Le differenze culturali le vedi anche da cose tipo gli americani che durante il Black Friday si scannano per poter uscire dal supermercato con quattro televisori sottobraccio, mentre noi stiamo qui a lamentarci che “Su Amazon non c’è un cazzo, è una sòla”.
Noi, vecchi continentali tromboni, ancora ancorati all’arcaica idea che occorra sentire il bisogno di, o desiderare qualcosa di specifico per comprarlo.
amen fratello.
Mese: novembre 2016
Omaggio a Fidel
da Haramlik, il blog di Lia De Feo – http://www.ilcircolo.net/
Delle tante cose lette dopo la morte di Fidel Castro, questa è una di quelle che reputo più interessanti perché prova a restituire la complessità dell’argomento, perché la realtà è sempre più complessa di come la si dipinge.
“Io non ho amato Cuba, nei tre anni trascorsi a studiare lì. Tanto è vero che mi spostavo in Messico ogni volta che potevo, e alla fine a Cuba ci avrò trascorso un anno e mezzo in totale. Non l’ho amata perché amo poco le isole, in generale, e perché i cubani mi davano sui nervi, parecchio. E la pativo: l’embargo è uno stillicidio di cose che non funzionano, che non si trovano, che sono difficilissime da fare. L’embargo crea paesi logoranti dove la sopravvivenza è legata all’organizzazione che ti dai, e dove tu, straniero, sei sempre in torto: perché hai più soldi – credono loro – e vieni dalla parte di mondo che la vorrebbe vedere cadere, Cuba, e l’isola risponde togliendoti ogni tratto umano e trasformandoti in un portafogli che cammina, caricaturizzandoti nel cliché dello straniero a Cuba che, nove volte su dieci, non è una bella persona. Io, quindi, ogni volta che potevo prendevo il mio Cubana de Aviación e in 50 minuti ero in Messico, dove la gente era normale e non si aspettava di essere pagata anche solo per rispondere a un “buongiorno”. E dove, perdonatemi, mangiavo: un’insalata che non fosse di cavolo, una minestra che non fosse sempre e solo di riso con fagioli, un frutto che non fosse l’unico che si trova a Cuba di trimestre in trimestre. Un’introvabile patata. Un gelato che non fosse stato scongelato e ricongelato quaranta volte. A Cuba, a meno che tu non voglia spendere molti soldi – e anche lì, uhm – apprendi cos’è la deprivazione sensoriale, dopo mesi passati a provare un sapore solo. Io a Cuba una volta sono quasi svenuta in un supermercato, dopo due giorni trascorsi all’infruttuosa ricerca di un pomodoro. Il corpo ti chiede certe vitamine, certi sali minerali, e tu non riesci a darglieli. Atterravo in Messico e, i primi due giorni, mi strafogavo.
Eppure, Cuba funzionava. A modo suo. Davanti a ogni facoltà, all’università, c’era una targa che ringraziava la tale Comunità Autonoma spagnola che aveva finanziato il sistema elettrico. All’interno della facoltà sembrava di essere negli anni 50 dopo un bombardamento: banchi, cattedre, lavagne, tavoli sbilenchi, lampadine a intermittenza, computer e telefoni arcaici, sedie metalliche incongruenti, tutto in rovina, tutto cadente, e in mezzo a tutto questo professori trasandati, sciupati, malvestiti, che però ti facevano lezioni durante cui il tempo volava, che sapevano quello che facevano, che erano bravi. A volte proprio bravi. L’assoluta incongruenza tra lo squallore del luogo e la qualità delle parole. E la serietà, la severità, l’inflessibilità dietro la trasandatezza. La gente che ho visto bocciare all’esame di dottorato. L’incongruenza che tu, straniera, avvertivi tra come si presentava il tutto e la loro altissima considerazione di sé. Perché i cubani hanno un’immensa stima di sé. I cubani si sentono speciali, bravissimi, una specie di razza eletta. E questo non te lo aspetti, da un paese che cade a pezzi. E siccome te la fanno pesare, la loro presunzione, la loro certezza di essere degli immensi fighi, un po’ li strozzeresti e un po’ ti ritrovi ad ammettere che tutti i torti non ce li hanno. Li strozzeresti per i modi, ma poi devi ammettere che la loro forza è tutta lì. Nel sentirsi i migliori di tutti e quelli che non hanno paura di nessuno.
E’ difficile, per una come me, arrivere all’aeroporto praticamente in fuga, pregustando il mondo normale che riabbraccerai entro un’ora, sopportare con odio le ultime angherie cubane prima di entrare nell’aereo (un assorbente dieci dollari di cui otto te li metti in tasca tu, negoziante cubana che abusa del mio stato di straniera in difficoltà?) e poi, nel momento esatto in cui l’odio ti trabocca da dentro, vedere gli sportelloni di un aereo angolano che si aprono e i passeggeri che cominciano a scendere: in sedia a rotelle, in barella, uno più sciancato dell’altro. Africani che vanno a curarsi a Cuba. Gente che noi, in Europa, lasciamo morire con indifferenza se non soddisfazione, e che la poverissima Cuba invece accoglie e cura. E tu che fai? Guardi, ti rendi conto, e che te ne fai più del tuo odio? Ti accorgi che sei una straniera viziata o, peggio, che non sei proprio nessuno. Che la Storia, da quelle parti, non sei tu, non passa per l’Europa. Tu sei lo spettatore pagante, se ti va bene, oppure aria, vattene. Cuba mette a fuoco altro da te.
L’Europa, in effetti, è lontanissima. Ed è straniante sentire gli europei che parlano di Cuba e dicono sempre, puntualmente, tutto il contrario di quello che vedi tu. Dai massimi sistemi a quelli minimi. Cominciamo dai primi: “E’ una dittatura, la gente vuole fuggire, gli omosessuali perseguitati, i dissidenti“. In realtà, l’immagine di dittatura cubana che si ha all’estero è quella dei primi anni 70, del cosiddetto “quinquenio gris” che la stessa ortodossia politica della Cuba di oggi definisce come “intento de implantar como doctrina oficial el Realismo socialista en su versión más hostil.” La definizione è diEcuRed (la Wikipedia cubana, per intenderci) ma io stessa ho sentito criticare, addirittura ridicolizzare quell’epoca nelle aule universitarie dell’Università dell’Avana. Sono passati 35 anni da allora, gente. Cuba non è quella cosa lì. I cubani fanno il diavolo che gli pare. E pure gli stranieri.
Diceva la mia padrona di casa: “Tre cose non si possona fare, a Cuba: le droghe, lo sfruttamento dei bambini e, se sei straniero, una smaccata propaganda antistatale. Per il resto, se vuoi camminare per strada nudo e a testa in giù nessuno ti dice niente.” I dissidenti? Avranno una dignità quelli legati alla Chiesa, suppongo, ma credo che tutti sappiano che le varie Damas en Blanco, per non parlare poi della Sanchez, prendono soldi per ogni manifestazione che fanno (famoso un loro sciopero perché non erano pagate abbastanza). Io non ho conosciuto nessuno, letteralmente nessuno, che ne parlasse con un minimo di rispetto. E’ gente pagata, punto, chiusa la questione. Poi, certo, la gente parla di poltica, immagina il futuro, esprime idee. C’è chi ama (amava, gessù…) Fidel e chi lo detesta/detestava. E chi, la maggior parte, ha sentimenti ambigui, tra l’ammirazione e il rancore. Chi cambia idea ogni secondo. Perché, di fondo, i cubani sono orgogliosi delle loro conquiste. Sono orgogliosi di quello che hanno combinato. E fanno catenaccio, sono uniti, sono isolani. Ecco, sono isolani. Non capisci Cuba se non ti metti in testa questo: che sono isolani, e per loro il mondo è Cuba e tutto il resto c’è se serve, sennò può pure affondare. Vogliono scappare? In realtà vogliono viaggiare. Perché sono isolani, appunto. C’è tanto mondo che non hanno mai visto. E poi, certo, vogliono soldi. Vogliono comprare cose. Vogliono guadagnare, come è umano che sia. Ma poi vogliono tornare. I cubani muoiono di nostalgia, lontano da casa, dalla famiglia, dalla loro gente, dal loro riso e fagioli. Sono uniti da fare schifo, i cubani. E se si sentono minacciati, di più. Ne sanno qualcosa gli USA, che inasprirono l’embargo nel momento esatto in cui cessarono gli aiuti dall’URSS e a Cuba fecero, letteralmente, la fame. Speravano in una rivolta, gli USA. Si ritrovarono con un popolo che si rimboccò le maniche per l’ennesima volta e ne uscì in piedi, come sempre. Inventandosi cose come il pastrocchio di soia, ripugnante intruglio distribuito alla popolazione come “proteinas para el pueblo“. Perché poi sono pratici: il corpo ha bisogno di proteine, vitamine, carboidrati? In qualche modo li ingurgitavano. E nei parchi ci sono gli attrezzi per fare ginnastica, tipo palestra. E se non ci sono medicine, ricorrono alle piante, alla medicina naturale. Ne escono sempre. E si concedono pure il lusso di esportare i loro medici in Venezuela, come altri esporterebbero, chessò, rame, in cambio di petrolio venezuelano. Questo, hanno fatto i cubani: hanno esportato medici in cambio di petrolio. Perché questo è quello che hanno: la loro formidabile, benché odiosissima, gente. Suona retorico, lo so. Odio scriverlo, odio dirlo. Però è vero. Incredibilmente, è vero. Come, poi, questi medici, questi professionisti cubani riescano ad essere bravi nonostante ristrettezze di ogni genere (falla tu, ricerca, in un paese con internet a pedali) io non lo so e non l’ho capito. Ma ce la fanno.
Gli omosessuali, poi: a Cuba si celebra il Pride, per dire. Sono finiti gli anni 70, “Fresa y chocolate” fu girato con sovvenzioni statali, non scherziamo. Ma, soprattutto, ricordo una pubblicità progresso dello Stato, dei cartelloni esposti nelle farmacie che mi colpirono molto. Era una cosa sulla prevenzione dell’AIDS e c’era la foto di due gay che si baciavano. Ma a differenza dell’Europa, dove i due gay sarebbero stati giovani e bellissimi, nella foto cubana c’erano due signori di mezz’età, bruttini, normali. Due comuni cittadini, come li avresti potuti incontrare sul pianerottolo. Né giovani, né belli, né magri, niente. Due signori che si baciavano e un pacato invito all’amore che non escludeva la prevenzione. Sobrio. Rispettoso. Bello. Mi sembrò un esempio da seguire. Del resto, Cuba è molto poco patinata. Non ha neanche la pubblicità, se è per questo. Solo pubblicità progresso e grosse scritte motivazionali un po’ ovunque. E’ il buono dell’avere molto poco da comprare, nessuno cerca di convincerti a farlo.
Altrettanto stranianti mi paiono poi i discorsi degli stranieri che celebrano i cubani come un popolo di felici danzerini sempre di buon umore e simpatici, uh, che simpatici. Di buon umore? Io, gente stronza come all’Avana ne ho vista poca, in vita mia. Quando diventa chiaro che non li vuoi scopare, che non gli vuoi offrire da bere, che non ti caveranno una lira, tu diventi trasparente ma attorno a te si dispiega la realtà: gente affaticata, incazzosissima, arrogante o, semplicemente, con i cazzi suoi a cui pensare, come è giusto e normale che sia. No, non sono ciarlieri: puoi farti un’ora su un taxi collettivo strapieno senza che nessuno parli con nessuno. Puoi andare mille volte allo stesso bar senza scambiare una parola col barista. Ricevere una gentilezza gratis è rarissimo, ricevere un sorriso non interessato di più. Se sei in difficoltà attiri gli squali. E più è giovane, la gente, e più è stronza. Ecco, questa è una cosa importante: il divario tra i vecchi e i giovani, a Cuba. Con la crisi degli anni Novanta, il sistema scolastico cubano si ritrovò a piedi, come molte altre cose. Con il grosso dei maestri esportati in giro, ci si ritrovò con i ragazzi più grandi a fare lezione ai più piccoli, per dire, e a un generale decadimento dell’istituzione. Per questo e altri motivi, si percepisce uno stacco culturale importante tra i cubani da una certa generazione in giù. I giovani non valgono quanto i loro padri. E questo sarà un problema, in prospettiva. Poi, è vero, la gente fuori dall’Avana (o da Varadero, gessù) è meglio. Molto meglio. Ma i cubani sono, dicevo, isolani. Cocciuti, orgogliosi, quello che vuoi tu, ma non amichevoli. Ma manco per il cazzo, proprio. Se sono amichevoli, anzi, è meglio che ti preoccupi. Avranno i loro motivi, e sono motivi che non ti convengono. Esagero? Sì, un po’. Sintetizzare crea stereotipi, è ovvio. Però, ecco, stereotipo per stereotipo, quello dello stronzo mi pare più azzeccato di quello del felice danzerino. Fermo restando che ballano benissimo, è ovvio.
Ma siamo sempre lì: se da una parte io li detestavo – a un certo punto li detestavo proprio tutti, senza eccezioni – dall’altra, poi, mi accorsi in fretta che, nel resto dell’America Latina, potevo usare il mio status di residente a Cuba come un’onoreficenza, una cosa che mi distingueva in positivo dalla massa europea. Soprattutto in Nicaragua. In Nicaragua, quando la gente scopre che vivi a Cuba si emoziona. Manca solo che ti abbracci. Perché, in un modo o nell’altro, tutti debbono qualcosa ai cubani. “Io mi sono laureato a Cuba, gratis!” “Mio padre è stato salvato da un medico cubano!” Una folla. Il Nicaragua trabocca di gente che in gioventù è stata presa e spesata da Cuba per studiare, che ha avuto vitto e alloggio gratis per anni, che ha con l’isola un debito a vita. E se tu vivi a Cuba, pare che ce l’abbiano anche con te, il debito. Ti trattano bene. Ti rispettano. I cubani sono rispettati, in America Latina. Se lo sono guadagnato. E alla fine, è questo: li rispetti. Io li rispetto. Non li amo, ma li rispetto. E quando hai girato per tutto il Centro America, e non ne puoi più di vedere bambini coperti di stracci, bambini che in Chiapas vanno a lavorare trascinandosi zappe più grandi di loro, bambini che circondano il Ticabus a ogni sosta della Panamericana armati di stracci e si mettono a lavarlo in cambio di un’elemosina, finisce che non vedi l’ora di tornarci, a Cuba, e di vedere finalmente bambini normali (la normalità è un concetto molto mobile), con l’uniforme lavata e stirata, belli pettinati con la riga a lato o le treccine e che vanno, tutti, A SCUOLA. Oppure a giocare. E che non lavorano. Mai. Riatterri a Cuba che trabocchi di rispetto. Lo dici al taxista che ti riporta all’Avana e lui è contento, rincara la dose: “E’ vero, noi ci lamentiamo e ci dimentichiamo del buono, ma è proprio vero. Anche i nostri portatori di handicap, non c’è confronto. E che dire della delinquenza, del narcotraffico? Siamo fortunati, noi.” Sì, sono fortunati, loro. Perché è una questione di prospettiva: se nasci povero, malato, sfortunato, è meglio se nasci a Cuba. Molto meglio, proprio. Fuori da lì, muori e muori male. Un povero non vuole essere guatemalteco, haitiano, dominicano. Vuole essere cubano, credimi.
Cosa si può dire di Fidel nel giorno della sua morte? Questo, probabilmente: che ha dato un senso allo sfuggente concetto di “cubanità”. Concetto che i cubani inseguivano da un secolo, prima che arrivasse lui. Che ha preso un popolo che lottava per la sua indipendenza da cent’anni – prima contro gli spagnoli e subito dopo, come una grottesca beffa, contro gli USA che ne presero il posto – e lo ha reso, per la prima volta nella sua storia, indipendente. Parliamo un po’ di questo, di cosa è la “cubanità”. I cubani sono figli di due popoli entrambi sradicati, spagnoli e africani, piombati su un’isola dove gli indigeni erano scomparsi praticamente subito e senza quasi lasciare traccia. Sono il risultato dell’incontro/scontro e poi mescolanza di europei venuti a fare soldi e di africani trascinati come schiavi. Sarebbero un’accozzaglia di storie e culture diverse, di radici sradicate, di bianchi e neri, schiavisti e schiavi, violentatori e violentati, se tutte queste storie e queste culture non si fossero mischiate, se tutti non fossero andati a letto con tutti, se l’immenso meticciato che ne è derivato non si fosse unito, a un certo punto, nel nome della lotta per l’indipendenza. Cuba è giovane. Diceva uno dei suoi grandi intellettuali, Fernando Ortiz: “Tutto quello che in Europa è successo nell’arco di millenni, a Cuba è successo in soli quattro secoli“. Cuba non ha storia che non sia di appena ieri, non ha spiritualità come la intendono i popoli antichi, non ha religione che non sia un minestrone di riti mischiati, non ha un colore, una faccia, un’identità che non sia quella dell’essere cubani, appunto. Qualsiasi cosa ciò voglia dire. E diceva sempre Ortiz: “La cubanità non la dà la nascita, in un paese come il nostro, né la residenza, il colore, non te la dà nessun dato oggettivo. La cubanità te la dà la volontà di essere cubano“. E’ cubano chi ha voluto costruire Cuba. E Cuba, quindi, ha cominciato a nascere nel 1860, quando bianchi e neri insieme hanno cominciato a lottare contro la Spagna. Insieme, questo è importante. Lì è stato lo spartiacque. E l’hanno combattuta per 30 anni, fino al 1898. Quando sono arrivati gli USA, che fino ad allora se ne erano rimasti a guardare tifando per lo più Spagna, e hanno sfilato la vittoria ai cubani. Hanno dichiarato guerra a una Spagna ormai sfiancata, l’hanno sconfitta e si sono presi Cuba. I cubani, quindi, invece di una vittoria si sono trovati davanti a un passaggio di consegne. Invece della loro costituzione si sono ritrovati l’Enmienda Platt, e un padrone nuovo a cui obbedire.
Però i cubani sono cocciuti, come dicevo. Per i cinquanta anni successivi si sono rotti la testa studiando, protestando, guerreggiando – la rivoluzione fallita del ’30 – e ancora e ancora, tra due dittature e mille governi-fantoccio, mentre la loro economia dipendeva dagli USA, mentre persino il razzismo si accodava a quello degli USA impiantando l’apartheid che gli spagnoli mai avevano conosciuto, mentre sull’isola dilagavano il gangsterismo e la corruzione e le carceri erano piene – allora, mica oggi! – di oppositori politici. E poi è arrivato Fidel, la cui storia è talmente folle che sembrerebbe finta, se non fosse invece reale e documentabile. Si cita spesso “La Storia mi assolverà”, credo il più delle volte senza averlo letto. E’ l’autoarringa con cui lui, ben prima della Rivoluzione, spiegò ai giudici che lo avrebbero condannato il perché dell’assalto alla caserma Moncada, fatto da lui, il fratello piccolo Raul e un manipolo di studenti, studentesse, ragazzi vari, e finito malissimo. E’ la fotografia della Cuba sotto Batista e gli USA. E’ una dichiarazione di intenti – o, all’epoca, di sogni – ed è, soprattutto, l’autoritratto di un gigante. E’ molto difficile leggerlo, sapere che quell’uomo stava entrando in carcere e non sentire un rispetto immenso. Poi vennero l’uscita dal carcere, l’esilio in Messico, l’acquisto di una barchetta (Il Granma) con cui partire, stipandola all’inverosimile, all’assalto di Cuba, lo sbarco (su cui il Che disse: “Fu più che altro un naufragio”), la polizia di Batista che stermina i naufraghi, Fidel che alla fine si ritrova con – boh, vado a memoria – meno di venti superstiti e dice: “Ce l’abbiamo fatta, vinciamo sicuro.” E vince. Sul serio. E, per la prima volta nella sua storia, Cuba diventa uno Stato sovrano. Questo, è stato il punto.
E poi vince ancora, e ancora, e ancora. Contro gli USA. Prendendoli sempre, incessantemente, per il culo. Gli USA proiettano propaganda anticastrista sul loro palazzone all’Avana? Castro fa circondare il palazzone da bandiere più alte, una per ogni stato che all’ONU si è dichiarato contrario all’embargo, e così lo impacchetta rendendolo praticamente invisibile. Gli USA mandano navi al largo di Mariel per prendere dissidenti in fuga e mostrarli al mondo? Fidel fa svuotare tutte le carceri e i manicomi di Cuba e ne spedisce gli ospiti tutti da loro, riempiendo gli USA di matti e delinquenti comuni cubani. La lista è infinita, la vicenda umana di Fidel anche. Il rapporto tra USA e Cuba, alla fine, è strano. Ma strano forte.
Gli USA e Cuba si amano e si odiano, sembrano parenti in lite. I primi hanno sempre voluto mettere le mani sui secondi, prima cercando di comprare Cuba alla Spagna, poi prendendosela con le cattive. I secondi hanno sempre sofferto l’ingombrante ombra e le mire squalesche dei vicini, e hanno fatto tutto quello che un popolo può umanamente fare per farsi trattare alla pari. Cuba non ha voluta fare la fine di Puerto Rico, tutto qui. Non ha voluto essere una colonia. Ma, alla fine, la sua storia recente è stata comunque pesantemente condizionata dagli USA. Avrebbero chiesto aiuto all’URSS, virando fortemente sulle posizioni sovietiche, se non avessero dovuto difendersi dagli USA? Avrebbero avuto bisogno di un partito unico per 50 anni se non avessero avuto bisogno di essere tanto compatti dinanzi a un nemico tanto potente? E come sarebbe, oggi, Cuba, se non uscisse da 60 anni di embargo? Se è riuscita a dare cibo, salute e istruzione a tutti i suoi cittadini NONOSTANTE l’embargo, cosa avrebbe fatto senza il limite, l’impoverimento a cui è stata condannata? Voi lo sapete? Io no, francamente. Quello che so, è che l’embargo li ha compattati ancora di più. E, conoscendoli, non era difficile da capire.
Però ho visto un sacco di cittadini USA, a Cuba, e ben prima che Obama aprisse il paese. Col cappello in mano e colmi di ammirazione, li ho visti. Che arrivano per dei corsi di studio all’università, o da soli, passando per il Messico per non farsi scoprire dalle proprie autorità. Perché gli statunitensi non potevano andare a Cuba per ordine degli USA stessi, ma lo Stato cubano li ha sempre fatti entrare, facendo col visto lo stesso giochino che Israele fa con chi non vuole il timbro d’entrata sul passaporto: te lo dà su un pezzo di carta. E ho visto un sacco di cubani che desideravano andarci, negli USA, e fare soldi, vedere l’abbondanza, visitare i parenti. Sono talmente vicini, in linea d’aria, che sembra incredibile.
Io, alla fine – e concludo questa lunga riflessione che oggi mi era proprio necessaria – di Cuba ho capito questo: che la devi rispettare, sennò prendi calci in culo. Tiri fuori il peggio dai cubani, se li prendi contropelo. E che questo orgoglio infinito, cocciuto, cazzuto, fa parte del sentire dell’isola ma Fidel lo ha saputo compattare, dargli sfogo e direzione. Lui ha preso un popolo costretto a passare da una bandiera all’altra e ne ha fatto una cosa diversa: il popolo che ha vinto, quello che si è guadagnato l’indipendenza e l’ha difesa, quello che ha ottenuto le uniche, grandi conquiste sociali dell’America Latina, quello che più si è schierato contro il razzismo, quello che ha fatto sognare mezzo pianeta, quello che non si capisce come abbia fatto ma, in qualche modo, ce l’ha fatta. Ha preso una colonia e ne ha fatto uno Stato. Molto, molto orgoglioso di sé. Ha commesso errori? Certo. Avrebbe potuto fare di meglio? Sì. I cubani hanno sofferto? Sì, ma l’alternativa era essere Puerto Rico o peggio. E avevano combattuto troppo, e troppo a lungo, per potere accettare di essere Puerto Rico. So’ gente orgogliosa, che gli vuoi dire.
Per quanto possa sembrare paradossale, io non pensavo che Fidel potesse morire. Pensavo che avrebbe seppellito pure me. Mi fa proprio uno strano effetto, questa morte, ed essendo io una donna del Novecento penso che, stavolta, di giganti non ne rimane proprio nessuno. Ora: i cubani di oggi, i giovani cubani di oggi, saranno all’altezza della storia incredibile che gli lascia Fidel? Io credo che lui abbia cercato anche, riuscendoci spesso, di tirare fuori il meglio dal proprio popolo. Di dargli disciplina, serietà, educazione, cultura. Di fare di un popolo caraibico il popolo serio per eccellenza di tutta l’area. Operazione non facilissima, va detto.
Lascia un popolo povero ma viziato, nonostante la cura da cavallo degli anni Novanta. Che non paga bollette, che ha la sopravvivenza assicurata, che si crede ‘sto cazzo. E che è umanamente e culturalmente in declino da un po’. Dove le differenze razziali, dagli anni novanta in poi, si sono accentuate. Da quando le rimesse dell’estero sono diventate vitali, e si dà il caso che il grosso dei cubani emigrati fosse bianco e abbia, quindi, mandato denaro alle famiglie bianche, mettendo loro e solo loro in condizione di partire con la piccola impresa. Un popolo che ha più aspettative che voglia di lavorare, e a cui il turismo – soprattutto quello italiano, e va detto a nostro disonore – ha fatto un gran male.
Non so cosa ne sarà di Cuba, se i suoi “difetti” la aiuteranno anche stavolta o se, senza il carisma del suo Padre della Patria, diventerà il paesello qualsiasi che tanti sperano che diventi. Temo la generazione cresciuta negli anni Novanta. Se Cuba va al macero, sarà per loro. Ma se questo dovesse accadere, sarebbe una gran perdita per il mondo intero. Sono degli stronzi, pensano solo agli affari loro, ti venderebbero al macello se solo potessero – e lo fanno appena possono – e tuttavia, pur di essere fighi, hanno dato tanto. Per un’italiana che non li regge ci sono cento cittadini del Terzo Mondo che devono loro qualcosa. Da sessanta anni, rendono il pianeta più vario e più vero.
Io credo che si sentano abbastanza male, oggi, i cubani. E che ne abbiano tutti i motivi.
Tocca invece invidiare un po’ il Padreterno, se c’è, ché finalmente se lo vede là, ‘sto famoso Fidel, e finalmente può farci due chiacchiere. Non ha aspettato poco, decisamente. E mi piace immaginare che, tra i due, il più curioso sia il Padreterno.”
(via arnasco)
Investire in pieno un cinghiale di notte, mentre piove, due mesi dopo aver preso la macchina nuova. Forse comincia a essere il caso di metterci un bull-bar, davanti al paraurti. Che com’è ora non para una bella sega.
Il bestio comunque non l’ha manco sentita la botta, non si è nemmeno fermato. Oltretutto era pure un branco di 5-6 animali belli grossi, che hanno attraversato tutti insieme. Ed è gia’ il secondo branco che gira dietro casa, in 3 giorni.
Il prossimo che esce con le stronzate animaliste che vanno protetti dai cacciatori cattivi, lo lego al cofano, e li vado a cerca’ apposta, i cinghiali.
Beh, non credo che l’habitat dei cinghiali sia cresciuto attorno alla strada. Per cui o distruggiamo completamente la Natura o bisogna accettare che talvolta le strade si possano incrociare.
Ti appoggio in pieno (ed è per questo che io i topi del pollaio li catturo e non li stermino) però considera che in certe zone, compresa la mia, c’è un numero spropositato di questi animali che prolificano a dismisura grazie all’assenza di predatori (i lupi sono pochi) e grazie a una dispensa sempre piena che gli forniamo con le nostre coltivazioni.
Reputo i cacciatori l’equivalente di bambinoni cresciuti che tormentano le lucertole ma antropizzazione per antropizzazione o accettiamo di trovarceli a dormire sotto la macchina (e solo Pumbaa è carino e coccoloso) oppure ne poniamo un freno alla sovrappopolazione.
Nel caso, poi, si trovasse un metodo meno cruento della caccia, il mio freezer strapieno allora ringrazierebbe.
Il problema ė che la caccia oggi ė uno sport, quindi, ė insufficiente come strumento di controllo, anzi, può pure provocare l’effetto contrario perché í cinghiali tranquilli possono pensare alla carriera o hanno hobby mentre quelli sotto pressione venatoria pensano che stia arrivando l’apocallisse e per paura di estinguersi si riproducono come se non ci fosse un domani. L’unico vero strumento di controllo per gli ungulati sono i predatori, ma l’insegnamento “se incontri un lupo per strada uccidilo” ė ancora molto di moda fra gli agricoltori, e quindi ci teniamo i cinghiali… anche sul cofano della macchina.
mune22 replied to your post “Investire in pieno un cinghiale di notte, mentre piove, due mesi dopo…”
In Emilia Romagna esiste la caccia di selezione per i caprioli, regolata in base ai ritmi di riproduzione e ai censimenti degli animali sul territorio. Sarebbe una pessima idea equilibrare allo stesso modo la popolazione del maiale setoloso?
La caccia di selezione c’e’ anche in Toscana (e credo ovunque), ma e’ gestita nelle riserve di caccia, sotto il controllo della forestale. E, a parte il fatto che e’ comunque insufficiente (perché le stime del numero di animali da abbattere vengono fatte sulla base di statistiche vecchie, sempre in ritardo sulla situazione reale, e sulla base di leggi che non tengono conto dell’incremento esponenziale del numero di esemplari), non risolve comunque niente.
Purtroppo i cinghiali non sono scemi, e hanno imparato che vicino alle case sono più al sicuro, perché e’ proibito sparare. Per cui sempre più spesso, escono dal bosco e rimangono nei campi tra le zone abitate, con i danni che ne conseguono all’agricoltura, alla gente, e alla mia macchina (porcoddio).
Dare il via libera ai cacciatori per sparare dietro casa non e’ ovviamente praticabile, ma anche limitarsi a tenere sotto controllo la popolazione delle sole riserve, non basta. Ci vorrebbe un po’ di buon senso, e permettere ai cacciatori di cacciarli anche fuori dalle riserve, purché in posti dove non mettono a rischio nessuno.
Purtroppo il buonsenso, oltre che raro da trovare, e’ difficile anche da formalizzare in legge, cosi’ come lo e’ il concetto di “posto dove non metti a rischio nessuno”. E se devo scegliere tra lasciar girare sciolto un deficiente col fucile o un cinghiale, preferisco il secondo.
Sinceramente non ho idea di come si possa contenere il problema. Intanto magari alla macchina ci metto un bull-bar.
aidn:
why do bus timetables even exist they might as well have no times and just the words “good luck” on them instead
voi non sapete le mie domeniche (quando non passa il mio adorato trenino della suburbana sempre puntuale come il ciclo in vacanza e nuovo e pulito e oddio è bellissimo poi io abito vicino la stazione quindi mi porta sotto casa praticamente, lo amo) passate da sola in una stradina di provincia dalle 7 alle 9 al buio invernale ad aspettare un bus che dovrebbe passare al quarto dopo le 7. una volta sotto la pioggia ero così abbattuta che ho chiamato il centralino di quei ladri maledetti dei trasporti e ho detto “buonasera, sono sempre io, come ogni domenica a quest’ora. di solito vi urlo e bestemmio contro ma questa non ce la faccio, sono stanca, mi tiene semplicemente compagnia fino a che va via? tanto chiudete tra un quarto d’ora e io sono qua da sola”
le scuse sono le solite: “a vignola c’è una festa” (socci, ma che movida avete a vignola??? #livinlavidaloca proprio) o è rotto il bus. sempre. un’alternanza delle due da agosto, quando ho iniziato a lavorare fissa in questo punto vendita. io sospetto che lo facciano apposta a mettere meno bus in giro, per risparmiare.
il top fu quella volta che dopo due ore arriva, dopo avere saltato due corse (già di base una all’ora), e poi ci abbandona nel buio in una stradina di casalecchio. “vedete se passa qualcos’altro da qui, ciao”. almeno quella sera ero con due colleghe e di tre teste ne abbiamo fatta una quindi poi ce l’abbiamo fatta a tornare a casa. MA ALLE 10 DI SERA. DALLE 7 CHE SIAMO USCITE. DI DOMENICA. DOPO 8 ORE IN PIEDI E UNA SETTIMANA ALLE SPALLE E IL GIORNO DOPO DI NUOVO A LAVORO ALLE 9.
QUINDI CAPITE COSA PROVO QUANDO LEGGO QUESTO POST.
Mi ricordi @tsuki-nh quando piglia il caffe’. No ok, anche quando non lo piglia.
lamenti noiosi di gente anziana che neanche vostra zia, santo cielo.
uds:
più o meno a trent’anni mi sono iscritto a una facoltà umanista. un po’ per via del dai questa soddisfazione ai tuoi genitori, un po’ per via che mi piaceva tantissimo l’idea di pagare tasse universitarie ridicolmente alte considerando l’essere giocoforza totalmente non frequentante, e un po’ perché vuoi mettere prendere ferie per piangere sui libri gli ultimi due giorni prima dell’esame invece che prenderle per mangiare pringles alla paprika e biraghini guardando telefilm sotto a un plaid fino al raggiungimento del nirvana del fancazzista?
questo mi ha posto in contatto, durante le giornate d’esame del ciclo universitario, con quella buffa specie chiamata millennials. ora, se la mia generazione è composta da indolenti disillusi che non brillano per iniziativa, e manco fanno lo sforzo perché ci han tutti convinto che ormai il futuro ce lo siamo giocati da mò, questi universitari umanisti nati a metà degli anni novanta mostrano invece una considerazione di sé contemporaneamente altissima e del tutto ingiustificata (ai miei tempi si diceva che si credono stocazzo, ma non so come parlano i giovani, che quando mi capitano per radio i rapper moderni faccio fatica a capire i nomi, figuratevi quello che dicono. sfera ebbasta? sul serio? gemitaiz? perché nessuno ha spiegato a gemitaiz che la p e la b sono due lettere diverse?). segue momento simbolo della mia carriera universitaria ad esemplificazione (ce ne sarebbero un altra caterva sul genere, ma del tipo che ha parlato per un’ora e mezzo della sua barca a vela concludendo tre frasi su cinque con motti latini ne parliamo un’altra volta).
sono in coda da un assistente per registrare un voto. storia contemporanea. devo aspettare che l’assistente finisca l’orale di una ragazza. carina eh, però non è che fosse rachel bilson a.d. 2004. domanda: “qual è stato l’esito della guerra in vietnam?”. la millennial in questione è riuscita a dire, in sequenza e correggendo il tiro a ogni gesto di disperazione del corpo docente, che:
-la guerra in vietnam è stato un trionfo degli stati uniti;
-no, cioè, militarmente no, però nell’opinione pubblica è stato un trionfo degli stati uniti;
-no, nel senso, hanno vinto ma;
-cioè, più una guerra senza vincitori che;
sequenza interrotta dall’assistente con un secco “signorina, gli americani dal vietnam se ne sono andati con una mano davanti e una dietro”, il tutto mentre cercava disperatamente di darle almeno un diciotto.
e fin qua fa ridere perché bon, fai una facoltà umanistica, esame di storia contemporanea, si presuppone che un minimo la politica internazionale ti interessi se non altro per quello che hai scritto nella prima pagina del libretto, ti fanno una domanda la cui risposta è conosciuta da chiunque abbia un televisore a casa, visto che la guerra in vietnam è trattata/nominata in tipo due film americani su cinque di quelli usciti negli ultimi quarant’anni, oltre a essere giusto uno dei momenti chiave della storia del novecento (ultimo coinvolgimento militare diretto e ufficale degli stati uniti in guerra fredda, dopodiché han cambiato atteggiamento per colpa di quello che è successo durante quella guerra, hai detto cazzi eh), e comunque riesci a fare una figura del genere. e già la fiducia nei giovani è quella che è, a questo punto, voglio dire.in realtà c’è l’epilogo.
giorno dopo, gruppo facebook di facoltà. chiedono “le domande dell’orale di storia contemporanea sono fattibili?”. lei risponde “macché, quello stronzo dell’assistente mi ha chiesto la guerra in vietnam! ma cosa ne so io, ma che domande sono? speriamo che muoia!”. letterale.
23 like.
23.su un gruppo di un centinaio scarso di persone.
poi uno dice i danni dell’alimentazione dell’ego sui social network a colpi di like, i bei tempi in cui ancora si aveva il pudore di rendersi conto di quando si facevano puttanate. eh.
ora, io lo so che non siete tutti così, che questi sono solo quelli che sgomitano per farsi vedere e quelli a posto stanno tranquilli per i cazzi loro. però, ecco, non è che vi stiano facendo sta grande pubblicità, diciamo.
io non vi dico di picchiarli con un grosso randello, che tanto sapete chi sono.
(ma non vi dico neanche di non)
(in modo puramente ipotetico eh)e anche per oggi lo sfogo noioso da vecchio trombone del cazzo lo abbiamo fatto, via.
In treno ho sentito un ragazzo dare una definizione di amore così semplice che anche un computer avrebbe potuto capirla: “La differenza tra avere una ragazza fissa e uscì co squinzie a caso è la stessa che c’è tra il 4k full HD nativo di Scorpio e l’upscale della PS4 Pro.”
“avevo una sorella che si chiamava ester. ‘avevo’ perché è morta. aveva i capelli come i suoi, sa, me la ricorda molto anche nei modi di fare, per questo vengo sempre da lei a prendere il caffè e non dalla signora della concorrenza”
nonnini a lavoro che mi fanno piangere
Daniel Pennac “regala” ai suoi fan un nuovo romanzo con protagonista Benjamin Malaussène – Il Fatto Quotidiano
mi viene da piangere, da piangere, cristo mi viene da piangere davvero
AAAAAHHHHHHHHH! MIO, SUBITO!





