Io il finale mica lo volevo scrivere. Per una serie di motivi che poi saranno più chiari ma principalmente perché i finali di queste storie gettano una certa luce (o una certa ombra) su tutto il resto.
O almeno, per me è sempre stato così; uno ti racconta le sue vicissitudini, ma alla fine c’è riuscito o non c’è riuscito? Perché:
se c’è riuscito, Allora Non Può Capire™. Non importa da cosa uno sia passato prima, se arriva ad avere un figlio qualsiasi resoconto dell’esperienza sarà viziato da considerazioni speranzose e insensato ottimismo dettato unicamente dal risultato finale.
se non c’è riuscito, Allora Non C’è Speranza™. L’interlocutore sarà l’ennesima prova vivente dell’inutilità dell’agire e del fatto che sia meglio stendersi immobili in una stanza buia aspettando che la polvere ci faccia da plaid.
Comunque
Nella ridente primavera 2014 facemmo la nostra ultima fivet. Arrivati all’impianto, questa volta in particolare mi divertii a massacrare le chiappe della mia compagna con iniezioni intramuscolari di progesterone al posto dei banali ovuli, tanto per non farci mancare niente. Dopo la canonica dozzina di giorni, una rarità da collezione: Beta-hCG positive. Disco samba a palla con trenino, vuvuzelas e tutto quanto. Seguono svariati mesi di gioiosissime ansie e qualche pippa (ma di gravidanze senza pippe ne ho sentite poche) culminate venti mesi fa in sala parto, nella quale un meraviglioso pupattolo è uscito da dove doveva uscire e m’è finito fra le braccia mentre un team di infermiere si dava i turni a tirare cazzottoni sulla pancia della mia compagna per fare uscire la placenta. Un primo fondamentale bonding padre-figlio: “Vedi quanto siamo utili, noialtri? Così.”
Il resto è un’altra storia, che per ora mi tengo per me, tanto di blog sulla genitorialità sono piene le interwebs. Però vi avviso, da qui in poi il livello zuccherino è a rischio diabete.
Tutto il peso delle vicissitudini degli anni precedenti, pensieri parole opere e omissioni, sciolto come neve al sul sole. E forse per questo m’è venuto il saltapicchio di scrivere tutto prima che sbiadisse definitivamente, di farci uno di quei ritratti pesanti, ad olio con la cornice dorata e i vestiti con le maniche a sbuffo. Per poi schiaffarlo in cantina perché al suo posto ci metti un po’ di patacchin adesivi con leoni, elefanti e altre bestiole.
[dissolvenza. sigla finale orchestrale di danny elfman. titoli di coda. luci accese in sala. addetto alle pulizie che ti invita ad uscire.]
Scena bonus.
Interno sera, qualche mese fa. – mi sa che ho preso qualcosa, è tre giorni che ho una nausea… – uhm. solo nausea? – sì – uhm. abbiamo ancora qualche test, vero? – ma va là
E insomma, non c’è un modo carino di metterla giù senza prendermi tutti gli amichevoli vaffanculi del caso, e manco ci proverò, però in maniera felicissimamente inaspettata è in arrivo un secondo pupattolo. Un finale così disneyano non era neanche al reparto speranze utopistiche. E sì, potete pure dirmi “vedi che a stare tranquilli..” e anche se ho in mente cause biologicamente più plausibili vi sorriderò; potete dirmi “minchia mo’ ti crocefiggo per quanto ti sei lamentato prima” e andrò in ferramenta a comprarvi la sparachiodi; potete dirmi “chi fa figli è un deficiente” e vi prenoto la vasectomia. Fate di me ciò che volete. Fate di voi ciò che volete. La pezza è finita, andate in pace.
Non che mi sia trasformato in Osho: uno sclera, scanchera e bestemmia come qualsiasi genitore che si rispetti ma ogni tanto si ritrova a sorridere da solo come un cretino. Magari prima o poi passa. Anche perché noto che chi ha due figli vicini ha sempre questo sguardo tipo reduce del vietnam. Per ora mantengo un insensato ottimismo, poi vedremo.
Mi ricordo abbastanza com’ero da adolescente per sapere che un giorno uno dei due ravanerà questi scritti da webarchive.org e li userà per rinfacciarmi cose, ma ho ancora qualche annetto. Nel frattempo se notate un calo di post e un incremento di errori ortografici da carenza di sonno sapete perché.
おわり
Sono appena finito di faccia nel chiosco del bruschettaro.