
Moriremo da eroi. Cercando di risolvere i conflitti del merge.

Moriremo da eroi. Cercando di risolvere i conflitti del merge.
Festa della neolingua. A
Firenze, Petrarca e Boccaccio vanno sulla Maserati di Marchionne,
campione dell’italianità con la residenza in Svizzera. La cultura messa
al servizio del mercato«Proporre la qualità Italia è la sfida di fronte a noi: proporre l’umanesimo che deriva dalla nostra cultura, dal modo di vivere, di
lavorare». Così Sergio Mattarella, pochi giorni fa a Firenze. Ma il Capo dello Stato si rivolgeva ai cittadini o agli investitori; parlava di
cultura, identità, comunità o di mercato, marchio, prodotto?
L’esame del contesto moltiplica l’ambiguità: si trattava di
un’occasione apparentemente culturale (la pretenziosa etichetta
recitava: «Stati generali della lingua italiana»), ma ad organizzarla
non era il ministero dell’Istruzione o quello dei Beni culturali, bensì la Direzione Generale Promozione Sistema Paese (a proposito di
italiano!) del ministero degli Esteri.Più chiaro, come sempre, il presidente del Consiglio Matteo Renzi,
quando aprendo i lavori aveva parlato della necessità «di una gigantesca
scommessa culturale sul made in Italy, se vogliamo che l’italiano sia
studiato»: una prospettiva davvero incoraggiante, non da ultimo per
quell’uso tragicomico dell’inglese.
Ma a togliere ogni dubbio era l’apparato non verbale della manifestazione, in Palazzo Vecchio.
Nell’adiacente piazzale degli Uffizi erano infatti esposte due
scintillanti auto di lusso: all’incredulità e all’indignazione dei
passanti, esterrefatti dalla riduzione a show room dello spazio pubblico
monumentale, l’ineffabile assessore (all’Istruzione!) Cristina Giachi
replicava che «allo sponsor qualcosa si deve pur concedere». Già, perché
un evento cui intervenivano il Capo dello Stato, il presidente del
Consiglio e vari ministri aveva in effetti uno sponsor ufficiale: la
Maserati.
Non so quanti precedenti abbia una simile scelta, che riduce i vertici della Repubblica a testimonial di un marchio commerciale.
Particolare grottesco, le due auto erano collocate in corrispondenza
delle statue di due padri della lingua italiana (cito dal sito della
casa automobilistica): «La Maserati Quattroporte esposta a Firenze da
questa mattina è di colore bianco ed è situata esattamente sotto la
statua di Francesco Petrarca, mentre Alfa Romeo Giulia Quadrifoglio con
motore 2.9 litri V6 da 510 cavalli di colore rosso si trova sotto la
statua di Giovanni Boccaccio. Questa iniziativa rappresenta uno dei
numerosi modi trovati negli ultimi tempi dal gruppo italo americano del
numero uno Sergio Marchionne per promuovere la propria gamma di
prodotti».
Affidare la bandiera dell’italianità ad un gruppo il cui quartier
generale e il cui domicilio fiscale hanno lasciato il Paese e il cui
amministratore delegato risiede in Svizzera è esattamente come esporre
la strategia di difesa della lingua italiana usando l’espressione
inglese «made in Italy»: una ipocrisia grottesca che comunica
esattamente il contrario di quanto afferma.
Decisamente più sincera la ministra Giannini. Ad un giornalista che
le chiedeva (mesi fa) quale fosse il principale problema della scuola
italiana, rispondeva candidamente che «l’Italia paga un’impostazione
eccessivamente teorica del sistema d’istruzione, legata alle nostre
radici classiche. Sapere non significa necessariamente saper fare. Per
formare persone altamente qualificate come il mercato richiede è
necessario imprimere un’impronta più pratica all’istruzione italiana».
Sono parole perfettamente assonanti a quelle dell’introduzione alla
riforma su cui voteremo il 4 dicembre: si cambia la Costituzione «per
affrontare su solide basi le nuove sfide della competizione globale».
La lingua italiana serve al mercato, la scuola serve al mercato, la
Costituzione serve al mercato, i vertici della Repubblica servono al
mercato: le berline di lusso sotto le statue di Petrarca e Boccaccio
agli Uffizi sono il simbolo più eloquente di questa incondiziata
servitù.
Abituarsi a leggere, a decostruire, a interpretare questo codice
simbolico di potere e supremazia significa – per usare le parole di Marc
Bloch – preparare «un antidoto alle tossine della propaganda e della
menzogna».
Un simile antidoto può giovarci quotidianamente, come può chiarire un
esempio preso dall’attualità più stretta. La trasmissione della serie
su “The Young Pope” di Paolo Sorrentino aprirà, inevitabilmente,
dibattiti e riflessioni sulle reazioni vaticane: ma l’unica reazione
incontrovertibile del Vaticano è da qualche giorno sotto gli occhi di
tutti, nel centro di Roma.
Qua il bramantesco Palazzo della Cancelleria è coperto da giganteschi
cartelloni pubblicitari della serie, con un Jude Law in abiti papali
alto venti metri: ebbene, quel palazzo non è solo un apice del
Rinascimento, ma è anche una proprietà extraterritoriale del Vaticano.
Così il pensiero unico del marketing impone la sua pace in nome
dell’unico dio, il Mercato.
Chi dissente non è nemmeno sentito come un nemico, ma come un
eccentrico, quasi un demente: un’ondata di gelida incomprensione ha
investito la vedova di Lucio Battisti che si oppone al fatto che le
canzoni del marito possano essere usate in spot commerciali. Chi
l’avrebbe mai detto che “Il mio canto libero” sarebbe diventato l’inno
dell’ultima resistenza al dominio del marketing?Tomaso Montanari
