
2. Tra la “Juilliard School” e la Bovisa
Il primo giorno di lezione incominciò con una lezione di figura
disegnata. Sedeva in cattedra un famoso artista della città che per me non era
affatto famoso e se vogliamo essere precisi fino in fondo non sedeva nemmeno in
cattedra, ma era appoggiato ad un
cavalletto da pittore in un angolo della sala foderata di moquette blu. La sala
era un luogo affascinante una via di mezzo tra la “Juilliard School” di New
York City e un Circolo del Proletariato Giovanile della Bovisa, solo che io non
sapevo cosa fossero né la “Juilliard School”, né il “Circolo del Proletariato
Giovanile” a me sembrava solo un bel posto e continuai ad esse abbagliato dalla
moquette per mesi e mesi. Il professore (che avrei dovuto abituarmi a chiamare
docente), si chiamava Bruno Lander e non aveva la giacca e la cravatta ma un
maglione alla dolcevita blu come la moquette che provocò nella mia mente
confusa delle strane associazioni che poi qualcuno mi disse che sarebbero state
pane per i denti di un tale Dr. Freud. Ma io non conoscevo nemmeno lui. La
caratteristica della sala, oltre alla moquette blu, era costituita dal fatto
che fosse qualcosa di molto diverso da un aula scolastica; era cosparsa di
cavalletti per la copia dal vero, sulla moquette erano posizionati
parallelepipedi di varie dimensioni ma soprattutto nella sala facevano lezione
più classi contemporaneamente e, naturalmente, di materie diverse. Mentre io
ero imbambolato ad ascoltare Bruno
Lander, sentivo in sottofondo le spiegazioni del Professor Paolo Faustino
Belletti, detto il Maestro; veramente il professor Belletti che più che spiegare, cantava. Era un melomane
incallito e un poeta mancato; a dire il vero era mancato un po’ in tutto, ma
era convinto di essere esattamente tutto quello che non era. In un altro angolo
della sala teneva banco Stefania Lalla De Ambus detta Lalla. Nel sovrapporsi
delle parole di Lander, delle romanze di Belletti, non riuscivo a capire quale
materia stesse spiegando. In realtà non stava insegnando nessuna materia poiché
non era un’insegnante, Lalla era la rappresentante del “Movimento Studentesco”
ed era lei che spiegava agli insegnanti cosa andava e cosa non andava nel
liceo.A me sembrava di essere capitato nel posto sbagliato che poi
da un’ottica diversa mi sembrava essere il posto giusto, ma abituato alla
scuola media-lager dalla quale provenivo, mi trovavo ad essere in uno stato di
totale confusione mentale. Avete presente quando si sale una scala e si pensa
di dover fare l’undicesimo gradino mentre i gradini sono dieci? Ecco io mi
sentivo così.Nella sala blu, la
chiamo così per comodità ma anche perché mi ricordava più un hotel des alienés che una scuola, ci
rimasi per circa due mesi. Di quei giorni ricordo altre due cose, oltre al
colore della moquette: i vestiti dei compagni di scuola, i suoni delle parole.
Era evidente che i pantaloni Facis li avessi solo io; quel che è peggio è che
avevano un motivo pied de poule che
secondo i canoni estetici dei miei genitori era molto adatto, non solo per
frequentare un liceo, ma sopratutto ad andare “su in città”, vale solo la pena di ricordare che la città della pianura ha una
parte bassa (dove stanno i poveri), e una parta alta (dove stanno i ricchi),
che non si tratta poi di una grande invenzione. I miei compagni di liceo erano
quasi tutti ricchi e rigorosamente vestiti da poveri, mentre i pochi poveri
cercavano di vestirsi da ricchi. Erano le contraddizioni della società, mi
spiegarono in seguito. Gli oggetti di culto erano l’eskimo, il montgomery e il
loden. Lalla indossava un eskimo verde di tre taglie più della sua, il
professor Monia, barbuto radical-chic
(stavo imparando una sacco di parole nuove), oltre ad un sigaro Habana in bocca,
indossava un montgomery; lui metteva i giornali in tasca col titolo del
giornale in bella vista (l’Angelica non mi permetteva nemmeno di mettere le
mani congelate nelle tasche del paletot).
Di quei giornali conoscevo solo “l’Unità” che mio padre diceva che
era meglio non leggere visto che lui era stato cacciato dall’aeronautica
proprio perché suo padre leggeva l’Unità, boh cose misteriose della famiglia
che non capivo bene. Gli altri giornali che spuntavano dalla tasca erano molto
misteriosi: “Servire il popolo”, “Il Manifesto”,
“Lotta Continua”. Io a casa avevo visto per anni il nonno Giovanni
leggere “La Gazzetta del Popolo” dove si parlava sempre di donne di
Torino che volavano giù dal terzo piano pulendo i vetri o persone che cadevano
sul selciato ghiacciato. Sui giornali che spuntavano dalla tasca del professor
Monia invece si leggevano titoli con parole che non avevo mai sentito come,
“lotta di classe”, “autogestione”, “autonomia operaia”. Erano parole da eskimo e non da pantaloni Facis. Poi c’era chi
portava il loden. Un cappotto verde leggermente scampanato sul fondo che veniva
dal Tirolo. Di solito lo indossavano i professori di matematica e qualche
studente che però veniva subito sospettato di essere un “fascista”
anche se mio nonno Giovanni mi aveva sempre detto che i fascisti vestivano in
“orbace” e con la camicia nera. Insomma ero in preda anche ad una certa
confusione stilistica, oltre a tutto il resto.(Seconda puntata.Continua)