58book:

Potrei dirvi che il liceo era nel retro di un teatro. Anzi per essere precisi era nel retro dell’unico vero teatro cittadino. Era un teatro storico e nei locali retrostanti che si affacciavano sulla più grande piazza della città era ospitato il liceo artistico, l’unico argomento del quale posso fare un certo sfoggio senza sfigurare troppo. Come eravamo capitati lì? Io ci capitai il primo di ottobre del 1973. Io non ero però un capellone come dovevano essere tutti gli altri studenti (almeno così si diceva), io avevo frequentato una scuola media insopportabilmente seria, intitolata ad un eroe della Prima Guerra Mondiale e la Signora Preside si sosteneva con un bastone perché la Grande Guerra l’aveva vista dal balcone di casa, anzi un pezzo del balcone gli finì proprio su un piede e così le fecero una bella scarpa di cuoio con il rialzo tanto che noi bambini la chiamavamo la sciancata, anche se proprio a voler essere pedici, “sciancata” dovrebbe essere colei che ha perso l’uso di un’anca, ma di questo passo il racconto diventerebbe troppo lungo. Il primo giorno di scuola mia mamma, l’Angelica (sostantivo e non aggettivo), cercò di farmi indossare i calzoni corti come avevo fatto fino alla terza media, ma per una volta ebbe compassione di me e così il primo giorno di liceo artistico mi presentai con un bel paio di pantaloni Facis. Facevano veramente pietà ma io non lo sapevo perché abitavo oltre alla ferrovia dove un paio di pantaloni Facis erano lusso sfrenato. Comunque sia, il primo di ottobre arrivai davanti alla porta del liceo alle sette e trenta. Ero il primo e l’unico. Gli altri arrivarono tutti alle sette e quarantacinque che era un’ora più consona per chi abitava “su in città”. Chissà perché ma solo i poveretti arrivano sempre in anticipo ovunque: alla stazione, al ristorante, all’aeroporto (all’aeroporto i poveretti ci vanno meno). Mio nonno Giovanni diceva che hanno paura di perdere il posto. Anch’io avevo paura di perdere il posto al liceo artistico. All’Angelica non dispiaceva che andassi all’artistico mentre papà Renato diceva che una scuola valeva l’altra e che l’importante nella vita erano le raccomandazioni. Quindi ero in una botte di ferro, ora bisognava però non perdere il posto come diceva mio nonno Giovanni. Alle otto suonò la campanella, mi tocca dirlo per esigenze narrative, ma in realtà non suonò un bel niente; arrivò sulla porta a vetri, sotto il porticato laterale del teatro, un bidello che ci disse che dovevamo entrare e così iniziò il primo giorno di scuola. Il piano terra era occupato da un enorme stanzone vuoto che somigliava molto al Convivio oratoriale del mio quartiere salvo che per un particolare: per terra c’era una moquette blu scuro. Tra le tante cose che nella mia vita non avevo ancora visto c’era la moquette. Beh certo ne avevo sentito parlare, questo sì, ma vederla stesa sotto i miei piedi e doverci camminare sopra, questo non mi era ancora capitato. Nel mio quartiere oltre la ferrovia nelle case c’erano le mattonelle di grisaglia e il “serizzo” che quando cadevi ti spaccavi un labbro o almeno ti insanguinavi un ginocchio. Qui sulla moquette mi sentivo davvero al sicuro anche se non sapevo bene se entrare visto che fuori piovigginava e avevo le scarpe bagnate, in questi casi l’Angelica mi avrebbe fulminato e costretto alle pattine (visto che poi la “galera” per lustrare la grisaglia con la cera la doveva tirare lei). Ma questo era un altro mondo ed io avrei dovuto abituarmi un po’ alla volta a tutte questi nuovi modi di fare.
(Prima puntata-continua)

Cinnerie #6

sabrinaonmymind:

autolesionistra:

La Haine

Ora più o meno avete tutti i pezzi. Da qualche parte in tutta questa storia, trascorsi un certo numero di anni e un certo numero di tentativi, il tema dell’avere figli diventa come ti diventerebbe uno stinco se uno l’avesse preso a calci a intervalli regolari: nero e ipersensibile.
Aggiungiamo che più passa il tempo e più:
– i coetanei procreano come conigli nutriti ad anfetamine e progesterone
– l’esposizione a “evoiquandofateunfiglio?” aumenta esponenzialmente
E non c’è nessuno che ti dirà con inequivocabile certezza che è ora di smettere di provarci o di puntare su altro, è una decisione altamente personale che ti tocca affrontare periodicamente mentre il tempo passa lento e inesorabile.

Diciamo che si tende a diventare delle brutte persone.

Le tenere confidenze degli amici neogenitori alle prese con disturbi del sonno e dell’allattamento incontrano una fredda indifferenza che in realtà è astio mascherato da fredda indifferenza. Si diffida delle cene “uh è da tanto che non ci vediamo” nel terrore che qualcuno annunci a tradimento una gravidanza (chiariamoci: non è che uno non riesca a gioire delle gioie altrui, ci mancherebbe, ma è meglio arrivare preparati a certe notizie).
Se uno ha la (s)fortuna di avere amici con problemi analoghi si tende a privilegiarne la compagnia capitalizzando eventuali esperienze mediche nel campo e crogiolandosi in piacevoli circolini del rancore in cui tirare gli insulti alle mancanze di tatto percepite dal mondo esterno.

Non so se l’ho già detto, ma si tende a diventare delle brutte persone.

Prendiamo il ristorante tipico con tavolo con famiglia con bambini urlanti e molesti tipici. Uno pensa che ad odiarli siano principalmente giovani, anziani, single impenitenti o coppie che di bambini non ne vogliono sapere. Ma nulla si avvicina alla capacità di odio della coppia infertile che è andata a cena fuori per distrarsi. Magari li vedete che guardano il tavolo della famiglia chiassosa con aria pensosa, e uno dice “ah, penseranno a quando avranno i loro, di figli”. No. Probabilmente stanno valutando la fattibilità di pestare i genitori nel bagno del locale e portarsi a casa i bimbi per dare loro l’affetto e l’educazione che evidentemente mancano.

Non ne vado orgoglioso, la mia personale vetta di simpatia credo di averla raggiunta con un amico che lamentava preoccupazioni economiche (non troppo fondate) dovute alla nascita del secondo figlio. Alla terza volta che l’ho sentito gli ho detto che se era così un problema glielo compravo io. Che è stata archiviata come (brutta) battuta ma non so mica se lo era.

Quello che (forse) mi rimise un po’ il culo in carreggiata (cit) fu uno scambio con altro amico (purtroppo a fare le spese di questo percolato d’astio sono sempre quelli più vicini). Era estate e stava esprimendo felicità (per la cinquantesima volta) per aver parcheggiato moglie e prole al paese natale della moglie. Alché lo presi da parte e gli feci notare (con calma e senza parolacce) che a sentire gli inni di gioia per poter stare una mesata senza figlio mi veniva voglia di pestare il primo che avevo davanti. Lui con un totale candore m’ha risposto “ah ma io non so mica com’è non riuscire ad aver figli, a me son venuti subito, me lo devi dire tu com’è o se qualcosa ti dà fastidio”.

E insomma ci ho messo un po’ a metabolizzare la cosa ma alla fine aveva abbastanza ragione.
Poi parlare delle proprie esperienze ogni tanto serve, ogni tanto no, ti puoi sfogare ma ti puoi sovraesporre; in chiusura faremo quindi alcuni esempi pratici con un prontuario di frasi da evitarsi in caso di confidenze:

– “l’importante è che stiate tranquilli” (vi sorrideranno ma dentro di loro staranno pensando a qual’è lo specchio d’acqua più vicino per affogarvici)
– “almeno potete fare delle belle vacanze” (non sempre vero, al di là dell’aspetto economico incastrare i cicli di fecondazione con il calendario è più complicato di quel che uno immagini e uno finisce per tenersi in standby perenne)
– “tanto alla fine ce la farete” (viene vissuto in maniera diversa, c’è chi ne è confortato e chi vorrebbe ricambiare questa esuberanza con una secca martellata sull’osso occipitale; da usarsi con attenzione)
– “cercate di non pensarci” (che è come provare a dimenticarsi che renzi è presidente del consiglio, di quelle cose che sarebbero belle e anche necessarie ma scientificamente impossibili)
– “al mondo c’è di peggio” (verissimo, ma in quei particolari momenti si perde la capacità di relativizzare)

つづく

[prossimamente su cinnerie: season finale – preparate i fazzoletti]

lungi da me paragonare le due faccende ma mia madre l’altro giorno al tel mi fa: va be non riesci a comprare casa, pensa a chi non ha niente.

ma va a cagare va.

Io non ho la casa, non ho i soldi, non ho una famiglia su cui poter fare affidamento, e non so se sarei in grado di tirarlo su, un figliolo. E si, sono circondato anche io da coppie felici che sfornano pargoli come fossero toast. E

intanto

gli anni passano. 

Ora se mi volete scusare, vado, che senno’ perdo il treno delle 14:10 sotto al cavalcavia.

Quanto è buono il succo di pomodoro in aereo

La maggior parte delle compagnie aeree offre un “servizio di ristoro” per i suoi voli, che può essere una bevanda per un breve volo in classe economica o un pranzo luculliano per un volo intercontinentale in prima classe*. I cibi e le bevande servite ad alta quota sono tendenzialmente diversi da quello che mangiamo a terra, per tutta una serie di motivi.

Il primo e più evidente è legato all’aria che respiriamo in aereo: alla quota di crociera, che è di solito superiore ai 10.000 metri, l’atmosfera interna del veicolo deve essere mantenuta a pressione e temperatura controllata in modo artificiale. Fuori dai finestrini, infatti, la scarsità di ossigeno e la temperatura di molte decine di gradi sotto zero renderebbero il nostro viaggio decisamente poco confortevole. Essendo compressa e riscaldata, l’aria negli aerei ha una umidità relativa bassissima, e anche la pressione è decisamente inferiore a quella che sentiamo a livello del mare. Questa combinazione interferisce con il modo in cui percepiamo gli aromi e per questo le pietanze sono di solito molto speziate. Inoltre, molto spesso troviamo delle carni con salse piuttosto liquide, che meglio sopportano il riscaldamento in forno a cui i nostri pasti imbarcati devono essere sottoposti.

Fin qui niente di strano, anche se le compagnie aeree cercano sempre di distinguersi, introducendo piatti tipici, stranezze esotiche, abbinamenti arditi: alla fine, per compensare una perdita di sensibilità dell’olfatto, si caricano gli aromi. In questo modo, l’olfatto, che è responsabile della maggior parte di ciò che di solito attribuiamo al gusto, viene “ingannato” e il pollo al curry in volo ci ricorda quello del ristorante tailandese che ci piace tanto nella nostra città. La sinestesia, ovvero la sovrapposizione tra sensi diversi, tra gusto e olfatto è ben nota e guida le scelte delle compagnie aeree, ma sono state proprio queste, analizzando le quantità di bevande consumate in volo, a far nascere una ricerca dal risultato abbastanza curioso.

A far alzare il sopracciglio a qualche dirigente della Lufthansa è stato il fatto che, sugli aerei della sua compagnia, si beve quasi più succo di pomodoro che birra. Immaginate un bar: vi aspettereste di vedere tante persone che bevono birra quante che bevono succo di pomodoro? In Germania, poi, dove la birra è ancora più diffusa che da noi? Ecco, nemmeno quel dirigente riusciva a immaginare bene questa situazione, per cui decise di investigare la faccenda e propose il quesito ad alcuni scienziati.

La stessa spiegazione che ci siamo dati per la speziatura dei cibi qui non è sufficiente: il fatto che si tratti di una bevanda, di fatto, cancella quasi completamente l’effetto della scarsissima umidità dell’aria, per cui la percezione aromatica cambia molto poco. Quello che rende il succo di pomodoro più apprezzato in aereo è, molto più sorprendentemente, il rumore presente in cabina.

Durante il volo, in un aeroplano ci sono 70/80 decibel, continui, inesorabili, di rumore molto indistinto, legati principalmente al rumore dei motori. Questo rumore interferisce con la nostra percezione dei sapori, in modo misterioso, ma a quanto pare dimostrabile. In una ricerca di alcuni mesi fa, i ricercatori dell’Università di Cornell hanno sottoposto a un campione di “assaggiatori” una serie di cibi e bevande, sia mentre erano silenzio sia avendo in cuffia il rumore tipico che accompagna un viaggio aereo. Ciò che è stato osservato è che le pietanze moderatamente ricche di umami venivano apprezzate di più, dando la sensazione che questo gusto fosse più intenso. L’umami è il quinto sapore, oltre ad acido, dolce, salato e amaro, ed è caratteristico della salsa di soia, delle alghe e di alcuni tipi di carne. Anche il pomodoro ha una nota di umami, che, a quanto pare, viene amplificata dalle condizioni che troviamo quando viaggiamo sul nostro Boeing 747. Questo rende il succo di pomodoro molto più gradevole in alta quota che a terra.

Non è chiaro come si sia diffusa questa passione per il succo di pomodoro: di fatto, finché non lo si assaggia in aereo, non si può sapere se risulti più gradevole che a terra. Probabilmente, ispirati da qualcuno che lo apprezza anche senza essere in volo, in molti l’hanno provato e trovato gradevole, presumibilmente per essere delusi alla prima occasione in cui lo riprovano al bar sotto casa.

Ok, al prossimo volo devo provarlo.

Quanto è buono il succo di pomodoro in aereo

jabletown:

manicpixiedreamalien:

did-you-kno:

Scottish sculptor Rob Mulholland
creates creepy mirrored sculptures
out of acrylic glass that makes
them blend into their surroundings
until your perspective shifts and
they suddenly catch your eye. Source Source 2

imagine getting lost in the woods and coming across these

on a scale of 1-10 how ready for death would you be

i didn’t know chaotic evil looked like someone’s dad from north dakota

La lobby dei farmaci per cardiopatici.

Ma anche senza bianco e nero eh. Alle superiori ho fatto 3 anni di disegno meccanico, e le aule erano cosi’.

Autocad era ancora un software per DOS, (in realta’ la versione per Windows era uscita da poco, ma era pesante e non tutti i pc riuscivano a farla girare) e bisognava conocere i comandi testuali. Il che scoraggiava molti, prof di disegno compreso, che voleva sempre la versione fatta a mano. Poi il laboratorio di informatica aveva pochi pc scassoni che a malapena riuscivano a far girare Windows, e non bastavano neanche per tutti (bisognava mettersi a coppie)

Per cui un tecnigrafo a testa, e via, disegno a mano. Io ero negato, tra cancellature, fori da compasso (il circoligrafo spesso non ce la faceva), cartigli pallosissimi che ti facevano perdere tempo, tratteggi che non venivano mai abbastanza regolari, curve fatte a cazzo col curvilineo, e quote da riempire col normografo.

Preferivo la pulizia e la flessibilita’ del CAD, e a casa ci mettevo la meta’ del tempo, ma il prof non sentiva ragioni e voleva che lo consegnasi cartaceo come gli altri. Mi ci incazzavo ogni volta.