Stavo riascoltando la Canzone del Piave (mi era venuto un dubbio sul testo di alcune strofe), e non ho potuto fare a meno di pensare alla grande differenza tra il lessico della retorica nazionalista di 100 anni fa e quello di oggi.

Nel 1918, essere nazionalisti, significava tirare fuori capolavori di italiano corretto e poetico, quali

si vide il Piave rigonfiar le sponde,
e come i fanti combattevan l’onde.
Rosso del sangue del nemico altero,
il Piave comandó “indietro va’ straniero“

oppure

sul patrio suol, sconfitti i torvi imperi,
la pace non trovó né oppressi né stranieri

La conoscenza profonda della lingua era considerata parte integrante del senso di appartenenza alla patria: l’Italiano era la lingua dell’Italia, non si poteva amare l’una senza amare l’altro.

Utilizzare un italiano non solo corretto ma anche sofisticato, era considerato indispensabile per avere credibilitá. La scelta della parola giusta serviva anche a evidenziare la padronanza del lessico, per distinguersi dalla massa, considerata ignorante.

Il famoso principio de “L’operaio conosce 100 parole, il padrone 1000, per questo è lui il padrone“ di Don Lorenzo Milani.

Oggi invece, l’ignoranza é vista quasi come una virtú. La padronanza della lingua come inutile intellettualismo elitario. E il nazionalismo é a questo livello qua:

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