Il massaio e la neve.

andsomefoolishstuff:

Sono il tipo di persona che riaccoppia i calzini mentre li stende.

E fin qui tutto va bene.

Ho un sacco di calze e calzini bianchi. A costine ( è giusto dire così? ). Praticamente identici.

Le costine sono tutte uguali. Tranne che per due paia, che comunque sono uguali tra di loro.

Sono fortunato, perché posso individuare destro e sinistro dal livello di snervamento degli elastici ( il polpaccio destro è nettamente più grosso del sinistro ).

Il criterio di accoppiamento è il grado di usura da lavaggio.

Dividere 18 paia di calzini che hanno tonalità che variano dal bianco ghiaccio al bianco avorio.

In pratica: dividere destri e sinistri; trovare un punto ben illuminato della casa ( alrimenti non si colgono le sfumature ) dove poter stendere i calzini uno di fianco all’altro; confrontarli uno ad uno sino a trovare tutti gli accoppiamenti.

Penso di capire come mai gli eschimesi abbiano tutte quelle parole per identificare il colore della neve.

E comunque mi manca un fantasmino blu.

@tsuki-nh, vedi, poi dici di me.

Referendum costituzionale, ecco come votare se non si è in italia

darknya:

Italiani non iscritti all aire, espatriati per cure mediche, in erasmus o semplicemente in giro volete votare il 4 dicembre senza tornare in italia? Potete farlo!
Anche se il consolato vi rompe il cazzo voi potete impugnare la legge 459 del 2001.
Non accettate il no di gente incompetente o con poca voglia di fare.
Potete votare e non importa se al referendum crocettate si, no, o fate scheda nulla.

Cito mail dal ministero degli interni che ci riconosce il diritto di voto:

“Grazie alla legge la legge 459 del 27 dicembre 2001, come modificata dalla legge 6 maggio 2015, n. 52, consente anche ai cittadini italiani, che per motivi di lavoro, studio o cure mediche si trovino temporaneamente all’estero per un periodo di almeno tre mesi, di partecipare al voto per corrispondenza organizzato dagli uffici consolari italiani”.
“Per fare ciò è necessario far pervenire al Comune di iscrizione nelle liste elettorali entro i dieci giorni successivi alla data di pubblicazione del Decreto del Presidente della Repubblica di convocazione dei comizi elettorali una opzione valida per un’unica consultazione.
L’opzione può essere inviata per posta, per telefax, per posta elettronica anche non certificata, oppure fatta pervenire a mano al comune anche da persona diversa dall’interessato (nel sito www.indicepa.gov.it sono reperibili gli indirizzi di posta elettronica certificata dei comuni italiani) .
“La dichiarazione di opzione, redatta su carta libera e obbligatoriamente corredata di copia di documento d’identità valido dell’elettore, deve in ogni caso contenere l’indirizzo postale estero cui va inviato il plico elettorale, l’indicazione dell’ufficio consolare (Consolato o Ambasciata) competente per territorio e una dichiarazione attestante il possesso dei requisiti per l’ammissione al voto per corrispondenza (trovarsi per motivi di lavoro, studio o cure mediche in un Paese estero in cui non si è anagraficamente residenti per un periodo di almeno tre mesi nel quale ricade la data di svolgimento della consultazione elettorale ”
La dichiarazione va resa ai sensi degli articoli 46 e 47 del decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445 (testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa), dichiarandosi consapevoli delle conseguenze penali in caso di dichiarazioni mendaci (art. 76 del citato DPR 445/2000).“

IN BREVE:
– richiesta da inviare al massimo entro il 7 ottobre
– E’ necessario scrivere al proprio comune di residenza la volontà di esercitar il voto dall’estero (un’email è sufficiente), aggiungere documento d’identità, motivazione per cui si è all’estero e numero degli articoli sopra riportato.

Qui potete trovare il modulo da compilare ed inviare al vostro comune per richiedere di votare all’estero per il referendum del 4 Dicembre 2016 :

http://www.listatsipras.eu/wp-content/uploads/2016/09/Mod_Opzione_Voto_Referendum_Cost_Autunno2016_R.pdf

E se avete dubbi contattate il vostro consolato

Reblog per diffusione.

diceriadelluntore:

Vendemmiare significa etimologicamente levare il vino. È una delle mie madeleine sentimentali. Uno dei periodi dell’anno che aspetto sempre con un filo di emozione, ancora adesso, che è più faticosa di quando ero piccolo e in pratica solo scorrazzavo per la vigna. Ci sono ricordi indelebili di questo periodo, che non è mai esattamente gli stessi giorni, ma ha gli stessi riti. Si iniziava la prima decade di dicembre, una domenica, con il nonno che ci faceva tenere la candela mentre lui, altissimo, si insinuava nei tini per pulire i residui dell’anno precedente. Ricordo ancora l’emozione di quando mi chiese la prima volta di entrare, con una spazzolina di setole dure, lui che teneva una piccola torcia dall’imboccatura, e io accovacciato a raschiare quel leggero residuo violaceo, che sembrava uno smalto liscio, l’odore pungente ed afrodisiaco di quel legno, vecchissimo. Il tino non lo abbiamo più, ma dalle doghe ho ricavato con mio fratello un ricordo che ogni membro della famiglia conserva. Pulire i tini, riempirli di acqua per far rinascere il legno, che gonfiandosi si legava perfettamente ai ferri che li circondavano. E quando non bastava il nonno prendeva un pezzo di canapa e con un coltellino lo infilava nella fessura non ancora cecata, cioè chiusa. E i giorni della raccolta: il salire a cascione (cioè sul cassone) dell’ape car (ne abbiamo un’altra, la quarta consecutiva, ancora oggi) per portare i contenitori vuoti e raccogliere i pieni, che zie, cugini, amici, vicini, venivano a raccogliere,vestiti di tute un pochino vecchie, che presto si macchiavano di acini spremuti. E ricordo che dai contenitori tante dita pescavano gli acini per assaggiare. Si raccoglievano le ultime noci, le prime castagne, i fichi. La vigna è come allora piena di piante di finocchietto, i cui semi gialli sono quasi pronti per essere raccolti. E oggi al posto mio o di mio fratello, a scorrazzare ci sono i cuginetti, i figli ed i nipoti dei vicini. E alla fine, al ritorno nel cortile dove abbiamo la cantina dove si iniziava a macinare l’uva con una macchina che prima era a mano, ma che con grande colpo di genio motorizzammo con un ex motorino di una lavatrice, si stendeva una tovaglia su un tino, ed una deliziosa torta di gallette faceva bella mostra: strato di biscotti inzuppati nel vermut con la crema al limone, strato di biscotti inzuppati nel caffè con la crema al cioccolato. E dopo le corse, i ragni nei capelli, le risate, i rimproveri a non farci male, era il dolce più buono del mondo.

Da questi giorni ho imparato tante cose: la dignità del lavoro, l’importanza di stare insieme, la sacralità della terra, e i valori che quella polvere alzata dal correre ti mette dentro. Spero che semmai avrò dei figli, vengano a fare la vendemmia con me, proprio per cercare di capire queste cose. Avrò almeno la sensazione di avergli fatto capire qualcosa di importante della vita. 

Io ricordo le bigonce di plastica bianca rigida, che venivano tirate giù dal solaio della cantina, caricate sul rimorchio del trattore, e portate giù nelle vigne. Ne avevamo due, una di trebbiano bianco, e una di uva nera (più qualche piccolo filare di uva fragola e di uva grossa da tavola).

Ricordo nonno che mi diceva di stare attento alle vespe, che c’erano prima loro, e noi gli stavamo portando via il cibo, e se ci pinzavano avevano ragione.

Ricordo quando mi facevano guidare il trattore, “ma solo un pezzettino eh, che e’ pericoloso. Metti la tartaruga!”. 

Ricordo la macchina per macinare gli acini, i primi anni a manovella, che si appoggiava sopra a una botte, ed era una fatica boia da far girare. Negli anni successivi babbo la modifico’ aggiungendo un motore elettrico una cinghia e due pulegge. 

Ricordo lo “strizzo”, rigorosamente a mano, che avevamo in comune con i vicini. Tutti avevano qualche piccola vigna, e tutti ci si aiutava a vicenda al momento della vendemmia. Poi lo strizzo andava a rotazione una settimana a una famiglia, una settimana a un’altra. 

Quando toccava a noi babbo mi faceva strizzare le prime uve all’inizio, quando non erano ancora troppo dure da schiacciare. Io facevo fatica ad arrivare fino in cima, era alto per me. 

Ricordo che il primo strizzo che avevamo aveva un meccanismo a rotazione: bisognava ruotare un grosso ingranaggio a cui era fissata in asse una ruota con 4 stecche di ferro. Ad ogni quarto di giro usciva un piccolo fiotto di mosto, da sotto. Ogni 20-30cm, si riportava il meccanismo in alto, si inserivano dei grossi spessori di legno, e si ricominciava a strizzare.

Quando l’uva diventava troppo dura, si infilava un grosso tubo di ferro su una delle stecche di ferro, e si aumentava il braccio di leva, in modo da poter fare più forza. 

Poi un anno quel meccanismo si ruppe, e fu sostituito da uno nuovo a pompa: non c’era più la ruota a 4 bracci, ma un unico braccio che si muoveva su e giu. Era più comodo perché’ non si doveva sfilare e rimettere il tubo di prolunga ad ogni quarto di giro.

Ricordo com’era dolce il primo mosto che usciva, con la schiumetta viola che galleggiava sulla tinozza di plastica. Ricordo il casino della pompa che travasava il mosto dalla tinozza alla botte. E ricordo quando alla fine non c’era più niente da strizzare: si apriva lo strizzo, si tagliava la vinaccia pressata in quattro grossi spicchi con un coltellaccio tipo machete, e si buttavano sull’aia. Si riempivano subito di vespe, attratte dallo zucchero degli acini rotti.

Purtroppo oggi non abbiamo più nessuna vigna. Uno dei due campi e’ tenuto pulito ma vuoto. L’altro e’ incolto e pieno di pruni.
Dopo la morte di mio nonno, mio padre alla fine lascio’ perdere, e smise di curarla. Diceva che era troppo lavoro tenerla pulita, che non ce la faceva a starci dietro, col lavoro, e che alla fine il vino in casa lo beveva solo lui, e non ne valeva la pena. Mi dispiace per i miei figli, se mai ne avrò’, che non avranno gli stessi ricordi.

Le cose che mi chiedo ogni volta che sono a Berlino e a cui non trovo mai risposta

spaam:

coqbaroque:

1 – Quando li vedo mangiare alle 17,30 è un
pranzo o una cena?

2 – Perché hanno il sacchetto dell’umido se
mangiano solo roba surgelata?

3 – Sorridere alla vita ed essere incazzati
col mondo: un ossimoro yiddish?

4 – La salsiccia che esce dai due lati del
panino non meriterebbe un panino più grande? Una salsiccia più corta no, non lo
prendo in considerazione.

5 – Se l’Est ora è cool e l’Ovest è da
sfigati perché girano più Lamborghini e Bentley sulla Ku’Damm che a Neukölln?

6 – I turchi si odiano solo quando non ti
preparano un kebab o non fanno gol in nazionale?

7 – Perché sono convinti che Picobello sia
un termine italiano?

8 – Come noi per anni abbiamo pensato ai
due marò loro pensano mai a Schumacher?

9 – Se i ristoranti italiani sono gestiti
da arabi, i ristoranti giapponesi da cinesi e quelli greci da turchi, perché i vietnamiti
vendono fiori?

10 – Quale dei cinque sensi deve essere lesionato
per ordinare una pizza Hawaii?

Ma soprattutto, perché fanno quella cosa idiota di girare tutti intorno ad un tavolo di ping pong colpendo ognuno la pallina una volta?

Quello si fa anche in Italia (o perlomeno qua in Toscana) : si chiama “ping pong  all’americana” 😀

spaam:

L.: papa, giochiamo a Doc?
Io: Intendi Ritorno al Futuro?
L.: Sì!

Non avendo il modellino di una DeLorean abbiamo adattato una Ford Mustang. Secondo me può andar bene.

Papà dell’anno. Ma per fare Doc che resta appeso all’orologio del municipio coi cavi in mano? Un omino playmobil?