo! Un ingrato. Un pezzo di merda.” E tuo fratello, 23 anni, grande e grosso nel tuo immaginario ( gli amici lo chiamavano Bufillo ), che si tratteneva a stento dal piangere. E ti immagini come deve essersi sentito. Partire verso l’ignoto di una vita lontano da casa ed essere insultato per la voglia di costruire qualcosa con le proprie mani. Arrivare alla stazione e vederlo scendere con la faccia stravolta; vederlo girarsi a salutare: “Beh, ciao allora”, e tuo padre: “Vaffanculo, pezzo di merda!” e ti vieta di accompagnarlo al binario. E tua madre che piange disperata.
E passi oltre, continui a svuotare; la camicia di seta che tua madre metteva solo nelle occasioni importanti: matrimoni, cresime, battesimi… e ti ricordi come era bella quando si agghindava per quelle occasioni, e piangi pensando che non si truccherà più in quel modo leggero e semplice, con un velo di ombretto e un filo di rossetto pallido, che la faceva tornare ragazzina.
E continui e trovi il tuo diario di quinta superiore, intonso; non una pagina segnata. E ti torna in mente quell’anno dove le cose hanno cominciato a cambiare davvero. Dove è iniziata la tua insofferenza verso le regole della casa. Le persone che ti hanno fatto cambiare. Un anno scolastico tremendo, il primo veramente difficile da vivere; quello che ti ha fatto perdere l’interesse nello studio. Urbano che ti dimostra coi fatti che se sei convinto di quello che fai non devi nasconderti. Il professor Siri, l’unico uomo che ti abbia mai mostrato rispetto sino ad allora e forse l’unico per cui ancora oggi nutri stima incondizionata. Le prime uscite serali, la prima ragazza e il primo bacio che le hai dato, che ti ha dato. Tutte le cazzate che hai fatto per tenertela stretta e che non sono servite a niente. L’amarezza del ricordo di tuo padre che le parla di come tu sia un debosciato, un essere senza puntiglio né autostima, incapace di sacrificio. Senza sapere quale sacrificio ti costi il non saltargli addosso e riempirlo di botte. Senza immaginarlo nemmeno.
E le camicie da notte e le lenzuola del corredo che la nonna aveva fatto per tua madre, il modo in cui le accarezzava quando le tirava fuori per fartele vedere. La dolcezza e la nostalgia che le cambiavano i lineamenti del viso.
E i disegni di tuo fratello più piccolo all’asilo. E quelli dei nipoti. E le foto di tua madre e tuo padre poco più che ventenni, belli, nella casa di Milano. Con tuo fratello maggiore appena nato, mentre lo tenevano in braccio e andavano verso un futuro che non si immaginavano neanche, con un sorriso e uno sguardo che… quelle foto che tua madre si chiuse in camera a guardare, quando la facesti piangere poco dopo la morte di tuo padre. E non ti ricordi cosa dicesti per farla piangere, ma stai male come un cane solo a pensarci.
E ripensi a tutto quello che hai fatto e che l’ha delusa e, in fondo, anche a quello che ha deluso tuo padre; anche se credi che non meriti la stessa considerazione ti fa star male lo stesso. Anche se tuo padre era sempre deluso. Di default. E allora ripensi alle volte che ti ha ferito e torna la rabbia, quasi adolescenziale, di tutte le volte che ti sei sentito dare del subnormale, dell’handiccappato, del mongoloide. Delle volte che ti ha detto di tapparti naso e bocca e lasciarti morire, dei ceffoni, Di quando ti disse: “Se avessi una pistola ti ammazzerei io con le mie mani”. Il senso di abbandono di fronte ai problemi, tua madre che ai tuoi 15 anni ti dice che non può festeggiare il compleanno di un figlio come te. Che lei non ha cresciuto un figlio così… e se ne va senza finire. L’affetto e la comprensione negati. L’invidia per tuo fratello più piccolo che ancora a trent’anni poteva abbracciarla sentendosi accettato.
E ti chiedi come puoi sopportare tutto questo e continuare a vivere, essere intero qui e ora, senza perderti nel passato che ti dilania da sempre.
E finalmente, forse, capisci.
Certe cose sono passate: non se ne andranno mai, ma sono passate. E non devono più farti male. Devi imparare a perdonare come vorresti essere perdonato. Le persone non fanno quello che fanno per ferirti, non con intenzione. Fanno cose perché si sentono feriti loro prima di tutto. E lo stesso fai tu. Perché sei umano. Perché loro sono umani. E l’unica cosa che può salvarti è comprendere. E perdonare.
Perdonare per permettere alle ferite di smettere di sanguinare e cicatrizzarsi, e poter passare oltre.
Ma non è facile.



