Ho terminato un progetto universitario. Si, alla mia età ancora con progetti universitari. Ma sono un recidivo. Dicevo, l’ho terminato e l’ho mandato. La cosa bella di studiare ingegneria è questa:
1) ti assegnano un progetto
2) leggi le specifiche e pensi “beh, tosto, ma fattibile”
3) inizi a lavorarci e scopri man mano che la parola migliore non è fattibile, ma IMPOSSIBILE
4) continui a lavorarci e scopri che, semmai ci fosse una minima possibilità terrena di poter completare questo progetto, SICURAMENTE richiederebbe un tempo t esponenzialmente più grande del tempo T che hai a disposizione
5) in preda allo sconforto ti poni davanti al bivio: accettare i limiti dell’essere umano, e trovare una soluzione facile o addirittura mollare il progetto (peraltro facoltativo, porcoddio); oppure ignorare completamente la logica e lo spirito di autoconservazione ed insistere, annullando le ore di cibo, di sonno, di iterazione sociale, di tutto, nel tentativo di fare qualcosa che sai che non potrà essere fatta
6) finisci il progetto. Lo osservi. Non sei completamente convinto di averlo fatto tu, non sei completamente convinto di averlo fatto davvero in tempo. Ma capisci una cosa: lo scopo della scienza è permetterti di realizzare le cose impossibili. Perché quelle possibili non vengono mai assegnate sotto forma di specifiche di progetto. Eccheccazzo.
Categoria: Senza categoria
Questo sito utilizza i cookie, te lo diciamo solo per romperti i coglioni, tanto l’alternativa è disdire internet o tornare al ’93.
Frank Uonderfool
@ m4gny (via dovetosanoleaquile)
Ma anche no. L’alternativa sono i vari UMatrix, Ghostery, Noscript, Ublock origin, e compagnia bella.
Uranus May Have Two Undiscovered Moons
NASA – Voyager 1 & 2 Mission patch.
Oct. 21, 2016
NASA’s Voyager 2 spacecraft flew by Uranus 30 years ago, but researchers are still making discoveries from the data it gathered then. A new study led by University of Idaho researchers suggests there could be two tiny, previously undiscovered moonlets orbiting near two of the planet’s rings.
Rob Chancia, a University of Idaho doctoral student, spotted key patterns in the rings while examining decades-old images of Uranus’ icy rings taken by Voyager 2 in 1986. He noticed the amount of ring material on the edge of the alpha ring – one of the brightest of Uranus’ multiple rings – varied periodically. A similar, even more promising pattern occurred in the same part of the neighboring beta ring.
“When you look at this pattern in different places around the ring, the wavelength is different – that points to something changing as you go around the ring. There’s something breaking the symmetry,” said Matt Hedman, an assistant professor of physics at the University of Idaho, who worked with Chancia to investigate the finding. Their results will be published in The Astronomical Journal and have been posted to the pre-press site arXiv.
Image above: Uranus is seen in this false-color view from NASA’s Hubble Space Telescope from August 2003. The brightness of the planet’s faint rings and dark moons has been enhanced for visibility. Image Credits: NASA/Erich Karkoschka (Univ. Arizona).
Chancia and Hedman are well-versed in the physics of planetary rings: both study Saturn’s rings using data from NASA’s Cassini spacecraft, which is currently orbiting Saturn. Data from Cassini have yielded new ideas about how rings behave, and a grant from NASA allowed Chancia and Hedman to examine Uranus data gathered by Voyager 2 in a new light. Specifically, they analyzed radio occultations – made when Voyager 2 sent radio waves through the rings to be detected back on Earth – and stellar occultations, made when the spacecraft measured the light of background stars shining through the rings, which helps reveal how much material they contain.
They found the pattern in Uranus’ rings was similar to moon-related structures in Saturn’s rings called moonlet wakes.
The researchers estimate the hypothesized moonlets in Uranus’ rings would be 2 to 9 miles (4 to 14 kilometers) in diameter – as small as some identified moons of Saturn, but smaller than any of Uranus’ known moons. Uranian moons are especially hard to spot because their surfaces are covered in dark material.
“We haven’t seen the moons yet, but the idea is the size of the moons needed to make these features is quite small, and they could have easily been missed,” Hedman said. “The Voyager images weren’t sensitive enough to easily see these moons.”
Hedman said their findings could help explain some characteristics of Uranus’ rings, which are strangely narrow compared to Saturn’s. The moonlets, if they exist, may be acting as “shepherd” moons, helping to keep the rings from spreading out. Two of Uranus’ 27 known moons, Ophelia and Cordelia, act as shepherds to Uranus’ epsilon ring.
“The problem of keeping rings narrow has been around since the discovery of the Uranian ring system in 1977 and has been worked on by many dynamicists over the years,” Chancia said. “I would be very pleased if these proposed moonlets turn out to be real and we can use them to approach a solution.”
NASA’s Voyager 2 spacecraft Uranus flyby. Image Credit: NASA
Confirming whether or not the moonlets actually exist using telescope or spacecraft images will be left to other researchers, Chancia and Hedman said. They will continue examining patterns and structures in Uranus’ rings, helping uncover more of the planet’s many secrets.“It’s exciting to see Voyager 2’s historic Uranus exploration still contributing new knowledge about the planets,” said Ed Stone, project scientist for Voyager, based at Caltech, Pasadena, California.
Voyager 2 and its twin, Voyager 1, were launched 16 days apart in 1977. Both spacecraft flew by Jupiter and Saturn, and Voyager 2 also flew by Uranus and Neptune. Voyager 2 is the longest continuously operated spacecraft. It is expected to enter interstellar space in a few years, joining Voyager 1, which crossed over in 2012. Though far past the planets, the mission continues to send back unprecedented observations of the space environment in the solar system, providing crucial information on the environment our spacecraft travel through as we explore farther and farther from home.
NASA’s Jet Propulsion Laboratory, a division of Caltech in Pasadena, California, built the twin Voyager spacecraft and operates them for the Heliophysics Division within NASA’s Science Mission Directorate in Washington.
The Astronomical Journal: http://iopscience.iop.org/journal/1538-3881
Pre-press site arXiv: https://arxiv.org/abs/1610.02376
For more information about Voyager, visit: http://voyager.jpl.nasa.gov
Images (mentioned), Text, Credits: NASA, written by Tara Roberts/Tony Greicius/JPL/Elizabeth Landau/University of Idaho Communications/Tara Roberts.
Greetings, Orbiter.ch
Full article
30 anni dopo le missioni Voyager, si continuano a fare scoperte analizzando i loro dati. Incredibile.

Moriremo da eroi. Cercando di risolvere i conflitti del merge.
Lo showroom della lingua italiana, firmato Marchionne
Festa della neolingua. A
Firenze, Petrarca e Boccaccio vanno sulla Maserati di Marchionne,
campione dell’italianità con la residenza in Svizzera. La cultura messa
al servizio del mercato«Proporre la qualità Italia è la sfida di fronte a noi: proporre l’umanesimo che deriva dalla nostra cultura, dal modo di vivere, di
lavorare». Così Sergio Mattarella, pochi giorni fa a Firenze. Ma il Capo dello Stato si rivolgeva ai cittadini o agli investitori; parlava di
cultura, identità, comunità o di mercato, marchio, prodotto?
L’esame del contesto moltiplica l’ambiguità: si trattava di
un’occasione apparentemente culturale (la pretenziosa etichetta
recitava: «Stati generali della lingua italiana»), ma ad organizzarla
non era il ministero dell’Istruzione o quello dei Beni culturali, bensì la Direzione Generale Promozione Sistema Paese (a proposito di
italiano!) del ministero degli Esteri.Più chiaro, come sempre, il presidente del Consiglio Matteo Renzi,
quando aprendo i lavori aveva parlato della necessità «di una gigantesca
scommessa culturale sul made in Italy, se vogliamo che l’italiano sia
studiato»: una prospettiva davvero incoraggiante, non da ultimo per
quell’uso tragicomico dell’inglese.
Ma a togliere ogni dubbio era l’apparato non verbale della manifestazione, in Palazzo Vecchio.
Nell’adiacente piazzale degli Uffizi erano infatti esposte due
scintillanti auto di lusso: all’incredulità e all’indignazione dei
passanti, esterrefatti dalla riduzione a show room dello spazio pubblico
monumentale, l’ineffabile assessore (all’Istruzione!) Cristina Giachi
replicava che «allo sponsor qualcosa si deve pur concedere». Già, perché
un evento cui intervenivano il Capo dello Stato, il presidente del
Consiglio e vari ministri aveva in effetti uno sponsor ufficiale: la
Maserati.
Non so quanti precedenti abbia una simile scelta, che riduce i vertici della Repubblica a testimonial di un marchio commerciale.
Particolare grottesco, le due auto erano collocate in corrispondenza
delle statue di due padri della lingua italiana (cito dal sito della
casa automobilistica): «La Maserati Quattroporte esposta a Firenze da
questa mattina è di colore bianco ed è situata esattamente sotto la
statua di Francesco Petrarca, mentre Alfa Romeo Giulia Quadrifoglio con
motore 2.9 litri V6 da 510 cavalli di colore rosso si trova sotto la
statua di Giovanni Boccaccio. Questa iniziativa rappresenta uno dei
numerosi modi trovati negli ultimi tempi dal gruppo italo americano del
numero uno Sergio Marchionne per promuovere la propria gamma di
prodotti».
Affidare la bandiera dell’italianità ad un gruppo il cui quartier
generale e il cui domicilio fiscale hanno lasciato il Paese e il cui
amministratore delegato risiede in Svizzera è esattamente come esporre
la strategia di difesa della lingua italiana usando l’espressione
inglese «made in Italy»: una ipocrisia grottesca che comunica
esattamente il contrario di quanto afferma.
Decisamente più sincera la ministra Giannini. Ad un giornalista che
le chiedeva (mesi fa) quale fosse il principale problema della scuola
italiana, rispondeva candidamente che «l’Italia paga un’impostazione
eccessivamente teorica del sistema d’istruzione, legata alle nostre
radici classiche. Sapere non significa necessariamente saper fare. Per
formare persone altamente qualificate come il mercato richiede è
necessario imprimere un’impronta più pratica all’istruzione italiana».
Sono parole perfettamente assonanti a quelle dell’introduzione alla
riforma su cui voteremo il 4 dicembre: si cambia la Costituzione «per
affrontare su solide basi le nuove sfide della competizione globale».
La lingua italiana serve al mercato, la scuola serve al mercato, la
Costituzione serve al mercato, i vertici della Repubblica servono al
mercato: le berline di lusso sotto le statue di Petrarca e Boccaccio
agli Uffizi sono il simbolo più eloquente di questa incondiziata
servitù.
Abituarsi a leggere, a decostruire, a interpretare questo codice
simbolico di potere e supremazia significa – per usare le parole di Marc
Bloch – preparare «un antidoto alle tossine della propaganda e della
menzogna».
Un simile antidoto può giovarci quotidianamente, come può chiarire un
esempio preso dall’attualità più stretta. La trasmissione della serie
su “The Young Pope” di Paolo Sorrentino aprirà, inevitabilmente,
dibattiti e riflessioni sulle reazioni vaticane: ma l’unica reazione
incontrovertibile del Vaticano è da qualche giorno sotto gli occhi di
tutti, nel centro di Roma.
Qua il bramantesco Palazzo della Cancelleria è coperto da giganteschi
cartelloni pubblicitari della serie, con un Jude Law in abiti papali
alto venti metri: ebbene, quel palazzo non è solo un apice del
Rinascimento, ma è anche una proprietà extraterritoriale del Vaticano.
Così il pensiero unico del marketing impone la sua pace in nome
dell’unico dio, il Mercato.
Chi dissente non è nemmeno sentito come un nemico, ma come un
eccentrico, quasi un demente: un’ondata di gelida incomprensione ha
investito la vedova di Lucio Battisti che si oppone al fatto che le
canzoni del marito possano essere usate in spot commerciali. Chi
l’avrebbe mai detto che “Il mio canto libero” sarebbe diventato l’inno
dell’ultima resistenza al dominio del marketing?Tomaso Montanari


October 23, 2007 – The Space Shuttle Discovery blasts off from Cape Canaveral on a 14-day mission to the International Space Station.
(NASA)

La
ricerca spaziale è spietata. A differenza della ricerca terrestre in
cui i test si susseguono fino al perfetto funzionamento, ad esempio, di
un telescopio, nello spazio l’unico test possibile è la missione stessa.Guardate l’immagine: credete sia un caso se oltre il 50%
delle missioni verso Marte non hanno avuto la sorte sperata? No, perchè
lo spazio e soprrattutto Marte non perdonano. Atterrare
su Marte è DANNATAMENTE difficile, tutto deve funzionare alla
perfezione ed in perfetta autonomia visto che, tra l’altro, nei minuti
dell’atterraggio non abbiamo modo di comunicare con i nostri robot.Ecco perchè si parla di ricerca. Ricercare significa esplorare terreni
nuovi, varcare orizzonti e confini mai superati prima, significa cercare
di conoscere qualcosa di ignoto. Ecco perchè quando parliamo di scienza
e di spazio ci si riferisce alla ricerca scientifica ed alla ricerca
spaziale con un accostamento di parole voluto e non banale.Mai come nel caso di ExoMars, tuttavia, questo semplice concetto sembra essere completamente sfuggito a molte, troppe persone.
“Fallimento”, “spreco”, “inutile”… Dimentico qualcosa? Sicuramente
si, perchè ho sentito definire ExoMars in vari, troppi modi, tranne che
per quello che è stata (è) realmente: ricerca spaziale. E che finora,
tra l’altro, è stata soprattutto un successo.Mi dispiace per
tutti coloro che esultavano alla notizia dello schianto di Schiaparelli,
perchè così si sentivano liberi di sfogare le loro frustrazioni contro
la scienza e gli scienziati, arrogandosi il diritto di giudicare
qualcosa di cui hanno appreso l’esistenza 5 minuti prima su Facebook,
invocando la fame in Africa o i problemi del mondo per poter dar forza
ad i loro sproloqui insensati, ma è così. Un successo.L’ESA
fin dall’inizio è stata chiara infatti: Schiaparelli era solo un test,
dotato perfino di semplici batterie tanto che se fosse atterrato come
previsto non sarebbe durato che qualche giorno. Il TGO, l’orbiter e
parte fondamentale della missione, funziona perfettamente. Pensate,
perfino Schiaparelli in realtà ha risposto perfettamente in 5 dei 6
minuti di discesa nell’atmosfera marziana. Solo che, come in ogni test,
qualcosa può non andare secondo previsioni. Fallimento? Assolutamente
no, perchè anche da un test andato male possiamo ricavare dati
importantissimi per le future missioni, in questo caso ExoMars 2. È
scienza anche questa. È progresso anche questo. È emozione anche questo.
Ma farlo capire a chi usa un prodotto della ricerca spaziale per
vomitare in internet le proprie porcherie proprio contro la ricerca
spaziale è probabilmente tempo inutile. Fargli capire che con la ricerca
scientifica si ottengono decine di nuove conquiste tecnologiche di cui
usufruiranno anche loro è probabilmente tempo inutile.Ecco
perchè non voglio perdere tempo nell’elencare, per l’ennesima volta,
come anche i loro computer derivino da decenni di ricerca aerospaziale,
come i loro gps senza i quali si ritroverebbero in un campo anzichè al
centro commerciale siano frutto di ricerca spaziale, come i sistemi di
controllo remoto siano frutto di ricerca spaziale o come anche i più
recenti metodi di filtraggio dell’acqua (utili soprattutto in Africa)
siano frutto di ricerca spaziale.Fallimento quindi? No, MAI.
Contribuire al progresso, testare nuove tecnologie, esplorare nuovi
territori della conoscenza che avranno decine di ricadute positive
sull’umanità, anche su coloro che in questo momento giudicano e
sproloquiano cose che non conoscono… come può, tutto ciò, essere
chiamato fallimento?Per usare le parole di Daniele Gasparri,
“Hanno fatto molto di più dei miseri ingegneri aerospaziali per
risolvere la fame del mondo che tutti gli ipocriti leoni da tastiera che
regalano perle di ignoranza, di cui nessuno sentiva la mancanza”
(via Chi ha paura del buio. Qua l’immagine ad alta risoluzione)



